L’iniziativa di Renzi, per quanto basata su critiche giuste, è stata irresponsabile. Ma anche Conte ed il Pd devono capire che senza recuperare un’alleanza con Iv non si esce dal pantano

Il 5 dicembre del 1746 a Genova un ragazzo, Giovan Battista Perasso, detto Balilla, scagliò un sasso conto un reparto austriaco (allora gli austriaci erano alleati con i piemontesi), il cui comandante aveva obbligato dei popolani a liberare un cannone impantanato.

Quel sasso al grido di ‘’che l’inse’’ (vuoi vedere che comincia) fu l’inizio di una rivolta che attraversò tutta la città. Quel ragazzo è entrato nella storia col suo soprannome. ‘’I figli d’Italia si chiaman Balilla’’ è un verso dell’Inno di Mameli; con questo nome erano pre-militarizzati gli adolescenti durante il fascismo. Balilla era anche un tipo di autovettura molto popolare (sia pure di un certo livello) prodotta dalla Fiat negli anni ’30 del secolo scorso.

Sicuramente il lancio del sasso portò fortuna al ragazzo; certo non come quello con cui Davide mandò al Creatore il gigante Golia, ma penso che Balilla non si aspettasse di passare, con quel gesto, alla storia, aia pure minore. In ogni caso la ‘’sassata’’ liberatoria è entrata nell’immaginario collettivo, tanto da scomodare persino i piccioni da quando l’espressione ‘’tirare un sasso in piccionaia’’ è divenuta lo pseudonimo di un’azione che rompe un equilibrio finto e poco trasparente.

Sarà per il significato di questa metafora che, in certi ambienti, il ‘’sasso’’ di Matteo Renzi contro il governo Conte 2 è stato salutato come un gesto di riscossa (che l’inse, appunto) e di un nuovo inizio. Io non la penso così. Luciano Lama mi ha insegnato che, in politica, non serve avere ragione, bisogna riuscire a farsela dare. Criticare il governo Conte 2 è più facile che sparare sulla Croce rossa; è sicuramente il peggiore di tutti i governi, eccezion fatta per gli altri possibili in questa legislatura. Ma è senz’altro peggiore la prospettiva delle elezioni anticipate verso la quale ci siamo pericolosamente avviando.

A questo punto, però, non si tratta di denunciare la mancata coerenza di Renzi (che è stato il vero king maker del governo a cui, nei giorni scorsi, ha sfilato la poltrona da sotto i ‘’magnanimi lombi’’). Solo gli sciocchi e i presunti moralisti si attaccano a questi principi che possono, anzi devono, essere derogati da un leader che si trovi ad affrontare contesti mutevoli e diversi. Sono altre le domande da porre a Renzi dopo la intemerata imposta – da padre padrone – a Italia viva.

In sostanza, anche se nell’estate del 2019, Renzi fu il primo a capire che Matteo Salvini aveva compiuto un passo falso e che poteva essere – insperatamente – messo fuori gioco tanto da imporre ad un riottoso Nicola Zingaretti un’alleanza con il super-nemico pentastellato, Renzi non era affatto tenuto a rinunciare, ora, alle proprie istanze per coerenza con quella scelta. Il punto cruciale della questione è diverso. Ma per spiegare il nostro ragionamento occorre compiere alcuni passi indietro.

La scelta del senatore di Rignano fu criticata (soprattutto a sinistra), ma lui non si perse d’animo e rispose: “preferivate forse l’aumento dell’Iva – scrisse l’ex premier nella sua newsletter – l’odio verbale elevato a stile di governo, le rappresaglie mediatiche contro qualche decina di migranti fuggiti dalla fame e dalla guerra, la strumentalizzazione social contro le persone di colore, l’opacità sulle tangenti richieste ai russi, le campagne elettorali permanenti in spiaggia, lo spread ai massimi, l’isolamento dell’Italia in Europa, i saluti romani in piazza? Preferivate forse i pieni poteri a Salvini per cinque anni? Io no.

