Prende corpo l’ipotesi di convincere o peggio, costringere, Big Pharma a cedere i brevetti relativi ai vaccini ai governi nazionali, affinché ogni paese si produca il vaccino da sé. Ma la mossa potrebbe pregiudicare gli investimenti in ricerca e sviluppo. L’avvocato Cerulli Irelli: il problema della scarsità delle dosi non dipende dai brevetti. Cambiare le regole in corsa è sbagliato

La pandemia è un problema globale, il vaccino può non essere altrettanto? Ma quando si parla di industria, di investimenti, di ricerca e di innovazione bisogna andarci con i piedi di piombo. La questione del giorno sono i brevetti legati alla produzione dei vaccini anti-Covid. Molti Paesi colpiti dal virus, con le economie in ginocchio, stanno scontando la mancanza di sufficienti dosi di vaccino. E con la terza ondata legata alle nuove varianti, il tempo stringe. Una vaccinazione di massa, ben organizzata (soprattutto in Italia), può fare la differenza nei prossimi mesi. Il problema, però, è come trovare le forniture.

Bisogna andare a monte della catena per capire. Le aziende farmaceutiche che stanno producendo il vaccino, come Pfizer-Biontech, Moderna, e AstraZeneca, hanno un brevetto che protegge e tutela le loro produzioni. Questo significa che solo quelle aziende possono produrre il siero in grado di sconfiggere il coronavirus, limitando la capacità produttiva, visto che produce solo chi ha il brevetto (almeno per adesso). Uno status quo che ha innescato un dibattito che proprio in queste ore sta prendendo corpo. E cioè, perché non convincere (o costringere) le case farmaceutiche a vendere i brevetti ai governi, che a quel punto potrebbero lanciarsi nella produzione autonoma di vaccini?

Il meccanismo è quello della condivisione dei brevetti al fine di arrivare a una capacità di produzione su scala globale, finora impossibile. Il governo compra il brevetto dall’azienda farmaceutica che produce il vaccino, indennizzandola adeguatamente, per poi girarlo alle big pharma nazionali affinché possano a loro volta produrre il siero. In questo modo, è il punto di caduta, ogni Paese potrebbe prodursi da sé vaccino e sconfiggere, autonomamente, il virus. Un’idea che, almeno secondo quanto riportato da Repubblica, lo stesso premier Mario Draghi vorrebbe sottoporre al G7. Idea, comunque, per ora ritenuta troppo estrema dalla Commissione europea, vista come una specie di esproprio.

C’è chi sostiene una simile tesi, come l’ex premier Romano Prodi, intervenuto a Porta a Porta. “Penso proprio che sia indegno dell’umanità che non sia possibile per tutti dar vita ai vaccini. Tenere il brevetto, la riserva di fabbricazione, quando si è in una pandemia come questa, è inumano. Credo che i costruttori potrebbero poi essere indennizzati, ma le imprese che li fanno devono metterlo a disposizione di tutti. E in Italia in poco tempo saremmo capaci anche noi di produrlo. In tutto il mondo, dobbiamo avere dieci miliardi di vaccini, sennò la pandemia torna indietro”.

Una sponda a Prodi è arrivata da Franco Bassanini, ex ministro, oggi presidente di Open Fiber. “Di fronte a una pandemia non può valere la protezione dei brevetti. Il G7 presieduto da Draghi imponga la fabbricazione su licenza in tutti gli stabilimenti del mondo, indennizzando Pfizer e Moderna per gli investimenti fatti”, ha scritto su Twitter Bassanini.

Problema. Se un’azienda farmaceutica viene convinta o peggio costretta a cedere i propri brevetti, come potrà in futuro avere l’incentivo a fare ricerca e innovazione? La domanda è lecita: investire anni e anni di ricerca e sforzi per trovare un farmaco innovativo contro una malattia grave per poi vedersi sfilare il brevetto (comprato, si intende, non regalato), potrebbe scoraggiare Big Pharma.

Com’è noto, infatti, il brevetto è lo strumento attraverso il quale un’azienda riesce a rientrare economicamente della spesa sostenuta. Una condivisione forzosa e su globale rischierebbe di eliminare qualunque forma di incentivo all’innovazione. Di qui una terza via, con cui, forse, salvare le condivisibili ragioni industriali e di mercato delle aziende. Ovvero accordi bilaterali di produzione tra le aziende proprietarie del brevetto e quelle “locali”.

Formiche.net ne ha parlato con l’avvocato Vittorio Cerulli Irelli, socio dello studio Trevisan & Cuonzo ed esperto di proprietà intellettuale. “Questa polemica è incomprensibile. Il collo di bottiglia è industriale, tecnico e regolatorio, non brevettuale. Stiamo parlando di prodotti altamente tecnologici, molto complessi da produrre, in particolare su scala così vasta assicurando i necessari livelli di sicurezza. Non mi pare ci sia alcuna evidenza di capacità produttiva inutilizzata a causa dei brevetti”, spiega Cerulli Irelli.

“Non sono quindi i brevetti il problema, ma la insufficiente capacità produttiva; anzi i brevetti garantiscono i necessari incentivi per gli immensi investimenti ora necessari, come dimostrano i recenti accordi di Pfizer con Sanofi e Novartis, in forza dei quali anche queste ultime riconvertiranno propri siti produttivi alla produzione dei vaccini”.

E “analoghe iniziative dovrebbero essere messe in campo anche da noi. In questo momento, anche se l’offerta fosse dieci, venti o trenta volte maggiore, sarebbe comunque tutta assorbita dalla domanda e consentirebbe al titolare della esclusiva brevettuale di monetizzare il proprio investimento anche sul prodotto che non oggi riesce a fare (e quindi a vendere). Per cui non è certo il brevetto l’ostacolo, ma la capacità anche tecnica di produrre e l’approvazione regolatoria sulla conversione industriale degli impianti, che giustamente non si può ottenere in pochi giorni, dovendosi verificare molti aspetti di sicurezza. Ed è su tali aspetti che si dovrebbe concentrare l’attenzione, per agevolare la riconversione produttiva ed incrementare la produzione”.

Secondo l’esperto, “queste osservazioni fanno anche giustizia di tutte le critiche di queste settimane ai contratti europei. Conoscendo le dinamiche di queste situazioni, è difficile immaginare un produttore che avrebbe potuto accettare, per prodotti così innovativi e dai molti aspetti ancora sconosciuti, soprattutto sul fronte della produzione, di sottoscrivere clausole vincolanti e accettare penali sui ritardi di consegna. Perché quindi sollevare dubbi sulla capacità dei negoziatori? Tra l’altro la presenza, che è trapelata in queste settimane, di clausole cosiddette best effort in capo ai produttori comunque impone l’applicazione della massima diligenza possibile nell’esecuzione dei contratti”.

La conclusione di Cerulli Irelli: “mi sia poi consentita una notazione di politica del diritto. Lo sviluppo di questi vaccini è un risultato eccezionale, reso possibile proprio dal quadro brevettuale e regolatorio del mercato farmaceutico (che ha spinto decine di aziende nel mondo a cimentarsi con l’impresa, in molti casi senza successo). Modificare ex post la situazione potrebbe avere nel lungo periodo conseguenze deleterie, disincentivando futuri investimenti. Senza evidenze del fatto che sono i brevetti la causa della attuale situazione di scarsità, ci si dovrebbe astenere dal mettere a rischio tale equilibrio”.

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