Napoleone e le sue donne, fra potere e sentimento, viene narrato nel sontuoso, scintillante e affascinante volume Al cuore dell’impero (Marsilio) da Alessandra Necci, una delle migliori e più convincenti biografe contemporanee di personaggi storici, con una predilezione per i francesi tra rivoluzione, impero e restaurazione. Gennaro Malgieri lo ha letto per Formiche.net

Nel mezzo dell’Atlantico in burrasca, nei pressi di Madera, sulla rotta per Sant’Elena, Napoleone confessa al suo amico Las Cases che ne raccoglie le confidenze: “La memoria di quel che ho compiuto sarà la mia dinastia”. E intanto guarda il mare e non smetterà più di farlo da quel luglio 1815 fino al “fatale” 5 maggio 1821. Sulle onde che sbattono contro lo scoglio che lo ospita per volontà dei suoi vincitori-aguzzini, primi tra tutti gli inglesi e poi i “parenti-serpenti” della Casa d’Asburgo, non fa che rivedere la cavalcata della sua vita e, dunque, dell’immaginaria dinastia che aveva creato e sperato di mantenere in una Europa che troppo somigliava ad una nazione, la “sua” nazione. Ma quella dinastia, ben prima della caduta, si era dissolta e di essa rimanevano ombre vaganti sull’immenso mare dove il solitario esule scrutava, non senza inquietudine, i segni della gloria passata e le persone che avevano accompagnato la sua inimitabile avventura umana, militare, politica, diplomatica. Non è improbabile che Napoleone abbia passato in rassegna in cinque anni soprattutto chi gli é stato vicino, a cominciare dai familiari sollevati dalla polvere còrsa ed elevati a ranghi di re, principi e principesse, nobilitati a vario titolo nel suo nome per rappresentare la sua potenza.

GLI ULTIMI GIORNI DI NAPOLEONE

Nessuno di loro ha nutrito la “nobiltà della sconfitta”, ognuno ha cercato di trovare un riparo più o meno confortevole rinnegando il congiunto sconfitto che forse, consapevole di un destino tanto crudele, approssimandosi il suo quarantaseiesimo compleanno, ricorda forse la folgorante sintesi che nello splendore della sua potenza aveva confidato ai plaudenti cortigiani il 12 dicembre 1804: “La morte non è niente, ma vivere sconfitti e senza gloria significa morire ogni giorno”. Ha la percezione della solitudine sulla sommità dell’Europa soggiogata. Ma non immagina che i più lontani saranno i parenti più prossimi, i fratelli, le sorelle, gli acquisiti e la pletora di marescialli divenuti sovrani di qualche cosa.

Noi che due secoli dopo la sua fine terrena, indaghiamo ancora sul mistero della grandezza che Napoleone si è portato nella tomba su quel lugubre scoglio lontano dalla civiltà, il solo non-luogo dove poteva seppellire se stesso e far vivere paradossalmente la sua memoria, ci chiediamo come sia potuto accadere che nessuno di quanti hanno vissuto e si sono arricchiti in potere e denaro abbia tentato qualcosa per opporsi ad un destino tanto crudele. Una lezione di disumanità e di viltà. Da parte di tutti, tranne che di sua madre.

Se ne fa una ragione l’imperatore che a Sant’Elena, e ancor prima imbarcandosi sulla nave inglese, nessuno riconosce come tale: per bene che vada è soltanto un generale. E si culla nel sogno eterno di una gloria condivisa pochi giorni prima di chiudere gli occhi per sempre: “Quando sarò morto – dice a chi gli sta intorno – ciascuno di voi avrà la dolce consolazione di tornare in Francia. Rivedrete chi i genitori, chi gli amici, e io ritroverò i miei prodi negli Champs-Élysée. Rivedendomi diventeranno tutti folli di entusiasmo e di gloria. Parleremo delle nostre guerre con Scipione, Annibale, Cesare, Federico. Sarà bello…”.

