Vista l’importanza della Siria nello scacchiere mediorientale e negli equilibri del Mediterraneo e del Nord Africa, può essere utile ripercorrere, prima di analizzare i possibili sviluppi della situazione geopolitica innescati dal conflitto, le cinque fasi lungo le quali si è dipanata la guerra siriana che è risultata essere la conseguenza più esplosiva e sanguinosa di tutto il fenomeno delle cosiddette “Primavere arabe”. L’analisi di giancarlo Elia Valori

Dopo ormai 10 anni di guerra civile, stando ai dati dell’Osservatorio siriano dei diritti umani (un’organizzazione non governativa di base a Londra), nel 2020 sono state uccise in Siria “soltanto” 6800 persone, la cifra più bassa dal 2011. In totale, nel lungo e insanguinato decennio i morti sono stati 387000, dei quali 117000 civili innocenti, vittime di una guerra iniziata con una protesta studentesca e trasformatasi in breve tempo in una piccola “guerra mondiale” che ha visto in campo forze turche, iraniane, russe e americane, oltre ai contendenti “locali” e cioè l’esercito lealista di Bashar Al Assad e le varie milizie autoctone, dai curdi del nord est ai miliziani jihadisti di vario colore o estrazione.

Vista l’importanza della Siria nello scacchiere mediorientale e negli equilibri del Mediterraneo e del Nord Africa, può essere utile ripercorrere, prima di analizzare i possibili sviluppi della situazione geopolitica innescati dal conflitto, le cinque fasi lungo le quali si è dipanata la guerra siriana che è risultata essere la conseguenza più esplosiva e sanguinosa di tutto il fenomeno delle cosiddette “Primavere arabe”.

La prima fase, nel marzo del 2011, venne innescata da una manifestazione di studenti a Deraa che, sull’onda delle prime proteste in Egitto e Tunisia, scesero in piazza per chiedere la democratizzazione del regime di Assad, basato su un gruppo dirigente alawuita (una setta minoritaria di derivazione sciita) che da oltre quarant’anni era al potere in una Paese nel quale i sunniti, nemici storici degli sciiti, rappresentavano – allora come oggi – il 65% della popolazione.

La repressione poliziesca delle manifestazioni studentesche fu durissima e, grazie anche a una sapiente campagna di informazione e disinformazione di Al Jazeera – l’emittente televisiva del Qatar abilissima nella difesa degli interessi della “Fratellanza Musulmana” protetta e sostenuta dall’Emiro di Doha – le proteste si estesero rapidamente in tutto il Paese, mentre le forze di Assad tentavano di controllarle con il pugno di ferro militare. Presto quella che sembrava una riedizione del ’68 francese in veste araba, si è trasformata  in una guerra civile conclamata.

All’inizio del 2012, seconda fase della crisi, la protesta nelle strade si è trasformata infatti in conflitto armato per la discesa in campo di milizie sempre meglio armate e organizzate, grazie alle armi e ai soldi del Qatar e della Turchia di Erdogan.

Mentre il regime di Damasco iniziava a perdere il controllo di territori strategici nel nord e nel sud del Paese, cedendo agli insorti la città di Aleppo, l’Iran, preoccupato per le sorti del regime e della minoranza alawuita, faceva intervenire nel conflitto le milizie sciite di Hezbollah, dal vicino Libano, e “consiglieri militari” del “Corpo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana”, una potente organizzazione paramilitare creata dagli Ayatollah per difendere gli interessi di Teheran all’estero e la stabilità della repubblica teocratica, all’interno.

Nella primavera del 2013, il regime siriano appariva sull’orlo del collasso, ma grazie all’aiuto iraniano riusciva a mantenere il controllo della Capitale e dei porti strategici di Latakia e Tartus, nei quali era “ospite” una forte presenza navale russa. La terza fase, segna l’internazionalizzazione del conflitto, con la nascita dell’Isis e l’intervento americano e turco.

Nel giugno del 2014 un gruppo politico-militare sunnita composto da ex esponenti iracheni del regime di Saddam Hussein, di fronte alla ormai totale emarginazione in Iraq della minoranza sunnita ad opera della maggioranza sciita, decide di costituire lo “Stato Islamico di Iraq e Siria”, un’organizzazione militare jihadista mirante a costruire una nuova nazione sunnita a cavallo di due stati considerati “bastardi” perché concepiti dal colonialismo anglo-francese.

Le forze armate dell’Isis, sotto la guida del “Califfo” Al Baghdadi, conquistano rapidamente la città di Raqqa e territori del Nord Est ai confini con la Turchia e con il Kurdistan iracheno e grazie inizialmente all’aiuto turco minacciano di sterminio le popolazioni curde siriane e instaurano un sanguinoso regime del terrore lelle aree conquistate.

La minaccia dell’Isis provoca il primo intervento americano, con bombardamenti mirati a difesa dei curdi, mentre la Turchia appoggia oltre al Califfato anche la formazione di milizie sunnite raccolte sotto la sigla di “Jabhat Al Nusra”, che riducono progressivamente il controllo del territorio siriano da parte delle forze lealiste fedeli a Damasco.

