Conte ter? Non dispiacerebbe a Salvini e Meloni. Il politologo e storico della Luiss Giovanni Orsina non ha dubbi: con la pandemia e la rabbia sociale che avanzano per il centrodestra meglio andare all’incasso più in là. Renzi? Se ascolta Mattarella perde

La spada di Damocle per la stabilità del Governo ha il solito nome e cognome: Matteo Renzi. Il veto sul Recovery fund ormai è un mantra per il leader di Italia Viva che, forte delle proposte presentate dal suo gruppo, attende la bozza definitiva che l’esecutivo dovrà firmare.

Nonostante però “Renzi ponga problemi reali, mi pare che queste mosse siano essenzialmente contorcimenti di superficie, e che quei problemi non troverebbero soluzione nemmeno se ci fosse un Conte ter o un altro Presidente del Consiglio basati sull’attuale maggioranza”.

Parola di Giovanni Orsina, storico e direttore della School of Government alla Luiss. “Sono convinto che questa legislatura non possa dare più di tanto rispetto a quanto ha prodotto fino ad ora – dice il professore – tanto più che la conformazione di questo Governo poggia su basi fragilissime. Si tratta infatti di un esecutivo trasformista che nasce, ha vissuto e molto probabilmente terminerà il suo corso all’insegna di un immenso equivoco: il Movimento 5 Stelle”.

La fase di transizione da movimento barricadero a partito di establishment non è ancora maturata, né forse maturerà mai, continua: “Si tratta di un movimento nato all’insegna della protesta e della rivendicazione di non scendere a patti con nessuno. Alla prova dei fatti, però, hanno governato con tutti. Questo ha distrutto la loto identità originaria senza dargliene una alternativa”.

Poi una constatazione. “Per paradosso, i parlamentari del Movimento 5 Stelle ora sembrano i più affezionati alla “cadrega”, nonostante abbiano perso la loro ragion d’essere e la spinta propulsiva”. Oggi il Governo trova i suoi due elementi di legittimazione: “Nella crisi pandemica e nella gestione dell’emergenza da un lato, dall’altro nel contrasto al leader della Lega Matteo Salvini”.

L’ipotesi di un Conte ter a detta del politologo non è da escludersi, sebbene “si tratterebbe di un’operazione molto complessa, con equilibri forse ancora più fragili di quelli attuali. Meccanismi che rischierebbero di crollare in ogni momento a partire dalla formazione della compagine governativa”.

Al di là quindi delle questioni poste dal leader di Iv “che forse potrebbero essere risolte soltanto con un Esecutivo di larghe intese”, alla base della debolezza di questo Governo Orsina vede “la mancanza di fiducia che intercorre reciprocamente fra i partner”.

Il gioco politico degli equilibri che si consuma sul crinale delle risorse europee è pericoloso, dice Orsina, e lo sanno bene dalle parti del Quirinale. “Se il senatore fiorentino cederà al lavoro di moral suasion del Colle, gli sarà molto più difficile aprire una crisi di Governo. A meno che quest’ultima non sia pilotata e che poi tutti rispettino gli accordi”. Pacta sunt servanda. “Se Renzi voterà il Recovery indebolirà la sua posizione di pungolo dell’Esecutivo. Poi, Renzi è Renzi: c’è una percentuale di imprevedibilità che, in quanto tale, non possiamo preconizzare”.

Se il Governo salta, torna in campo l’ipotesi del voto anticipato. “Molto improbabile, ma non del tutto da escludere”, commenta Orsina. Nel frattempo in casa del centrodestra, al netto dell’apparente immobilismo, si stanno affilando le armi. “Dall’opposizione questa partita è stata giocata molto di rimessa – dice il politologo – ma forse era giusto fosse così. Meloni e Salvini sono alla finestra, in attesa che succeda qualcosa: nel frattempo la coalizione tiene nei sondaggi e, ad oggi, potrebbe avere la maggioranza nel Paese”.

Cosa aspettarsi, invece, da Silvio Berlusconi? “Mi pare improbabile che Forza Italia funga da stampella a questo Governo. Tanto più che Berlusconi con i 5 Stelle non ci vuole avere nulla a che fare. E, storicamente, il leader degli Azzurri non è uno che fa operazioni di questo tipo. Forse FI potrebbe essere interessata all’ipotesi di un Governo di larghe intese, così come potrebbero esserlo Meloni e Salvini”.

La componente determinante che ridisegnerà gli equilibri politici, comunque, sarà “la rabbia”, chiude il politologo. “Mi sono posto spesso l’interrogativo sul come questo Paese uscirà dalla pandemia. Quanto arrabbiati saremo? Personalmente temo che lo saremo molto. Per questo a Meloni e Salvini potrebbe non dispiacere che la situazione sia gestita dal governo attuale. Potrebbero provare raccogliere i frutti della rabbia determinata dalla situazione in sé e dagli errori che sono stati commessi, tra un paio d’anni”.

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