Con una nota ufficiale (di cui non si ricordano precedenti), i capi delle Forze armate degli Stati Uniti ribadiscono la fedeltà alla Costituzione, riconoscono Biden come prossimo comandante in capo e condannano le rivolte di Capitol Hill. Le distanze tra Pentagono e Trump sono ormai abissali. Occhi puntati sul 20 gennaio

Storici ed esperti non ricordano precedenti simili. Con un memorandum ufficiale a otto firme, tutti i capi delle Forze armate degli Stati Uniti ribadiscono fedeltà alla Costituzione, riconoscono Joe Biden come prossimo “comandante in capo” e condannano duramente le “violente rivolte” di Capitol Hill. La nota è dura e significativa; riporta tutto al “rispetto della legge” e punta sul concetto di “obbedienza”, lasciando trasparire il desiderio di evitare tra le fila militari qualche uscita di troppo verso Donald Trump, soprattutto in vista dell’inaugurazione del 20 gennaio.

IL PESO

Primo firmatario il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore della Difesa, tra i pochi vertici del Pentagono rimasti al loro posto dopo il voto del 3 novembre, quando le dimissioni del segretario Mark Esper furono accompagnate in pochi giorni da tutta un’altra serie di uscite eccellenti, in polemica con Trump per la gestione del post-elezioni. Ci sono poi il vice di Milley, il generale John Hyten, e i capi delle varie forze armate: James McConville per l’Esercito, David Berger per i Marines, Mike Gilday per la Marina, Charles Brown per l’Air Force, Jay Raymond per la nuova Space Force e Danie Hokanson per la Guardia nazionale. “Il popolo americano – scrivono – si è fidato delle Forze armate degli Stati Uniti per la sua protezione e per quella della nostra Costituzione per quasi 250 anni”.

“OBBEDIENZA”

Dunque, “come fatto nel corso della nostra storia”, si continuerà a “obbedire agli ordini legali della leadership civile, a sostenere le autorità civili per proteggere vite e proprietà, garantire la sicurezza pubblica in conformità con la legge e mantenere il pieno impegno a proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti, esterni e interni”. Poi la condanna per le violenze di Capitol Hill: “Un attacco diretto al Congresso, al Campidoglio e al nostro processo costituzionale”. E ancora: “Azioni in contrasto con lo stato di diritto”, visto che “i diritti di libertà di parola e di riunione non danno a nessuno il diritto di ricorrere alla violenza, alla sedizione e all’insurrezione”.

I VALORI DA INCARNARE

“In qualità di membri del servizio, dobbiamo incarnare i valori e gli ideali della nazione”, spiegano ancora i generali. “Qualsiasi atto volto a interrompere il processo costituzionale non è solo contrario alle nostre tradizioni, ai nostri valori e al nostro giuramento; è contro la legge”. Poi la certificazione del sostegno alla transizione presidenziale, di per sé scontata, ma evidentemente non così tanto in questi giorni. Il 20 gennaio 2021, notano i generali, “in conformità con la Costituzione, confermata dagli Stati e dai tribunali e certificata dal Congresso, il presidente eletto Biden inaugurerà il suo mandato e diventerà il nostro 46esimo comandante in capo”. L’appello è direttamente a tutti gli appartenenti alle Forze armate: “State pronti, tenete gli occhi sull’orizzonte e rimanete concentrati sulla missione; onoriamo il vostro continuo servizio in difesa di ogni americano”.

LA DELICATA DIFESA

Come raccontato spesso su queste colonne, sul settore della Difesa si sono concentrati alcuni dei nodi più intricati della transizione tra Donald Trump e Joe Biden. Tra accuse di non favorire il passaggio di consegne, cambi al vertice del Pentagono e i tentativi dell’amministrazione uscente di piazzare gli ultimi colpi di coda tra ritiri e accordi militari. C’è stato poi l’attacco informatico SolarWinds, che ha fatto tremare il mondo della sicurezza a stelle e strisce, mentre a livello parlamentare è stato necessario convocare le camere durante la pausa natalizia per il primo “override” degli ultimi quattro anni, necessario a superare il veto di Trump sul budget del Pentagono per il 2021 (740 miliardi di dollari). Ora l’attesa maggiore è per la deroga legislativa che servirà al generale Lloyd Austin III per diventare prossimo segretario alla Difesa.

TRUMP ISOLATO?

Prima di tutto, la nota dei capi di Forza armata certifica distanze ormai profondissime tra il Pentagono e Trump. A leggere i documenti di quella drammatica serata, qualche segnale c’era già stato. Con uno statement ufficiale mentre il Congresso era ancora occupato, il segretario alla Difesa pro tempore Chirs Miller (scelto da Trump dopo l’uscita di Esper) spiegava che, insieme al generale Milley, aveva parlato separatamente con il vice presidente Mike Pence e i leader del Congresso, la speaker Nancy Pelosi, il senatore repubblicano Mitch McConnell e i democratici Chuck Shumer e Steny Hoyer. Contatti che hanno portata alla “piena attivazione” della Guardia nazionale, arrivata quando la situazione appariva già sotto controllo, ma comunque senza alcuna interlocuzione con il presidente Trump.

IL MESSAGGIO TRA LE RIGHE

Ora, la nota dei capi di Forza armata certifica ulteriormente la distanza tra i vertici militari e il presidente uscente. Eppure, tra le righe emerge anche un messaggio inviato a tutti i militari in vista del passaggio di amministrazione il 20 gennaio, un richiamo al rispetto della legge e ai valori fondamentali della Costituzione. Oltre alle polemiche sul comportamento degli addetti alla sicurezza nell’afflusso dei riottosi al Campidoglio, le indagini sugli eventi della scorsa settimana stanno facendo emergere da giorni le storie di alcuni dei protagonisti degli eventi. Riflettori puntati sui diversi appartenenti (o ex membri) a forze dell’ordine e forze armate, tra poliziotti fuori servizio e veterani.

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