In politica il gioco del rapporto psicologico tra i vari attori principali conta non poco e non è difficile poter supporre la reazione di Matteo Renzi, dopo essere stato tra i primi artefici della nascita del governo giallorosso, nell’osservare un signore che si era definito “avvocato del popolo”, uno che fino a poco prima era un semi sconosciuto professore di Diritto civile, risalire velocemente la scala del potere e fare di Palazzo Chigi il centro di “Roma Padrona”. L’analisi di Luigi Tivelli

Alla base della vera e propria disfida tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, aperta il 9 dicembre e durata per oltre un mese tra ultimatum, colpi di scena, rilanci e apertura di nuovi fronti, c’è una questione di fondo di psicologia del potere che non conta solo nelle dittature ma che esercita un ruolo molto significativo anche nelle democrazie.

Matteo Renzi era diventato premier in giovane età dopo essere stato in ancora più giovane età sindaco di Firenze. Nel nostro ordinamento, il sindaco gode di un’investitura ed ha una dotazione di poteri ben più ampia e penetrante di quella di un presidente del Consiglio e Matteo Renzi ha voluto adottare un modo d’essere da presidente del Consiglio a mo’ di “sindaco d’Italia”. Ha cercato infatti di riportare più poteri possibili a Palazzo Chigi e di fare della presidenza del Consiglio il motore permanente del governo, il tutto accompagnato da una certa accelerazione e una certa fretta, come avveniva per esempio tuonando e insistendo sulla  “rottamazione”, accelerando un processo di sostituzione delle classi dirigenti e tramite l’attacco agli “alti burocrati”. Apparteneva a questo stesso stile di governo. Il pigiare l’acceleratore a manetta sulle riforme, con lo slogan di “una riforma al mese”, riforme che ebbi occasione di definire come “riforme fatte dal “tapis roulant”, in quanto risentivano della fretta con cui venivano emanate, come fu ad esempio per la riforma della scuola e per quella della pubblica amministrazione, che non lasciarono certo tracce significative. Comunque sembrava gli fosse riuscita, ma solo fino ad un certo punto, l’operazione di fare di Palazzo Chigi la centrale di tutti i poteri. Poi tutti sanno cosa avvenne con la forzatura della riforma costituzionale e del relativo referendum e l’epoca del Renzi con una certa tentazione di fare “l’uomo solo al comando” finì con le schede nelle urne del referendum.

Ebbene, in politica il gioco del rapporto psicologico tra i vari attori principali conta non poco e non è difficile poter supporre la reazione di Matteo Renzi, qualche anno dopo, dopo essere stato tra i primi artefici della nascita del governo giallorosso, nell’osservare un signore che si era definito “avvocato del popolo”, uno che fino a poco prima era un semi sconosciuto professore di diritto civile, risalire velocemente la scala del potere e fare di palazzo Chigi il centro di “Roma Padrona”, soprattutto grazie alle politiche e alle azioni poste in essere in risposta alla crisi e alle emergenze del Covid-19. Non deve essere stato piacevole per Renzi vedere che il vero pendolo del potere, che anche ai tempi dei governi Berlusconi, nonostante l’accorta regia di Gianni Letta a Palazzo Chigi, pendeva dal lato del ministero dell’Economia, da dove Giulio Tremonti “dava le carte”, gravita ora decisamente sulla presidenza del Consiglio. E questo non solo per la lunga successione dei Dpcm emanati in solitudine e al di fuori di ogni controllo parlamentare dal premier, ma soprattutto per l’ubriacatura di nuovo statalismo, di vari aspetti di nuovo intervento dello Stato nell’economia quasi tutti sotto il controllo diretto da Palazzo Chigi, favoriti dal gioco di sponda fra Giuseppe Conte e le istanze stataliste (si pensi ad esempio alle autostrade) dei 5 Stelle. E così, di fatto, Conte un partito ce l’ha, e si chiama PSI, Partito Statalista Italiano, al quale prova ad opporsi, ma esce regolarmente sconfitto il PCI, il Partito della Crescita Italiana.

E questa centralità di il Palazzo Chigi grazie al predominio del partito statalista, che predilige tra l’altro i sussidi, va a scapito della possibilità di liberare la crescita. Ebbene Renzi, pur tra qualche intemperanza, è stato tutto sommato accorto, perché non ha posto la questione in termini di “invidia di potere”, ma si è presentato tra l’altro con una lettera in 61 punti di rilievi rispetto ad un Recovery Plan che era stato scritto (ovviamente) a palazzo Chigi un po’ con i piedi e in ritardo. Ha rilevato l’anomalia di un premier che per la prima volta tiene per sé la delega ai servizi segreti, e ha sottolineato lo stop and go con cui si affrontano le politiche per il Covid-19.

Certo, rispetto all’opinione pubblica ha pesato l’immagine dello scontro tra un avvocato che usa il fioretto e la tecnica del rinvio e un combattente che usa la spada: il primo dall’alto di una popolarità in calo ma sempre attorno al 50%, il secondo con una popolarità attestata su livelli molto bassi, penalizzato poi dal fatto che in questi frangenti, tra crisi del Covid-19 e l’avvio della fase delle vaccinazioni gli italiani non amano molto sentire parlare di crisi di governo.

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