Il 3 maggio 1821 la morte lo accarezza. Due giorni dopo se lo porta via.

Nelle contrade d’Europa nessuno ne è a conoscenza.

Agli inizi di maggio, uno sconosciuto si fa ricevere a Roma da “Madame Mère”, Letizia Ramolino Bonaparte, madre di Napoleone, alla quale confida che “l’imperatore Napoleone  è stato liberato dalle sue sofferenze ed è felice”. Chi è quell’uomo che la leggenda tramanderà come un inviato ultraterreno? Forse un imbroglione, complice di una fattucchiera austriaca. Le ipotesi si accavallano. Pochi danno credito alla ferale notizia. Due mesi dopo lettere ufficiali provenienti da Sant’Elena confermano il decesso. La madre, per vie imperscrutabili, è comunque la prima a saperlo. E Letizia, “Altezza imperiale Madame Mère”, titolo che non le spetterebbe più, può piangere prima degli altri, e forse da sola nei mesi successivi, la morte del figlio della quale nessuno dei familiari e soprattutto delle donne che lo hanno circondato, adulato, petulantemente osannato a fini di lucro, sfruttato come prostitute di altolocati bordelli e preteso corone, onori, mariti ed amanti. Soprattutto le tre sorelle – Elisa Baciocchi, Paolina Leclerc Borghese, Carolina Murat – e la  moglie austriaca Maria Luisa, (Giuseppina era morta nel 1814) la più crudele, la più algida, la più nemica di suo marito e del loro figlio, il re di Roma, l’Aiglon. Oltre alla madre, Napoleone ha goduto di un solo vero, autentico, disinteressato ed appassionato amore quello per la contessa polacca Maria Walewska che, se avesse potuto, l’avrebbe seguito fin nell’inferno di Sant’Elena.

IL LIBRO DI ALESSANDRA NECCI

Napoleone e le sue donne, fra potere e sentimento, viene narrato nel sontuoso, scintillante e affascinante volume Al cuore dell’impero (Marsilio, pp. 405, € 18) da Alessandra Necci, una delle migliori e più convincenti biografe contemporanee di personaggi storici, con una predilezione per i francesi tra rivoluzione, impero e restaurazione. Magnifiche le ricostruzioni dei protagonisti e, soprattutto delle protagoniste, che ruotarono intorno a Napoleone e ne condizionarono spesso la vita privata e quella pubblica. Per stile, passione e spirito indagatore quest’ultimo volume ricorda Il prigioniero degli Asburgo. Storia di Napoleone II re di Roma, sempre pubblicato da Marsilio nel 2011. Ma la differenza sta nella coralità del racconto della Necci che riesce, pur attenendosi filologicamente ai fatti, a non perdere il filo del discorso innestando le vicende delle donne di Napoleone nello scenario vastissimo degli eventi politici, militari e diplomatici. Sicché viene fuori una storia pubblica e privata che lascia il lettore ammirato per la capacità dell’autrice di non smarrire neppure per un istante il complicato “resoconto” intrecciandolo con lo spirito dell’epoca nel quale si assisero per un paio di decenni le donne di Napoleone.

Letizia Ramolino, la madre, giganteggia per qualità morali ed affettività, pur non tacendo un suo intenso amore ai margini di un matrimonio complesso per non dire scombinato. Ma lei è certamente, nella cerchia familiare, quella che più ha amato Napoleone. Di un amore sincero e disinteressato, spinto fino a prove durissime nel tempo della miseria quando la sola consolazione era quella di intravedere il giovane figlio farsi largo nella vita, fin dai tempi del collegio militare, per salire tutti i gradini del potere. Molti anni dopo la caduta di Bonaparte, dirà: “Tutti mi chiamavano la madre più felice dell’universo, mentre la mia vita altro non era che una serie di dolori e martiri”.

