Lo storico dirigente di Bankitalia, oggi editorialista: la diversa natura delle due banche non è necessariamente un limite, ma il Tesoro dovrebbe spiegare come, quando e a quale costo uscirà dal capitale del Monte dei Paschi. Ammesso e non concesso che Siena debba andare in sposa a Unicredit. Il successore di Mustier? La politica stia lontana e lasci lavorare il nuovo ceo

Chiarezza, prima di tutto. Le nozze di Stato tra Unicredit e Mps (qui l’intervista al segretario della Fabi, Lando Sileoni) sono, per il momento, poco più di un progetto. Non è dato sapere quando e in che modo il Tesoro (azionista al 68% del Monte) uscirà dal capitale: la deadline per l’addio a Mps e il ritorno della banca sul mercato, concordata con la Commissione Ue, è fissata per metà 2022. Oltre quella data potrebbe scattare l’accusa di aiuti di Stato.

Solo che prima di salutare Rocca Salimbeni c’è da capire chi metterà i 2,5 miliardi di ricapitalizzazione necessari a irrobustire l’istituto senese, che nel 2019 ha chiuso il bilancio con un rosso di 1 miliardo. Al netto dell’ondata di sofferenze che, complice la pandemia, sta per abbattersi sul sistema bancario nazionale e non. Angelo De Mattia, ex alto dirigente di Bankitalia e storico editorialista, parte proprio da qui: chiarezza.

De Mattia, il governo vuole a tutti i costi un partner per il Monte dei Paschi. Possibilmente Unicredit. L’idea la convince?

Qui serve prima di tutto un’operazione chiarezza. Bisogna argomentare come e perché mantenere celibe una banca, ovvero Mps, è impossibile. Dobbiamo capire innanzitutto questo. Una volta arrivati a tale conclusione, ammesso che ci si arrivi, dobbiamo capire perché proprio Unicredit. Altre banche non hanno interesse a Mps? Non penso. Ecco, già ci sono due questioni che andrebbero chiarite e che ad oggi non lo sono. E di certo non potrà bastare un’informativa in Parlamento.

Ipotizziamo per un attimo che Unicredit compri il Monte dei Paschi…

Va bene, ammettiamolo. Ecco, le sottopongo subito un’altra questione. C’è la norma che stabilisce come il ministro dell’Economia, prima di ogni operazione di cessione o variazione di capitale, debba riferire in Parlamento. Come si comporterà? E poi, la Commissione Ue, che nei fatti vigila sull’operazione insieme alla Bce, quanto ne sa circa l’uscita dello Stato da Mps? Il problema è che la scarsa chiarezza, mentre avanzano le scadenze, porta a soluzioni rabberciate, dove il venditore potrebbe finire in balia del compratore.

Ci stiamo dimenticando dei grandi soci di Unicredit, che sembrano contrari. Anzi lo sono.

Gli azionisti fanno un ragionamento diverso e cioè la non convenienza dell’operazione. Anche in questo caso però sarebbe opportuno conoscere bene le loro argomentazioni a sostegno di tale contrarietà. Mi chiedo però come sia possibile conoscerle se nemmeno sappiamo qualcosa delle reali intenzioni del Tesoro. Un altro punto interrogativo.

Resta il fatto, De Mattia, che Unicredit e Mps sono due banche estremamente diverse, per natura industriale e storia.

Se noi guardassimo alla diversa natura delle due banche, l’operazione potrebbe anche risultare interessante, perché una potrebbe essere il complemento dell’altra. Non ci sarebbe insomma, sovrapposizione. Però prima di affrontare il problema della natura delle due banche, ripeto, lo Stato deve fare chiarezza. Esce, e va bene. Ma quando? Tutto insieme o a scaglioni? E negoziando con la controparte? E a che prezzo, anche per i contribuenti? Queste sono le domande da porsi.

Jean Paul Mustier, ceo uscente di Unicredit, un mese e mezzo fa ha annunciato l’addio per divergenze sul piano industriale. Ma sappiamo tutti che l’operazione con Mps ha avuto il suo peso. Non sarà facile trovare un manager disposto al compromesso?

Non sarà facile, però ci sono una serie di soluzioni. Ci sono dei problemi connessi a una strada tracciata, le nozze con Mps, che possono complicare il tutto. L’amministratore delegato deve avere autonomia nelle decisioni, rispondendone però a bilancio chiuso. C’è una sfilza di criteri per trovare il successore di Mustier, ma qualunque nome venga fuori una cosa è certa: bisognerà permettergli di lavorare e non bisognerà mettere pressione, soprattutto politica, al nuovo ceo.

E se tali pressioni ci dovessero essere?

Sarebbe un male. Non servono pressioni di sorta, a cominciare da quelle del presidente (Pier Carlo Padoan, ndr). Il pressing della politica, se c’è stato, andava rivelato dal diretto interessato, cioè Mustier, un mese e mezzo fa. Ma così non è stato. Ora non ripetiamo l’errore.

 

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