L’economista e docente Luiss: dagli industriali una proposta condivisibile, da accogliere subito così si vaccinerebbero cinque milioni di italiani e si eviterebbero nuove restrizioni. Il Recovery Plan deve avere un’unica parola d’ordine: investimenti. Transizione digitale ed ecologica? Era ora…

Bisogna mettercela tutta per battere pandemia e recessione. Per questo la proposta di Confindustria, mettere a disposizione le fabbriche per vaccinare più italiani possibili, è una gran pensata. Perché, dice a Formiche.net l’economista e docente Luiss, Giuseppe Di Taranto, se si vogliono evitare nuove fatali restrizioni, bisogna spingere l’acceleratore sui vaccini.

Di Taranto, partiamo da Mario Draghi. C’è grande fiducia nei suoi confronti. Mercati, Europa. Non è poco. Però ora c’è da scrivere un Recovery Plan…

La premessa è ottima e questo lo dimostra la repentina caduta dello spread da quando Draghi è premier. Parliamo di un risparmio di 3 miliardi. Tutto questo ci deve far capire quanto sia gradita dentro e fuori l’Europa la sua presenza. Abbiamo ora bisogno di credibilità, perché solo essendo credibili si possono fare piani credibili.

Ha in mente un’idea di Recovery Plan?

Occorrono progetti strutturati e strutturali, con delle riforme ad essi agganciati. Non è più tempo di interventi a pioggia. Credo che Draghi abbia ben compreso questa necessità.

Su idee e progetti incombono però possibili nuove restrizioni. Sarebbe il colpo di grazia alla nostra economia. Confindustria ha lanciato una proposta pur di evitare nuovi lockdown, mettere a disposizione le imprese per vaccinare dipendenti e cittadini.

Mi pare una proposta condivisibile, perché solo con un’accelerazione della vaccinazione possiamo battere la pandemia. E questo perché l’economia altro non è che una variabile dipendente dalla salute. Niente salute, niente economia. In questo senso gli industriali hanno ragione, la trovo un’ottima proposta. Si potrebbe arrivare a 5 milioni di italiani vaccinati se consideriamo i dipendenti delle aziende associate e le rispettive famiglie.

Come potremmo, poi, ristorare ancora quelle attività colpite in caso di nuove restrizioni? I soldi sono finiti, abbiamo già fatto molto deficit…

I ristori vanno dati alle categorie colpite, non c’è dubbio su questo. Però Draghi ha messo in chiaro un principio. Se ci saranno delle restrizioni, le si comunicheranno per tempo e non è poco. Adesso però è ora di investire, ci sono i soldi dell’Ue e dobbiamo investire, soprattutto nelle infrastrutture.

Il governo Draghi ha portato in dote anche nuove denominazioni per alcuni dicasteri. Per esempio c’è quello per la transizione digitale. Scelta azzeccata?

Direi di sì. Oggi scontiamo un grande gap in questo Paese, c’è in gioco il nostro futuro, che poi sarebbero i giovani. Era ora di un ministero ad hoc per questo tipo di missione. E lo stesso vale per l’altra transizione, quella ecologica. Nei prossimi anni in Ue si prevedono 16 milioni di nuovi occupati grazie alla green economy. Non le pare una grande opportunità?

Di Taranto, pochi giorni fa il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha detto che in aprile l’Ue ridiscuterà la riattivazione del Patto di Stabilità. Qualcuno in Europa non ha perso il vizietto…

Dombrovskis è da sempre un falco, lo sappiamo. Ora però bisogna capire una cosa: dall’austerità bisogna passare alla solidarietà e bisogna stare attenti a certe uscite, come quelle di cui stiamo parlando. Oggi certe regole sono state sospese, il Patto di Stabilità in primis e le norme sugli aiuti di Stato. Parlare di Fiscal Compact è pericoloso, c’è il rischio che lo spread salga perché in mercati sanno bene che i Paesi stanno facendo deficit e debito per fronteggiare la pandemia.

Dunque?

Dunque il Patto, se tornerà, non può e non deve tornare nelle forme originarie. Per questo certe dichiarazioni sono fuori luogo. Del tutto fuori luogo, spaventano i mercati. E anche gli stessi governi.

 

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