La maggior parte dei nostri politici, di maggioranza come di opposizione, con poche e nobilissime eccezioni, sono lontani dal percepire, toccare e prendersi cura di questa crisi umana, sanitaria e lavorativa. Il Palazzo è sempre più lontano dal Paese reale. Il commento di Rocco D’Ambrosio

Pochi giorni fa Oxfam ha pubblicato un dossier dal titolo “Il virus della disuguaglianza” (oxfamitalia.org) che fotografa una situazione mondiale dove “le 1.000 persone più ricche del mondo hanno recuperato in appena nove mesi tutte le perdite che avevano accumulato per l’emergenza Covid-19, mentre i più poveri per riprendersi dalle catastrofiche conseguenze economiche della pandemia potrebbero impiegare più di 10 anni”. Mentre, per l’Italia, il rapporto DisuguItalia, sempre di Oxfam, denuncia che “a metà 2019 – secondo gli ultimi dati disponibili – il top 10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possedeva oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Allo scoppio dell’emergenza sanitaria il grado di resilienza economica delle famiglie italiane era estremamente diversificato, con poco più del 40% degli italiani in condizioni di povertà finanziaria, ovvero senza risparmi accumulati sufficienti per vivere, in assenza di reddito o altre entrate, sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi. Circa 10 milioni di nostri concittadini più poveri, con un valore medio del risparmio non superiore a 400 euro, non avevano nessun cuscinetto finanziario per resistere autonomamente allo shock pandemico”.

Dietro i numeri ci sono i volti delle persone, i drammi familiari, professionali ed economici: quelli che conosciamo per esperienza diretta e quei pochi che residui di informazione seria ci raccontano. Fa un certo effetto apprendere queste cifre, incontrare chi non ce la fa più ad andare avanti, nel mondo del volontariato o nel nostro vicinato o parentela, e poi sedersi in poltrona per seguire la crisi di governo. È un effetto stridente, che provoca rabbia e rivolta (ci auguriamo pacifica) in chi ha un minimo di coscienza e responsabilità. La maggior parte dei nostri politici, di maggioranza come di opposizione, con poche e nobilissime eccezioni, sono lontani dal percepire, toccare e prendersi cura di questa crisi umana, sanitaria e lavorativa. Il Palazzo è sempre più lontano dal Paese reale. Sono pienamente cosciente di quanto questa affermazione sia pericolosa, perché può rinvigorire forme di populismo e antipolitica, ma purtroppo sembra essere così. Per non scadere in forme populiste e antipolitiche sarebbe bene concentrarsi, per iniziare, su due elementi: l’informazione e la probità.

L’informazione, anche qui con pochissime eccezioni, è superficiale e ostaggio della rincorsa allo scoop, che sia la telefonata per un voto di parlamentare in più o i retroscena di chi irresponsabilmente l’ha causata (non certamente da solo, ma con diversi fan occulti in tutti i partiti). Perché il sistema informativo del nostro Paese fa ancora fatica a spiegarci che la posta in gioco sono i 209 miliardi di euro (una cifra enorme!) e chi e come li amministrerà? Esiste nel nostro Paese una stampa libera? Ci sono padroni ovunque, anche nell’informazione: gli stessi magari che vogliono partecipare alla divisione della torta? Non è una crisi al buio, ma è il crepuscolo degli affari che ingloba tutto. Ovviamente mi riferisco ad affari leciti, nel rispetto dei principi costituzionali e delle leggi vigenti in materia di erogazione di risorse pubbliche, appalti nella sanità, come in grandi opere o altrove. E, soprattutto, quale visione di Paese vogliamo realizzare con tutte queste risorse? Per esempio che peso hanno cultura, scuola e università? O quanto contano lo sviluppo delle zone povere (alcune aree del Sud in primis) e la crescita dei poveri in dignità e possibilità concrete di accesso al lavoro, senza dipendere da sussidi o redditi di emergenza?

Ma non tutto brilla e il virus non ha certo debellato la piaga della corruzione (con annesse collaborazioni o alleanze con la criminalità organizzata), anzi sono in molti a paventare il pericolo di un aumento delle pratiche corruttive. E ciò che ci si mette in tasca perché corrotti, ci ricorda papa Francesco, va prima di tutto a danno dei poveri (Laudato si’, 197) Chi deve amministrare questo fiume di denaro deve essere probo, che è qualcosa in più de semplice essere onesto. La probità è onestà, ma anche rettitudine morale, fedeltà al proprio mandato e agli impegni presi, è servizio con “disciplina e onore” (C.I. art. 54), è dedizione al bene pubblico, adempiendo ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (C.I., art. 2). Si parla di questi principi nel Palazzo, ci si forma ad essi? Oppure il liberismo sfrenato e l’autoreferenzialità becera sono l’unica bibbia della maggioranza dei nostri politici?

All’orizzonte ci speriamo ci sia una ripresa, non solo di salute individuale e pubblica, ma anche di qualità etica. E secondo me ci sono tre urgenze da cui non si può sfuggire, se non si vuole consegnare il Paese a populisti, sovranisti & Co.

Esse sono:

1. La riforma della legge elettorale: il Paese ha bisogno di stabilità, da una vita. L’adottare, a mio modesto parere, il modello proporzionale tedesco, senza stravolgerlo (come siamo soliti fare) potrebbe stabilizzare il Governo del Paese in un sano rapporto con i territori (i tedeschi Land).

2. La riforma fiscale: chi ha di più deve pagare di più; non è solo un principio evangelico ma anche costituzionale: tradirlo distrugge i legami comunitari e aumenta povertà, rabbia e ribellione.

3. La riforma della Pubblica Amministrazione: essa è essenziale e indispensabile; Weber diceva che “il potere è in primo luogo, nella vita quotidiana, amministrazione”. Per questo motivo essa non ha solo bisogno di indispensabili rinnovamenti tecnologici ma ha bisogno di formazione e motivazioni forti perché gli operatori si sentano ancor più al servizio del Paese.

Questa è la speranza di diversi. E chi spera, scriveva Tonino Bello, “costruisce il futuro, non lo attende con pigrizia… Cambia la storia, non la subisce”.

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