Le parole del pontefice in occasione dell’intervista esclusiva rilasciata al Tg5 hanno toccato la pandemia, ma non solo. “Tutta la classe dirigenziale non ha diritto di dire io… deve dire noi e cercare una unità di fronte alla crisi”. L’articolo di Riccardo Cristiano

In queste settimane pandemiche papa Francesco non ha mai fatto vacillare il suo messaggio di fondo: siamo tutti sulla stessa barca, nessuno si salva da solo, da una crisi non si esce come si era prima, se ne esce o migliori o peggiori. Queste indicazioni ieri hanno preso sostanza, indicazioni fattuali su come procedere.

Il ragionamento di Francesco è partito dall’approccio alla dimensione globale dei problemi più gravi: la sua intervista è partita dal problema dell’infanzia abbandonata, tradita, lasciata senza cibo e senza scuole, un’emergenza legata alla diffusione dei conflitti armati, che costituiscono già una terza guerra mondiale, a pezzi, ma terza guerra mondiale. “Le statistiche delle Nazioni Unite – ha sottolineato – sono spaventose su questo”, ricordando quella che spiega come le spese per un mesi di conflitti consentirebbero da sole di sfamare tutto il genere umano in tutto il mondo. Se noi usciremo dalla crisi “senza vedere queste cose, l’uscita sarà un’altra sconfitta. E sarà peggiore. Guardiamo solo questi due problemi: i bambini e le guerre. Questa è la prima emergenza da risolvere e la pandemia impone di partire da qui”.

La seconda emergenza è quella che potremmo chiamare “la tendenza suicida”. Anche noi, individualmente, abbiamo doveri in questa emergenza pandemica, e vaccinarsi è un dovere etico perché vaccinandosi non solo si protegge la propria vita, ma anche quella altrui. Qui è parso chiaro che il papa veda una preoccupante deriva anti scientifica: “Se i medici lo presentano come una cosa che può andare bene e che non ha dei pericoli speciali, perché non prenderlo? C’è un negazionismo suicida, in questo, che io non saprei spiegare”. E ha reso noto che lui si è già prenotato per vaccinarsi.

Proprio questo dovere etico di vaccinarsi ha consentito al papa di arrivare all’altro grande tema, quello di come la politica deve porsi davanti alla crisi. Infatti parlando del vaccino per salvare se stessi e tutelare gli altri ha affermato che “questa è la sfida: farmi vicino all’altro, vicino alla situazione, vicino ai problemi, farmi vicino alle persone”. Nemica della vicinanza è “la cultura dell’indifferenza?”. Si parla, ha proseguito “di un sano menefreghismo dei problemi, ma il menefreghismo non è sano. La cultura dell’indifferenza distrugge, perché mi allontana”. Ed è arrivato alla necessità, in questa fase pandemica, di “pensare al noi e cancellare per un periodo di tempo l’io”. Questo porta alla terza emergenza: la politica che deve provvisoriamente rimuovere l’io, il desiderio di imporre la propria visione, per unire. Ogni partito, è emerso chiaramente dalle sue parole, sempre può pensare legittimamente a elezioni, ma in questa fase no, “questo è tempo di semina”, ha detto espressamente e chiaramente.

Il suo discorso si è rivolto quindi alle classi dirigenziali, nella Chiesa come nella società: “Tutta la classe dirigenziale non ha diritto di dire io… deve dire noi e cercare una unità di fronte alla crisi”. In questo momento, “un politico, un pastore un cristiano, un cattolico anche un vescovo, un sacerdote, che non ha la capacità di dire noi invece di io non è all’altezza della situazione”. E i conflitti politici? Il papa che ha spesso parlato dei conflitti da non nascondere, ha ribadito che i “conflitti nella vita sono necessari, ma in questo momento devono fare vacanza”, fare spazio all’unità “del Paese, della Chiesa, della società”. Indubbiamente è molto importante per la politica quel che il papa ha detto, ma non si può non cogliere anche la rilevanza ecclesiale e capire cosa il papa abbia detto a pastori, anche quelli cattolici, presi anche loro nel turbine della polarizzazione dei conflitti.

Non poteva mancare un passaggio sulla situazione americana, alla quale il papa si è riferito con parole molto importanti all’Angelus, citando addirittura Pio XII e quel che disse alla viglia della seconda guerra mondiale, quando affermò che nulla si ottiene con la violenza, mentre così tanto si perde. Nell’intervista un passaggio ha colpito molto, probabilmente anche i leader religiosi americani: “Gruppi para regolari che non sono ben inseriti nella società, prima o poi faranno queste situazioni di violenza”.

Avviandosi alla conclusione il papa ha collegato l’appello al noi al rifiuto della cultura dello scarto, nella quale tutti coloro che sembrano costituire un problema vengono scartati: bambini, anziani, migranti, bambini non nati. Non è un problema religioso, ha affermato, ma umano. Anche un ateo avverte per papa Francesco il tema se considerato così: ho il diritto di risolvere un problema eliminando una vita umana?

Il grande appello per affrontare la pandemia con il noi e non con l’io ha spiegato il realismo al quale Francesco ha fatto frequente appello: “Serve realismo”, ha detto: ed è parso evidente che il vero realismo è quello di chi vede l’ordine dei problemi che esistono e non quello di chi li piega all’illusione di poter continuare a ignorare la realtà, a nasconderla, per calcolo o per fatalismo. Se un altro realismo sia possibile dipende da noi, dal coraggio che richiede il realismo.

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