E anche se umanamente e personalmente mi costa molto, domani voto la fiducia al governo Conte 2”. In un’altra occasione Renzi mise a fuoco un ulteriore motivo per spiegare la sua decisione: “Se Salvini e Meloni votano un presidente europeista e filo atlantico bene – sottolineò Renzi in una intervista a Repubblica – ma in ogni caso va invece scongiurato il rischio di ritrovarci con un Capo dello Stato tipo Orbán”. Come se non bastasse il chiarimento, l’ex premier insistette sul concetto che intendeva esprimere: “abbiamo mandato a casa Salvini per evitare che l’Italia diventi sovranista e anti Bruxelles come l’Ungheria”.

In quest’ultima frase – in sintesi – vengono richiamati i motivi essenziali (potremmo definirli persino genetici ed esistenziali) in nome dei quali l’ex premier Matteo Renzi divenne protagonista della costituzione del Conte 2: motivi che furono infusi nel dna di quella nuova maggioranza e di quel governo che misero il rosso al posto del verde. La domanda è: Renzi ha cambiato – legittimamente – opinione nei confronti di quelle due priorità? Non si direbbe, visto che il leader di Italia viva, nella conferenza stampa in cui ha dimissionato le sue silenziose ministre, ha ribadito che mai e poi mai il suo partito si alleerà con la destra sovranista ed antieuropea.

Peraltro, il primo obiettivo è stato raggiunto: l’Italia non è diventata soltanto uno degli Stati più allineati con l’Europa, ma il governo ha svolto un ruolo non secondario nella definizione del Pacchetto Recovery Fund, diventando il nostro Paese il maggior beneficiario. Lassù a Bruxelles qualcuno ci ama? Soprattutto ci teme, perché siamo insieme la prima linea e l’anello debole nella battaglia contro il sovranismo che, grazie alla nostra dabbenaggine, potrebbe riprendere forza. Ecco allora che i 209 miliardi non servono solo alle riforme e alla resilienza, ma anche a contenere la ripresa del sovranpopulismo oggi in Italia domani in Europa.

Tutto ciò quando negli Usa gli elettori hanno provveduto a tagliare la testa del serpente. Il governo Conte 2 è quello che è stato ed è ma nel Parlamento eletto nel 2018 esistono le condizioni di un esecutivo migliore? Ma soprattutto è davvero quest’ultima la priorità se l’Italia dovrà limitarsi a eseguire i compiti che le saranno assegnati da Bruxelles, con un marcamento a vista sui programmi e la loro attuazione? No.

Il gioco non vale la candela. Soprattutto perché il ricorso alle elezioni anticipate consegnerebbero alla destra non solo il governo del Paese, ma anche la gestione del Recovery (ammesso e non concesso che il duo Salvini-Meloni non arrivi a rifiutarlo) e, ahimè, l’elezione di un presidente della Repubblica di conio sovranista. Un partito che – come il Pd – si è imbarcato in una avventura rischiosa come quella di un’alleanza con il M5S al solo scopo di garantire – con grande fatica – la conferma di una linea europeista (a Bruxelles e sul Colle a Roma), deve arrivare per forza in fondo e conseguire quei risultati per recuperare la fiducia dell’elettorato. Se si fa cogliere in mezzo al guado finisce per non arrivare mai all’altra sponda e di affogare miseramente.

Ecco perché l’iniziativa di Renzi – per quanto basata su critiche giuste – è stata, a mio parare, irresponsabile. Ma anche Conte ed il Pd devono capire che senza recuperare un’alleanza con Iv, la situazione non riuscirà a continuare per quanto è ancora indispensabile. In ogni caso andare alle elezioni, perderle e consegnare il potere alla destra sarebbe un modo – mutatis mutandis – per celebrare, con un altro clamoroso errore, il centenario del Pci.

Il Psi, dopo aver subito la scissione di Livorno il 21 gennaio 1921, l’anno dopo, nella prima settimana di ottobre. celebrò un congresso straordinario a Roma per espellere la frazione riformista. Giacinto Menotti Serrati, leader dei massimalisti, prese il treno per recarsi a Mosca a comunicare la risoluzione a Lenin ed ottenere, così, l’ammissione alla III Internazionale comunista. Il 28 di quello stesso mese i fascisti effettuarono la Marcia su Roma.

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