Tutt’altro che esagerata se si considera  il nido di vipere da lei consapevolmente covato, tra figli ambiziosi e figlie avide e dedite ad amori seriali, oltre a veder l’imperatore circondato da traditori e famelici approfittatori. Eppure ha digerito per amore di Napoleone scelte che non condivideva come il matrimonio e l’incoronazione imperiale di Giuseppina Beauharnais, singolare etera dedita a facili costumi, e per quanto fosse stata “la donna che ho più amato”,  secondo Napoleone, grazie probabilmente ai suoi celeberrimi artifizi erotici ed alla spregiudicatezza nel tessere trame nelle quali lo stesso innamorato venne coinvolto, si può dire che l’arte dell’intrigo era la sua dote migliore al punto di combinare matrimoni politici, sistemare sua figlia Ortensia con un Bonaparte dal quale sarebbe nato Napoleone III, avvicinarsi ed allontanarsi dalle cognate a seconda delle convenienze, frequentare i letti “giusti” prima e dopo il matrimonio con Napoleone al punto che questi si disamorò progressivamente fino a divorziare per avere finalmente un figlio.

Dalla padella alla brace. La Necci racconta per filo e per segno le tappe di un non-amore, o di un amore di Stato,  che portarono nel talamo napoleonico la figlia di Francesco I d’Asburgo, la nipote della grande Maria Teresa, la giovanissima Maria Luisa anche lei dedita ad amori extraconiugali e incline a tessere trame politiche a discapito di suo marito. Un’austriaca in missione tra le file nemiche, si potrebbe dire. Che dopo Waterloo guadagna la sua patria, si mette a disposizione del suo casato, consegna come prigioniero suo figlio, il re di Roma, a Francesco I, le viene assegnato il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, si consola tra le braccia di Neipperg, vero governante del piccolo reame, e si dimentica dell’Aiglon nel modo più cinico che si possa immaginare. Una delle figure più squallide della saga napoleonica che tuttavia non manca di insinuarsi tra i pensieri dell’esule insieme con il piccolo re per il quale Napoleone si strugge di nostalgia e dolore.

LE SORELLE DELL’IMPERATORE

Il meglio, per così dire, seguendo la narrazione e valutando i ritratti della Necci, lo danno le tre sorelle dell’imperatore.

Elisa Baciocchi, sposa contro la volontà del fratello, del capitano Felice Baciocchi, fu principessa di Lucca e Piombino, poi Granduchessa di Toscana. “Era una donna forte”, secondo l’imperatore, che non temeva di rompere con chi deteneva il potere all’ombra di Napoleone. Celeberrimi i suoi dissidi con Fouché ed i contrasti che l’opposero in Toscana a buona parte dei suoi sudditi. Fu molto legata al fratello Luciano, ma quando questi cadde in disgrazia non esitò a prenderne le distanze. Di buona cultura, avendo frequentato un esclusivo collegio a Parigi, seppe far valere anche le innate doti politiche che supplivano alla sua scarsa avvenenza ragion per cui non condivise, a quel che si sa, altri letti al di fuori di quello del marito. Si può dire che il suo grande amore fu il potere che esercitò con determinazione e rara competenza soprattutto varando riforme amministrative ed urbanistiche di importante rilevanza.

Chi invece affidò tutto alla bellezza ed alla spregiudicatezza dei costumi sessuali per costruirsi la sua notevole  posizione nel mondo imperiale napoleonico, fu Paolina, sposata due volte: la prima con il generale Victor Emanuel Leclerc, amico di Napoleone che la lasciò vedova cinque anni dopo; la seconda con il principe romano Camillo Borghese di cinque anni più anziano di lei.

Era la ninfa egeria dell’Impero. Godeva dell’incondizionata simpatia e protezione del fratello, amava la vita di corte, lo sfarzo, l’anticonformismo, tanto che posò nuda per Casanova, gli uomini che non si fece mai mancare, in nessuna circostanza. Divenne principessa di Guastalla, ma poco sensibile ai doveri di Stato, sublimò la sua vita frequentando alcove altolocate.

