Visitare Najaf, la città santa, vorrà dire per il papa aprire un contatto, un dialogo, con ogni sciita, quasi un rapporto personale con ciascuno di loro. Più che il testo del documento che dovrebbe firmare, importantissimo, è il luogo dove l’incontro e la firma dovrebbero avvenire a contare. Quel luogo costituisce il vero cuore dell’Islam sciita, e il Grande Ayatollah al-Sistani, novantenne, è sempre rimasto fedele alla teologia sciita, non accettando la svolta teocratica khomeinista

Difficile immaginare un evento più rilevante dell’incontro tra papa Francesco e il grande ayatollah al-Sistani nella città santa per tutti gli sciiti, Najaf. Ne ha parlato il patriarca caldeo Louis Sako, durante un incontro stampa online promosso dalla Conferenza Episcopale Francese e dall’Oeuvre d’Orient.

Questo evento non può essere compreso senza sapere cosa sia Najaf e cosa significhi la concreta possibilità che lì il papa firmi con al Sistani quel documento sulla fratellanza che ha firmato con la principale autorità sunnita, il grande imam di al-Azhar, al-Tayyeb.

Najaf è il luogo dove si è rotta, nel sangue del quarto califfo Ali, l’unità islamica. Ali vi fu sepolto segretamente per evitare la profanazione del suo corpo dopo essere stato ucciso non distante da lì. Da allora quel sangue divide la maggioranza islamica, i sunniti, seguaci dei califfi omayyadi, e gli sciiti, cioè “il partito di Ali”. E infatti a Najaf si trova la moschea di Ali, per gli sciiti terzo luogo santo dell’Islam, dopo La Mecca e Medina.

Quella città è da allora il cuore di un’identità religiosa: ogni credente sciita sogna in cuor suo di essere sepolto un giorno nel grande cimitero di Najaf. La discriminazione patita dagli sciiti nel corso di secoli li ha allontanati da quell’islam urbano che dalla prima sede califfale, Damasco, hanno costruito gli omayyadi, inserendolo in un contesto mediterraneo. Né gli omayyadi né gli ottomani hanno mai aperto alle scuole giuridiche sciite. Dopo una lunga stagione in cui gli arabi sciiti sono stati conosciuti per il loro impegno politico contestatario del potere soprattutto nella forma politica della militanza comunista, la rivoluzione khomeinista è intervenuta riportando lo scontro a una centralità confessionale.

In questo contesto di risentimento antico e profondo in particolare soprattutto in Iraq, Siria e Libano – ma anche altrove – il riscatto ha assunto il sapore teocratico filo-iraniano, Paese dove lo sciismo è religione di Stato. Così gli arabi sciiti sono diventati sciiti ma non iraniani agli occhi dei pasdaran che si sono avvalsi di loro per esportare la rivoluzione e la centralità della guida spirituale della rivoluzione iraniana, con una progressiva milizianizzazione delle comunità sciite. Così gli arabi sciiti sono diventati ancor più marcatamente arabi ma non sunniti per i loro compatrioti fedeli all’ortodossia sunnita. Inseriti in questo contesto di antagonismo politico-religioso, hanno subito una propaganda veementemente anti-occidentale con le ripercussioni che questo può avere sulla percezione del Cristianesimo.

Ora l’annuncio del patriarca Sako apre uno scenario nuovo. Visitare Najaf, la loro città santa, vorrà dire per Francesco aprire un contatto, un dialogo, con ogni sciita, quasi un rapporto personale con ciascuno di loro. Più che il testo del documento che dovrebbe firmare, importantissimo, è il luogo dove l’incontro e la firma dovrebbero avvenire a contare. Quel luogo costituisce il vero cuore dell’Islam sciita, e il Grande Ayatollah al-Sistani, novantenne, è sempre rimasto fedele alla teologia sciita, non accettando la svolta teocratica khomeinista.

Le parole del cardinale Louis Sako aprono dunque alla speranza di un’epoca davvero nuova, che non può che partire dall’Iraq, l’antica Mesopotamia. È dai tempi di Alessandro Magno che la Mesopotamia segna la linea di divisione tra due spazi che il khomeinismo non accetta, volendo esportare la loro rivoluzione fino al Mediterraneo, in una sorta di vendetta dopo millenni per la sconfitta di Ciro.

Oggi l’Iraq è dilaniato da un conflitto percepito come espansionismo iraniano verso il Mediterraneo o espansionismo sunnita, teso a far implodere l’Iran. Questa guerra per la conquista militare dell’Islam si combatte in tante altre terre, ma il suo epicentro è l’Iraq, la sua capitale, Baghdad, è stata sede califfale per secoli.

Il viaggio di Francesco apre una prospettiva tutta nuova, epocale. Portare la fratellanza a Najaf, luogo della memoria del martirio di Ali, riporta a galla la teologia non teocratica sciita e propone l’attualità di Abramo, il patriarca comune ai tre monoteismi, nella riconciliazione. Il sogno che gli sciiti nel mondo arabo possano diventare una ricchezza, un facilitatore di migliori rapporti di ciascun Paese con un importante vicino come l’Iran, e i cristiani una finestra araba sul resto del mondo, entra nella storia nel migliore dei modi, con un gesto epocale che nessuno fino a oggi avrebbe mai potuto pensare possibile.

I gesti da soli, certamente, non cambiano la storia, ma aprono processi, a volte impensabili. Questa coraggiosissima modalità, andare a Najaf, è il modo vero per rendere il gesto un fatto concreto per milioni di persone. Un gesto così è soprattutto una sfida, a quel realismo che si crede tale quando in realtà è rassegnazione.

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