Il politologo americano di Harvard, padre del soft power, spiega a Formiche.net perché l’intesa fra Ue e Cina sugli investimenti avrà ricadute negative nei rapporti con gli Stati Uniti di Biden, “una manifestazione di hard power economico” di Xi Jinping. Huawei, 5G, guerre marine. Ecco le mine da disinnescare nel 2021 per evitare una nuova Sarajevo, a Pechino

Solo un coordinamento ferreo fra Europa e Stati Uniti può evitare che la Guerra Fredda con la Cina si trasformi in una nuova Sarajevo. Quel coordinamento, dice a Formiche.net Joseph Nye, tra i massimi politologi americani, già sottosegretario di Stato alla Difesa con Bill Clinton, decano della Kennedy School di Harvard e presidente della Trilaterale, “è mancato del tutto” in occasione dell’accordo sugli investimenti appena siglato fra Bruxelles e Pechino.

È un problema non da poco, spiega Nye. La maxi-intesa, celebrata da una videoconferenza con i presidenti di Commissione e Consiglio europeo Ursula von der Leyen e Charles Michel insieme al presidente cinese Xi Jinping, ha sì aperto dopo sette anni di negoziati una crepa in un muro apparentemente infrangibile, quello che impedisce agli investitori europei di fare affari nel Dragone, rallentati o del tutto frenati dall’iper-centralizzazione dei processi decisionali e da un’imponente macchina burocratica. Ma, aggiunge, i suoi effetti andranno soppesati nel tempo.

Il primo, già tangibile, è una reazione irritata che filtra da Washington DC, da parte del transition team di Joe Biden e Kamala Harris. Tanto che, alla vigilia della firma, il consigliere per la Sicurezza nazionale designato dal presidente-eletto, Jake Sullivan, ha rotto gli indugi su Twitter: “Consultazioni tempestive con i nostri partner europei sulle nostre comuni preoccupazioni circa le pratiche economiche della Cina sarebbero gradite all’amministrazione Biden-Harris”.

Cartellino giallo, anzi arancione. “Sarebbe stato saggio permettere all’amministrazione Biden di esprimere le sue opinioni prima di siglare quell’accordo – confida Nye a Formiche.net. Non a caso, “sembra che la Cina fosse intenta a completare il trattato prima che Biden entrasse nello Studio ovale, e io sospetto che non volesse vedere una cooperazione europea e statunitense su come rispondere al mercantilismo cinese”.

Al vertice inaugurale online, oltre alle due istituzioni Ue, erano presenti il presidente francese Emmauel Macron ed Angela Merkel, ma non Giuseppe Conte, il premier che, ormai due anni fa, ha siglato la prima adesione ufficiale di un Paese G7 alla Via della Seta cinese.

C’è chi ha parlato di un’esclusione non casuale, che certifica l’irrilevanza italiana sul dossier cinese. Per Nye sono dubbi mal riposti. Il politologo, che per primo ha inventato il termine “soft power” negli anni ’90, spiega che quest’intesa ha poco a che vedere con l’influenza diplomatica: “Credo che entrambe le parti in causa fossero molto più preoccupate dall’hard power economico che dal soft power”.

Dopotutto, come tante firme hanno rilevato su Formiche.net in questi giorni, il forfait italiano potrebbe non nuocere nel medio periodo, come dimostrano i nervi tesi negli Usa per il patto fra Ue e Cina. Biden, ne è convinto Nye, seguirà in parte le orme di Donald Trump sul dossier.

“È probabile che Biden abbia un approccio più prevedibile e meno ideologico di quello di Trump, ma su temi come la manipolazione cinese del commercio o del sistema di investimenti internazionale, credo che le politiche saranno simili. Su dossier quali l’interdipendenza ecologica, il cambiamento climatico o la pandemia, ci sarà un aumento della cooperazione”.

Due, secondo il politologo di Harvard, le mine che rischiano di esplodere nel confronto fra Stati Uniti e Cina nel 2021. “Sarà difficile elaborare regole nel Sistema di commercio che permettano la protezione contro i rischi alla sicurezza senza al contempo innescare una spirale sempre più profonda di protezionismo. La Cina lamenta che gli Stati Uniti ritengano, a mio avviso giustamente, aziende come Huawei un rischio per la sicurezza nazionale e vedono a loro volta in aziende come Google e Facebook una minaccia al loro sistema autoritario. Nel campo militare, il comportamento cinese nel Mar Cinese meridionale, dove continua a ignorare le decisioni normative del Tribunale della Legge del mare e gli sforzi americani per garantire la libertà di navigazione continueranno”.

Per disinnescare il fronte tecnologico, ribadisce, Ue e Usa devono parlarsi. Il 2021 sarà l’anno del 5G, la rete di ultima generazione ormai pronta alla fase di implementazione, anche in Europa. Prima, però, bisogna risolvere il nodo sicurezza: escludere le compagnie cinesi come Huawei e Zte accusate di spionaggio dagli Usa o tenere tutti dentro? Nye non ha dubbi. “Gli Stati europei farebbero cosa saggia a realizzare che permettere alle aziende cinesi di controllare i loro sistemi di telecomunicazione li espone a enormi rischi alla sicurezza in futuro. Non importa quali promesse o incentivi queste aziende discutano oggi, saranno sempre sottomesse al Partito comunista cinese e al governo”.

L’altra faccia della medaglia vede un duro braccio di ferro in corso fra Washington DC e Bruxelles sulle big tech. Con il Digital Services Act e il Digital Market Act la Commissione Ue ha stretto la morsa normativa sulla Silicon Valley, dalla privacy alle tasse. Forse troppo, chiude il politologo americano. “Se non sarà gestita nel modo giusto, questa potrà diventare una fonte di frizioni. Ma ci sono tutte le buone ragioni per riprendere il dialogo fra Ue e Usa sulla tecnologia, l’economia. E la democrazia”.

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