Le proteste in Tunisia non si fermano, e secondo Profazio, associate fellow presso IISS e analista esperto di Maghreb alla Nato Foundation, il rischio è che questa situazione di instabilità generale, la diffusione delle proteste, la percezione di una sostanziale anarchia possa favorire le forze politiche che pensano alla restaurazione di un ordine precedente alla Primavera del 2011

Un trentenne ha cercato, ieri, di uccidersi dandosi fuoco per strada ad Al Batan, città del governatorato di Manouba, a ovest della capitale Tunisi. Il gesto riproduce quello del 17 dicembre 2010, quando Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante si gettò addosso benzina, accendendo poi non solo il suo corpo ma la fiamma della rivolta tunisina che ha dato il via alle Primavere arabe. Le attuali manifestazioni antigovernative, in piena crisi socioeconomica aggravata dalla pandemia (che in Tunisia ha colpito 181.885 persone e ha provocato 5.750 decessi su circa 12 milioni di abitanti) coincidono con il decimo anniversario della Rivoluzione dei Gelsomini e – come detto su queste colonne da Mattia Giampaolo – dimostrano che “la crisi è di fatto rimasta tal quale dopo il 2011” perché “le questioni sociali reali non sono mai state risolte”.

È diminuita l’intensità, ma i disordini procedono ormai da cinque giorni. I giovani scesi in strada per protestare contro “il lockdown politico” non si fermano, e nonostante sia intervenuto l’esercito per controllare la situazione – e la polizia abbia operato 632 arresti, anche di minorenni – le manifestazioni anti-sistema continuano. “Atti vandalici” ha ribadito in varie occasioni il portavoce del ministero dell’Interno, ed è un’affermazione parte della narrazione: descrivere coloro che sono scesi in piazza contro il governo come vandali serve per giustificare eventuali mosse aggressive; per denigrare la piazza; per svilire quelle voci.

“Se in un primo momento le restrizioni dovute alla pandemia erano anche comprensibili e c’era stata accettazione sociale di lockdown e misure varie, con il lungo andare le tensioni sociali dovute alla condizione economica e alla disoccupazione sono esplose. Tutto era abbastanza prevedibile”, spiega a Formiche.net Umberto Profazio, associate fellow presso l’IISS e analista esperto di Maghreb della Nato Foundation.

Profazio ricorda la coincidenza con il mese di gennaio, già in passato un appuntamento turbolento, e con il decennale della rivoluzione del 2011, e aggiunge che “il lockdown fatto apposta per l’anniversario (ossia sovrapponendo l’esigenza di rispettare direttive sanitarie a quella di limitare le manifestazioni, ndr) è stato interpretato come una restaurazione autoritaria che probabilmente ha portato alla diffusione delle proteste su tutto il territorio nazionale”.

La situazione politica in Tunisia è molto complicata, con tensioni di fondo tra primo ministro e presidente (già emerse nei mesi scorsi), “così come lo scontro continuo tra la coalizione di maggioranza e l’opposizione”, aggiunge Profazio, ossia “una tensione continua tra le forze che possono essere considerate figlie della rivoluzione del 2011, quelle islamiste o post-islamiste a seconda dell’accezione e guidate da Ennahda, e quelle che si rifanno alle posizioni precedenti alla Primavera”.

Nella previsione dell’analista della Nato Foundation, questa situazione di instabilità generale, la diffusione delle proteste, la percezione di una sostanziale anarchia, potrebbe risultare favorevole alle forze politiche che si rifanno a un disegno di restaurazione dell’ordine politico precostituito prima del 2011.

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