La riconciliazione nel Golfo continua sotto la spinta dell’effetto Biden. Cairo e Doha si parlano di nuovo dopo il blocco delle relazioni del 2017. Ricadute internazionali, regionali e interne frutto di un allineamento astrale che guarda a Washington, commenta a Formiche.net Alessia Melcangi, docente di Storia contemporanea del Nord Africa e del Medio Oriente alla Sapienza di Roma e non-resident fellow dell’Atlantic Council

L’Egitto e il Qatar hanno firmato due memorandum d’intesa per riavviare i rapporti diplomatici reciproci. È la coda lunga delle riconciliazione che ha visto Doha recuperare i rapporti con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi (tra cui l’Egitto) che nel giugno 2017 avevano messo i qatarini sotto un totale isolamento geografico e diplomatico.

Con la riqualificazione dei rapporti col Cairo (dove martedì è atterrato il primo volo della Qatar Airways degli ultimi tre anni), il Qatar finisce l’operazione di recupero delle relazioni con l’intero “quartetto arabo”— formato da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto appunto. Lo sblocco è avvenuto ufficialmente il 5 gennaio al vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo di Al Ula, in Arabia Saudita, e poi nel corso dei giorni si sono prodotti gli sviluppi concreti. Per esempio, due giorni fa il Qatar ha sospeso la sua disputa nei confronti degli Emirati, simbolo di come l’intenzione sia effettivamente di andare oltre alla crisi del Golfo.

Contemporaneamente, sempre in questi giorni, dal Cairo s’è alzata una minaccia particolare: “Nessuna ingiustizia può durare per sempre, la pazienza e la capacità della gente di tollerare quello che sta succedendo non è infinita. Una rivolta nelle strade (in Egitto) è inevitabile anche se non posso predire una data precisa”, ha detto il portavoce dei Fratelli Musulmani, Talaat Fahmy, da Istanbul dove si trova in esilio. “La situazione in Egitto oggi è peggiore che sotto Mubarak che tentava di mantenere un certo equilibrio, mentre all’attuale regime non importa”, dice Fahmy. Una complessità di carattere interno, con la presidenza al Sisi che ha fatto di tutto – anche violando i diritti umani – per reprimere le posizioni dei Fratelli, e con il rischio che questo genere di malumore profondo possa trovare saldature di carattere regionale, vista l’instabilità libica e quanto sta succedendo in Tunisia.

Il decennale della Rivoluzione dei Gelsomini che da Tunisi ha dato il via alle Primavere arabe, sfociate poi violentemente anche (o soprattutto) al Cairo, ha riportato l’attenzione su certe crisi mai risolte, esacerbate dalla situazione complicata prodotta dalla pandemia. I giovani tornano in strada, le autorità sembrano sfruttare le restrizioni prodotte dal Covid per alzare misure di contenimento repressivo contro le opposizioni (come su queste colonne spiegava Mattia Giampaolo, Cespi), e – sebbene in Tunisia tutto questo può portare consenso alle forze restauratrici, come sostiene Umberto Profazio, Iiss –  in Egitto la partita può essere diversa.

La Fratellanza è un’opposizione dura ma sfiancata, colpita sanguinosamente dal presidente/generale Abdel Fattah al Sisi, rabbiosamente in cerca di giustizia sul piano retorico, forse davanti a una scelta pragmatica dettata dall’allineamento astrale generale. Il riavvicinamento al Qatar, che con la Turchia è il principale sostenitore politico-diplomatico-economico dei Fratelli, può muovere leve in questa tematica?

“Vedo quella della Fratellanza come una dichiarazione tattica, fatta per raggiungere un obiettivo minimo e a breve periodo, ossia cercare di rinvigorire una parte della costituency più dura e pura. Credo che difficilmente vedremo in strada qualcosa di simile a quanto accade in Tunisia, e penso soprattutto che la reale mira di lungo periodo dei Fratelli egiziani sia cercare di giocare le proprie carte sul processo in atto scaturito anche dalla riapertura dei rapporti col Qatar”, risponde Alessia Melcangi, docente di Storia contemporanea del Nord Africa e del Medio Oriente alla Sapienza di Roma e non-resident fellow dell’Atlantic Council.

Melcangi sottolinea che quello che ci troviamo davanti è “un processo iniziale” e occorre comprenderne le evoluzioni per valutare quando sia o meno “strutturale”. Secondo la docente c’è innanzitutto una ricaduta di carattere internazionale, che riguarda la volontà di rivolgersi subito a Washington, all’amministrazione Biden appena entrata in office, “perché si prospetta che il nuovo corso statunitense non assicuri più un avallo totale all’Arabia Saudita e alle sue decisioni (come di mettere il Qatar sotto isolamento, su cui Donald Trump aveva preso posizione favorevole nonostante le strutture chiedessero cautela, ndr) e dunque serve maggiore ragionevolezza”.

Il tema dei diritti umani potrebbe essere un elemento che il nuovo presidente Joe Biden terrà in maggiore considerazione riguardo alle relazioni internazionali, e su questo, così come sulla posizione che il democratico prenderà a proposito della Fratellanza musulmana, a Sisi secondo Melcangi “serve di mostrare un’immagine più moderata di sé”.

È la ricaduta interna del quadro internazionale, che si snoderà anche nel contesto regionale. Qui la chiave di lettura potenziale sul riavvicinamento tra Doha e il Cairo è in Libia, luogo che interessa da vicino anche l’Italia e dossier che si svela ancora come un banco di prova, un proxy, un elemento da cui comprendere e testare dinamiche di ordine superiore al contesto specifico.

In Libia l’Egitto si è fino a poco tempo fa trovato schierato in modo guerresco sul lato della Cirenaica, mentre il Qatar ha sposato la posizione della Turchia a sostegno della Tripolitania. Ma da mesi il Cairo si sta riposizionando in una via più aperta al dialogo, ha abbandonato l’opzione militare, “e lo ha fatto anche seguendo l’idea di sganciarsi da quello che sente come un giogo saudi-emiratino – spiega la docente della Sapienza – perché è vero che lì è posizionato ideologicamente e per interesse economico, ma non ha voglia di giocare un ruolo da junior partner, ma vuole un proprio ruolo per muovere in prima linea”.

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