Sul Global Times, il quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, spunta in bella vista un’agenzia Reuters sul richiamo di Mattarella contro la crisi al buio. Una scelta editoriale curiosa ma non casuale: non è che a Pechino tifano per il Conte-bis?

Sembra il Quirinale e invece è la Città Proibita. Che ci fa sul Global Times, il quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, il richiamo di Sergio Mattarella sulla crisi del Conte-bis?

Sfogliando il sito del più roboante megafono inglese di Xi Jinping ci si imbatte in un’agenzia Reuters: “Il Presidente italiano chiede ai partiti di approvare il Recovery Plan Ue prima della crisi”. È l’altolà del Colle recapitato a Matteo Renzi nel week end, con un messaggio tanto chiaro quanto perentorio: prima si mette una firma sul piano per i fondi europei, poi si pensa alla crisi, ai rimpasti e alle rese dei conti.

“Mentre il presidente non ha il potere di impedire a Italia Viva di abbandonare la coalizione, può esercitare una moral suasion e il suo punto di vista sulle questioni politiche è spesso citato dai media locali”, recita l’agenzia.

Non è insolito trovare sul quotidiano cinese lanci di Reuters. Più raro leggere di politica interna di altri Paesi in uno spazio che, da sempre, è dedicato alla propaganda estera del partito.

Il timing della scelta editoriale, poi, solleva un dubbio. Non è che a Pechino la crisi italiana impensierisce gli alti papaveri del partito? Perché rilanciare lo stop del Quirinale e non una delle tante intemerate renziane che riempiono di inchiostro i giornali italiani?

La scelta non sembra casuale. Che il mondo diplomatico cinese abbia una preferenza per la continuità e la stabilità non è un mistero. Difficile se non impossibile trovare un media del partito esultare di gioia per il cambio della guardia di qualche partner o alleato.

In questo caso, però, si intravede una spiccata preferenza per lo status quo. Il Conte-bis, è il messaggio che filtra dal Global Times, è un’opzione preferibile al caos che scaturirebbe da una crisi al buio. C’è, insomma, una non velata simpatia politica per la coalizione rossogialla, che certo non è da annoverare fra le più intransigenti verso il Dragone.

È vero, è stato il governo Lega-Cinque Stelle a firmare il memorandum sulla nuova Via della Seta che ha clamorosamente catapultato l’Italia, primo Paese a rompere le fila del G7, nell’orbita di Pechino.

Vero è pure che dei continui litigi fra dem e grillini in un anno e mezzo di convivenza a Palazzo Chigi ne ha risentito la coerenza della politica estera italiana, con una linea filo-atlantica difesa a denti stretti solo da un ristretto drappello di democratici, Vincenzo Amendola e Lorenzo Guerini in testa.

Tra investimenti, acquisizioni e 5G, la Cina ha avuto un bel da fare. Per non parlare del successo dell’operazione propagandistica in occasione degli aiuti per il Covid-19, a marzo. Quel via vai di aerei da Shanghai, accompagnato in Italia da una campagna propagandistica a suon di bot sui social networks, si è trasformato in una operazione-spot da manuale.

Non a caso allora un mese fa, incontrando in video-chat il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il suo omologo Wang Yi ha definito il 2020 “un anno degno di una commemorazione speciale nella storia delle relazioni fra Cina e Italia”. Da Pechino, tramite il Colle, ribadiscono: nessuno si muova nel 2021.

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