Non basta spendere bene e tutti i fondi previsti dalla dotazione riservata all’Italia, servono riforme che accompagnino ogni investimento. Il report del centro studi Cassa Depositi e Prestiti che va di pari passo con la visione di Mario Draghi

 

Mario Draghi, nella sua ora di discorso al Senato questa mattina (qui l’intervento integrale) lo ha fatto capire più volte. Questa è l’ora della responsabilità, dell’unità e, soprattutto, non si può sbagliare più un colpo sul Next Generation Eu. Che, per l’Italia, ma forse per l’Europa tutta, vale la salvezza e la rinascita.

C’è un’assonanza di fondo tra il messaggio arrivato dalla mattinata di Palazzo Madama e quanto sostenuto dal Centro studi di Cassa Depositi e Prestiti nel suo ultimo report, dedicato per l’appunto al Recovery Plan. E cioè che non basta prendere dei soldi e spenderli in qualche capitolo di spesa in conto capitale (per la spesa corrente c’è già il veto Ue). Serve agganciare una riforma strutturale a ogni voce di uscita del Piano.

RECOVERY NEL SEGNO DI DRAGHI

“La vera sfida”, scrivono gli economisti coordinati da Andrea Montanino nel documento, “è rendere il Recovery Fund un vero game changer. Ma questo dipenderà da
come i progetti e le riforme finanziati attraverso i fondi europei avranno la capacità di modificare nel lungo periodo la produttività dell’economia italiana, innalzando strutturalmente il profilo di crescita del Paese”. Il senso di fondo è chiaro: servono riforme al seguito degli investimenti.

“Il grado con cui i fondi verranno effettivamente impiegati in investimenti”, si legge ancora, “sia pubblici che privati, potrà influenzare in maniera significativa la produttività e le prospettive di crescita di lungo periodo dell’economia italiana. Infatti, è ragionevole ipotizzare che, quanto maggiori saranno le risorse effettivamente impiegate in programmi di investimento, accompagnate dalle riforme necessarie, tanto maggiore sarà la capacità del piano di incidere strutturalmente sulla crescita dell’economia”.

TRA INVESTIMENTI E RIFORME

Ed è proprio nelle conclusioni nel documento che si rintraccia la linea espressa dal premier nelle sue dichiarazioni programmatiche. Per una ripresa tonica e strutturale dell’economia italiana occorre assolutamente “utilizzare la totalità dei fondi a disposizione nell’arco di tempo considerato, poiché nel lungo periodo una crescita più debole del Pil reale, causata da una minore capacità di spesa, potrebbe prolungare il periodo di inattività per una maggiore quota della forza lavoro (aumentando così il rischio di perdita di capitale umano e competenze) e rallentare il flusso di investimenti infrastrutturali, con minori effetti sulla produttività complessiva del sistema economico.”

E soprattutto, “accompagnare i programmi di investimento con progetti di riforma
che possano stimolare la produttività totale dei fattori di produzione, aumentando così nel lungo periodo gli effetti temporanei della domanda aggregata indotti dall’impiego dei fondi europei.”

In sostanza, “l’importanza di introdurre riforme strutturali deriva dall’ispirazione stessa del programma. I progetti finanziati con i fondi europei, infatti, dovrebbero essere in grado di modificare strutturalmente il tasso di crescita dell’economia di lungo periodo, rendendo dunque stabile il contributo di più breve periodo derivante dal recovery Fund che in questa sede è stimato essere pari a circa lo 0,7% medio annuo per il triennio 2021-2023.”

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