Donna, dunque, bella e seducente, non fu immune dalle calunnie, ma lei sembrava non darci peso. Fu comunque forse la sola che realmente, a parte la madre, si disperò apprendendo della morte di Napoleone.

Carolina, sposa di Gioacchino Murat, fu donna di potere al quale si votò totalmente. Prima Granduchessa sd Bergoglio e Clèves, poi regina di Napoli, dimostrò durante tutta la sua intensa vita pubblica un’ambizione che alla fine dell’epopea napoleonica si macchia di un voltafaccia, i cui particolari la Necci fornisce abbondantemente, che la fanno passare come traditrice per i suoi tentativi di recuperare ciò che aveva perso rivolgendosi al nemico di sempre, l’imperatore d’Austria, seguendo la politica di Murat che tentò un appeasement con Metternich pur di conservare il regno di Napoli. Un accordo venne firmato e Napoleone la prese malissimo.

Carolina non disdegna di utilizzare le sue grazie a fini di potere. A differenza di Paolina che s’infila nei letti che desidera per puro piacere e vanità, la sorella “sceglie i propri amanti solo tra coloro che possono esserle utili”, scrive la Necci. E a dire la verità non si fa mancare né il dovere, né il piacere. Ed un esempio della grettezza di moglie e marito è provata dal fatto che tanto Murat che Carolina si rifiutarono di far visita a Napoleone all’Isola d’Elba. Cosa che fece, al contrario, una gran donna: Maria Walewska, l’amore più intenso forse, anche se non dominato dall’erotismo eccentrico di Giuseppina, di Napoleone.

Napoleone notò in un ballo  la bellezza di Maria. Lei si mostrò riluttante ad accettare il corteggiamento e soltanto dopo lunghe insistenze cedette. E finì per l’innamorarsi perdutamente di Napoleone. Si videro spesso, a Parigi trovò una sistemazione di rango, l’imperatore la inseguì per mezza Europa, il loro amore fu assoluto, sublimato anche dai giorni che passarono insieme all’Elba, unica donna che nell’esilio non lo abbandonò. Dopo la partenza dell’imperatore per Sant’Elena, partì per la Germania, ma nel maggio 1810 diede un figlio illegittimo all’imperatore: Alessandro Giuseppe Colonna Conte Walewski. Si spense a Parigi nel 1817, indebolita dalla terza gravidanza. Il suo cuore riposa al Père Lachaise, mentre il suo corpo fu traslato in Polonia nella chiesa di Santa Margherita a Lodzkie.

LA MORTE COME ULTIMO SEGNO DI FORZA

Al cuore dell’Impero è un affresco storico e sentimentale. Che si chiude con una riflessione sulla morte dell’Imperatore. Scrive Alessandra Necci: “La morte tanto bramata, tanto attesa, scioglie finalmente le ali dell’Aquila. L’immensa personalità di Napoleone, del ‘grand’uomo’, colui che per Hegel incarnava lo ‘spirito del mondo’, riesce così a emergere in tutta la sua forza, la sua travolgente energia. Da morto si riappropria di se stesso, torna ad essere ciò che era stato durante l’epopea. Nella fine c’è il principio in tutta la sua grandezza e straordinarietà”.

Diciannove anni dopo la sua morte, il re Luigi Filippo decise il trasferimento da Samnt’Elena , dove era stato sepolto all’ombra di alcuni salici nella “Valle del Geranio”, a Parigi. Venne inumato a Les Invalides, dopo un corteo funebre interminabile con il quale i francesi si riconciliarono con il loro imperatore. Il corpo fu deposto in un sarcofago di porfido rosso. In un sepolcro più piccolo, della stessa fattura, riposa di fronte a lui il re di Roma, per vendetta austriaca, cioè di suo nonno il famigerato Francesco I, nominato duca di Reichstadt.

Lì, tra quelle pietre, oggi si conserva il cuore dell’Impero.

Condividi tramite