Forse ci siamo. L’Italia può tornare a giocare un ruolo importante per sé e per l’Europa. Per riuscirci è necessario che la svolta di questi giorni si consolidi e cominci a produrre i suoi frutti

Non è una cosa da poco quanto avvenuto con la nascita del nuovo governo. Può rappresentare una scelta cruciale per il paese e per l’Unione, in piena crisi sanitaria ed economica, mentre tutto sembrava precipitare. Avevamo un governo in difficoltà, privo di strategia, bloccato sull’emergenza pandemica, rinchiuso in sé stesso, accerchiato dall’esterno da forze sovraniste che avevano fatto dell’antieuropeismo il loro portabandiera.

In pochi giorni siamo passati da questa condizione di grande incertezza e ad una del tutto opposta, con un governo forte, retto da una maggioranza schiacciante, presieduto da uno dei migliori leader italiani ed europei, che all’estero ci viene invidiato. Un governo paragonabile a quelli del primo dopo guerra. Un governo “politico”, parlamentare, in linea con i principi della nostra Costituzione.

Ma la cosa più sorprendente è che si tratta di un governo sostenuto da forze che hanno operato una inversione ad “U” per quanto riguarda la loro appartenenza all’Europa: da sovraniste scatenate ad europeiste. Basti pensare al governo nato subito dopo le elezioni del 2018 che aveva nel “sovranismo” e nell’antieuropeismo il suo punto di maggior coagulo. Oggi siamo al secondo cambio di passo, ancora più ampio ed importante rispetto a quello compiuto col governo precedente, ad agosto del 2019.

Una novità imprevista, che ha meravigliato molti osservatori europei ed internazionali. Una grande opportunità per il nostro paese, che esce così rafforzato in ambito europeo ed internazionale, non solo all’interno, per affrontare meglio la pandemia e le sue conseguenze economiche e sociali molto gravi.

Vediamo brevemente. A livello nazionale, il presidente del Consiglio ha indicato le priorità su cui lavorare: la campagna vaccinazioni, la riforma sanitaria, la scuola, il sostegno ai disoccupati, le politiche attive del lavoro e gli aiuti selettivi alle imprese, mentre per il Pnrr ha confermato le missioni, ma ha proposto la sua rimodulazione con la riduzione e la trasversalità dei progetti.

Ha poi indicato le tre riforme prioritarie per riavviare un paese ingessato: un fisco semplificato e progressivo, una pubblica amministrazione più snella e competente e una giustizia civile più semplice e veloce. Ma al di là delle questioni di merito e della sobrietà del linguaggio, ha tracciato un programma condivisibile dai più, ed indicato, questa una novità importate, un’idea di paese, una prospettiva. Ciò che va fatto per rilanciare la crescita, lo sviluppo e l’occupazione, in particolare quella giovanile e femminile, settori dove l’Italia mostra carenze e arretratezza. Uno sforzo immane, dopo vent’anni di quasi stagnazione.

Per riuscirci ha indicato la politica economica necessaria, chiedendo un sostegno politico forte e la sospensione dello scontro fine a sé stesso. Il Paese aveva ed ha bisogno di un impegno corale. Serve una “unità del paese, che non è un’opzione, ma un dovere”, ha detto il presidente del Consiglio in Parlamento.

Impossibile non essere d’accordo, vista la situazione così difficile e compromessa, erigendosi a difesa di campanilismi politici di parte, spesso privi di contenuti. Siamo stati molto tempo ad aspettare una proposta decente del governo precedente sul Piano per la ripresa e la resilienza, arrivata agli inizi di gennaio, con grande ritardo e dopo molte traversie. Una proposta che va ripresa. Bisognosa di interventi per renderla più adeguata ed efficace.

In verità non volevo parlare di questo, ma del cambio di passo radicale, come dicevo, che il governo Draghi rappresenta a livello internazionale e, in particolare, a livello europeo. Per il prestigio del presidente del Consiglio, per le linee programmatiche espresse e per la larghissima maggioranza che lo sostiene in Parlamento. Una maggioranza che vede rafforzata la scelta del Movimento 5 Stelle verso l’Europa ed annovera la Lega, già partito sovranista ed anti-europeo per eccellenza, tra i sostenitori più convinti del governo, che ha fatto dell’Europa il fulcro principale della sua azione. “Senza Italia non c’è Europa” ha detto Draghi, aggiungendo che, “… senza Europa c’è meno Italia”, indicando il rapporto con la Francia, la Germania ed i paesi europei del Mediterraneo come il fulcro delle proprie alleanze per rafforzare l’Unione.

Affermazioni che non si prestano ad equivoci e che, se sostenute con serietà dal Parlamento, potranno rilanciare l’azione del nostro paese, in ambito europeo ed internazionale, e quella dell’Ue, tenuto conto di quanto sta avvenendo a livello globale e del cambio di passo degli Usa, con la fine dell’era Trump. Perciò per il governo e per l’Italia la vera sfida sarà in Europa. Infatti oltre alla gestione del Recovery Plan, in ambito nazionale ed europeo, abbiamo davanti due scadenze immediate in vista della preparazione del bilancio 2022: la questione relativa alle “procedure per deficit eccessivo di bilancio” e quella del “Patto di Stabilità”, che va cambiato o, quanto meno, ne va mantenuta la sospensione.

Ma ce n’è un’altra di sfida che attende l’Europa, una sfida cruciale, come lo stesso Draghi sostiene da tempo, che ha avuto un riconoscimento con l’approvazione delle sovvenzioni comuni a sostegno dei vari paesi. Mi riferisco al completamento dell’Eurozona ed al passaggio verso una Unione politica e democratica, che richiede un adeguamento delle sue Istituzioni e del processo decisionale. Ma questa è un’altra “storia”. Meglio, questa è la “storia” a cui mettere mano a breve termine.

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