L’Iran ha organizzato manifestazioni per l’anniversario dell’uccisione di Soleimani attraverso i suoi satelliti regionali. Gli Usa (e Israele) continuano a temere rappresaglie, che però forse non arriveranno presto

A mezzanotte e quarantasette minuti del 3 gennaio 2020 un drone della Cia ha lanciato due missili Hellfire contro un convoglio composto da due veicoli che viaggiano lungo una strada vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad: da lì a pochi minuti si seppe che l’attacco aveva ucciso il generale che guidava l’unità d’élite Quds Force dei Pasdaran, Qassem Soleimani, e il capo della Kataib Hezbollah nonché leader della Forza di mobilitazione popolare che raccoglie tutte le milizie sciite in Iraq, Abu Mahdi al-Muhandis. Per onorare il primo anniversario dell’uccisione dei due leader – il primo considerato un già storico eroe nazionale dai conservatori iraniani, l’altro un suo braccio destro regionale – ieri centinaia di persone hanno percorso a piedi quella strada delle capitale irachena. Un’autostrada bloccata, per volere delle milizie e dei Pasdaran (che hanno organizzato la spettacolare cerimonia), mentre anche in altri Paesi della regione ci sono state manifestazioni simili.

In realtà molti dei cartelli appesi in strada nei giorni precedenti sono stati via via strappati (eloquenti le immagini dalla Palestina) perché Soleimani e il suo top scagnozzo di Baghdad rappresentano qualcosa di cui molti iracheni, iraniani, libanesi, palestinesi e così via sono stanchi: ossia impersonano la volontà con cui l’Iran vuole tessere la sua tela imperiale sul Medio Oriente, attraverso la costruzione del network di milizie collegate alla teocrazia, indottrinate con l’ideologia e imbonite con i finanziamenti. Milizie che hanno creato attorno a loro un sistema mafioso per il controllo del potere. E un’ampia fetta di cittadini – di Paesi come l’Iraq, l’Iran, il Libano, tutti in nette difficoltà economiche, politiche e sociali – sono esausti. Tanto più adesso che la pandemia li stringe al collo. Anche perché nell’intento dei Pasdaran c’è l’obiettivo strategico di costruire influenza, collegato a quello tattico di mantenere un ingaggio costante contro i nemici: Stati Uniti, Israele e regni sunniti del Golfo.

Un clima esasperante che nelle ultime due settimane ha fatto segnare nuovi picchi di tensione. Gli americani sono certi che le milizie teocratiche si vorranno vendicare ancora, dopo la salva di missili che lo scorso 6 gennaio ha colpito basi irachene che ospitano anche soldati americani. Quello fu un attacco di forma, perché Teheran non poteva lasciare impunita l’uccisione del suo Achille: ci furono diversi militari statunitensi feriti (di cui Washington ha comunicato ben poco, e i danni subiti sono stati minimizzati e scoperti solo mesi dopo), ma ora i falchi iraniani potrebbero volere qualcosa di più simbolico. Anche in vista del 18 giugno, data in cui si svolgeranno le elezioni presidenziali e in cui gli ultra-conservatori puntano al bottino grosso per cancellare gli anni di amministrazione Rohani, un pragmatico moderato che ha cercato sempre di tenere i reazionari lontani dal potere (compito impossibile, anche perché giocato contro i più senza scrupoli tra i Pasdaran e i loro tentacoli politici, molto diffusi soprattutto nel mondo importante dell’industria militare).

Da giorni sia Washington che Tel Aviv, e chiaramente anche Riad e Abu Dhabi, tengono alte le antenne perché temono che l’attacco – in qualche forma, non si esclude sotto la firma velenosa e vigliacca di un attentato – possa arrivare da un momento all’altro. Qualcosa di simbolico, utile a infuocare i proseliti (come quelle migliaia di persone che per convinzione ideologica e per interesse erano in strada ieri sera), ma anche di facilmente negabile. Perché per queste fazioni lo scontro aperto sarebbe deleterio – l’Iran non ha capacità di contenere un’offensiva americana – ma il mantenimento di un livello di ingaggio continuo tra il basso e il medio è invece utile per la propaganda e dunque per tenere in piedi quelle strutture di interesse (economico e politico). L’Iran comunque non agirà prima dell’ingresso di Joe Biden alla Casa Bianca, dicono due ex capi del Mossad al Jerusalem Post. Mentre il ministro degli Esteri iraniano accusa Israele di progettare attività fase flag per indurre l’amministrazione Trump ad azioni avventate.

Secondo le informazioni disponibili, tra le strutture (intelligence e Pentagono) non c’è l’ipotesi di un’azione. Il dispiegamento militare che si è visto in questi giorni – lo schieramento di un sottomarino e la missione di due B-52 – è un’attività di deterrenza parte di una guerra psicologica giocata da entrambi i lati. Oggi l’Iran ha per esempio iniziato ad arricchire l’uranio oltre il 20 per cento, ossia superando il limite imposto dal Jcpoa, l’accordo per il congelamento del programma atomico da cui gli Usa trumpiani sono usciti nel 2018 e in cui la presidenza Biden potrebbe rientrare. Una mossa reversibile anche questa più simile a una psyco-op che a un progetto, compiuta anche tenendo conto di quel delicato equilibrio politico interno tra falchi e pragmatici (sia moderati che conservatori). Un funzionario statunitense dice alla Reuters che la “USS Nimitz” resterà schierata al di fuori del Mar Arabico (mentre doveva tornare negli Usa) per un po’ di tempo, ma la mossa è più precauzionale che legata a nuove informazioni specifiche – mentre pochi giorni fa era stata fatto passare alla stampa un barrage informativo su notizie di intelligence che dipingevano come imminente la rappresaglia iraniana.

Condividi tramite