Nel 2015, quarta fase del conflitto, le sorti del regime di Assad sembrano segnate: l’esercito di Damasco non controlla neanche tutta la Capitale, l’isolamento internazionale del regime è quasi assoluto e le forze sunnite dell’Isis e di Al Nusra sembrano destinate a una vittoria che consegnerebbe la Siria agli integralisti e riporterebbe al centro della scena mediorientale una Turchia neo-ottomana il cui leader, Tayyip Recep Erdogan, mira al duplice obbiettivo di ridimensionare definitivamente l’irredentismo curdo e di assicurare ad Ankara il ruolo di centro di gravità di tutto lo scacchiere.

È a questo punto che la Russia scende direttamente in campo, affiancando la propria aviazione alle forze iraniane schierate a difesa di Assad e segnando un capovolgimento delle sorti di un conflitto sempre più confuso e sanguinoso.

Nella quinta e ultima fase della guerra siriana, grazie all’appoggio militare russo, che porta quasi a uno scontro diretto tra le forze di Mosca e quelle turche, le forze armate siriane riconquistano non solo il controllo totale della Capitale ma anche di tutte le città cadute sotto il controllo dell’Isis e dei suoi alleati, da Aleppo a Raqqa, ormai ridotte e un cumulo di macerie dai combattimenti strada per strada e dai bombardamenti russi e americani.

La conquista definitiva di Deraa, la città simbolo della guerra civile, da parte dei militari di Assad alla fine del 2018 segna la fine delle speranze dei sunniti e dei loro sostenitori interni ed esterni di abbattere il regime laico-alawuita di Damasco, senza che tuttavia, come dimostrano i 6800 morti del 2020, la Siria possa considerarsi pacificata. La guerra civile siriana ha avuto impatti significativi in tutto il Medio Oriente e in Europa.

Oltre 3 milioni di profughi si sono riversati in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. Parte di essi è arrivata anche in Europa attraverso la Grecia, mentre Erdogan è stato “convinto”, con una donazione di 7 miliardi di euro, a limitare, prima, e a bloccare, poi, il flusso di migranti siriani verso il Vecchio Continente.

La Siria, oggi, è un Paese in macerie che resta tuttavia uno snodo fondamentale per gli equilibri del Medio Oriente. Il ruolo giocato finora nel conflitto da Russia, Iran e Turchia e, sia pure marginalmente, dagli Stati Uniti e da Israele, dimostra che quella che sembrava la “Primavera araba” di Damasco, in realtà rappresentava un tentativo di sfruttare l’impopolarità internazionale del regime di Assad per alterare a favore di Ankara, del Qatar e dei sunniti più reazionari gli equilibri regionali.

Nonostante il colpo di coda militare turco che, nel 2019 ha tentato di eliminare definitivamente la minaccia curda dalle sue frontiere impossessandosi di territori siriani, la Siria oggi sta tornando progressivamente a integrarsi nel mondo arabo.

Un mondo che è sopravvissuto all’impatto di false “primavere” che, malamente analizzate da un Occidente miope e superficiale, non sono state all’inizio inquadrate nella loro portata più realistica, quella, cioè, di un tentativo ben orchestrato dalla parte più retriva dell’Islam politico, di abbattere i governi secolari del mondo arabo-musulmano.

Grazie all’impegno dell’Egitto di Al Sisi, Damasco è rientrata nella Lega araba e ha progressivamente riallacciato i rapporti diplomatici con la maggior parte delle nazioni arabe. Il Cairo, con il suo sostegno ad Assad, tenta di limitare la forte presenza iraniana nella regione e l’attivismo spregiudicato del presidente turco Erdogan, che ancora sogna di diventare il “dominus” dello scacchiere.

La parte peggiore della guerra siriana si è conclusa. Il Califfato è stato sconfitto militarmente, ma controlla ancora alcune fette di territorio nel nord est del Paese e resta in grado di portare attacchi sporadici contro le forze armate regolari. La Turchia resta una minaccia alla stabilità della Siria, un paese semidistrutto, con un’economia al collasso, un collasso reso più vicino dalle sanzioni americane e dalla pandemia di Covid 19.

Egitto, Stati del Golfo e Russia si tanno adoperando per riportare alla normalità i rapporti della Siria col resto del mondo, avviando i primi passio del processo di ricostruzione fisica di un paese in macerie. Anche la Cina e la Corea del Nord sono della partita, una partita che in futuro avrà importanti, positive ricadute economiche per i protagonisti del processo.

Europa e Stati Uniti per ora stanno a guardare accontentandosi di mantenere in piedi un sistema di sanzioni indiscriminate che hanno effetti negativi non sulla stabilità del regime ma sul benessere dei suoi cittadini.

Dopo un decennio di guerra, la Siria ha diritto alla pace e alla ricostruzione, un processo complesso al quale l’Europa dovrebbe guardare con pragmatismo e razionalità, ricordando la riflessione di Henry Kissinger secondo il quale “in Medio Oriente non si può fare la pace senza la Siria”.

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