Parla il segretario della Fabi, il sindacato dei bancari: i grandi soci sono contrari perché vedono più ragioni politiche che industriali dietro l’operazione. Ma si tratta di due banche molto diverse tra loro per natura e storia. In ogni caso, non permetteremo che paghino i lavoratori

La politica, ancora una volta, entra in banca. Non è sempre un bene, ma non è detto che sia sempre un male. Le possibili nozze tra Unicredit e Mps se e quando saranno, porteranno la firma del palazzo. Le vuole il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri ma non le vogliono i grandi soci di Unicredit. Leonardo Del Vecchio, azionista all’1,9% e le Fondazioni, Cariverona e Crt. Un blocco che vale il 5,36 del capitale, pronto a ostacolare un matrimonio a detta degli stessi dal sapore troppo politico e poco industriale.

Un mese e mezzo fa, la prima vittima eccellente del piano del governo, il ceo Jean-Paul Mustier, che ha salutato la banca milanese sull’onda di un progetto mai veramente condiviso, che passa attraverso una ricapitalizzazione di 2 miliardi. Formiche.net ne ha parlato con Lando Sileoni, numero uno della Fabi, il sindacato italiano dei bancari.

Sileoni, i grandi soci di Unicredit non sembrano essere d’accordo con la fusione con Mps. Condivide?

Il governo e il Tesoro vogliono affrontare una situazione che va avanti da tempo, senza avere voglia di chiedere proroghe all’Europa. Del Vecchio fa un’altra valutazione, legata a questioni di mercato: l’operazione secondo lui non sta semplicemente in piedi. La mia opinione è che gli azionisti vogliano qualcosa in più per dare il sì, mentre il Tesoro vuole semplicemente trovare uno sbocco per uscire dal capitale di Mps.

E i lavoratori del credito come vivono questo confronto?

Molto semplice, non permetteremo bagni di sangue a discapito dei lavoratori. E non permetteremo una mobilità selvaggia, che purtroppo è l’alternativa ai licenziamenti. Nel momento in cui dovesse sparire il marchio Mps, ci potrebbe essere un riassetto di filiali e sportelli. Ma noi non lo accetteremo.

Anche perché le banche sono in piena rivoluzione digitale. Il che non fa sempre rima con risorse umane.

Non è vero. Gli istituti che si stanno digitalizzando si appoggiano su società di consulenza e comunque la digitalizzazione non si può gestire senza fare a meno delle persone.

Torniamo a Unicredit. Mettiamo che si fonda con Mps. Poi che succede?

Ci sarà un problema di posizionamento sul mercato. Perché vede, il fatto è che ci sono due banche diverse. Unicredit potrebbe smantellare la sua rete sul territorio mentre il Monte dei Paschi al territorio è fortemente legato. Si capisce come occorra trovare un equilibrio, anche in un’ottica di fusione.

Non sono in pochi ad aver fatto notare la diversa natura delle due banche, anche storica.

Più che altro è uno scontro di mentalità, quasi di filosofia. Però se proprio vuole saperlo il vero problema è un altro. Sono due banche che non hanno puntato, negli ultimi anni, sui ricavi. Questo è il problema, come tornare a puntare sui ricavi? Unicredit ha smantellato gran parte della rete, Mps ha avuto molti guai e non ha pensato ai ricavi.

La regia delle nozze Unicredit-Mps è politica, non ce lo nascondiamo. Preoccupato?

In realtà no. Perché io pensavo che all’inizio ci fosse una regia politica protesa a occupare gli spazi da altri gruppi bancari. Ora, se qualcuno ha in testa di mettere le mani su una banca questo posso anche crederlo. Ma come sempre accade, chi ci mette le mani e viene dalla politica, non sempre ha la giusta competenza. E allora, sarà il mercato a guidare la futura banca, su questo sono abbastanza sicuro.

A inizio anno sono entrate in vigore le nuove regole Ue sugli Npl. Il che potrebbe avere conseguenze non banali su banche e clienti. Che ne pensa?

Le banche, anche quelle straniere, sanno che sarà molto difficile fare dei licenziamenti in quanto dovrebbero dichiarare lo stato di crisi con l’inevitabile fuggi-fuggi della clientela. Sugli Npl c’è una preoccupazione di fondo, perché spesso gli Npl vengono ceduti a società terze e ci vorrebbe un intervento del governo che possa aiutare quei clienti che si ritrovano col coltello sotto la gola di queste società che comprano crediti a prezzi stracciati. Poi c’è un altro problema.

Sarebbe?

I 100 euro di rosso per le famiglie sul conto e 500 per le imprese (la soglia per risultare cattivi pagatori, ndr). Una iattura, bisognerebbe garantire le famiglie e le imprese trovando una soluzione con l’Europa con l’Abi e il governo italiano. In un momento come questo non si possono accettare regole così stringenti.

 

 

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