Cultura della sicurezza, programmazione, investimenti ed export. Tutte le sfide della Difesa per l’esecutivo Draghi secondo il generale Vincenzo Camporini, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali, già capo di Stato maggiore della Difesa. La conferma di Guerini non deve stupire; nel precedente governo ha operato efficacemente

Per molti versi il governo guidato da Mario Draghi rappresenta una rottura con paradigmi consolidati, che peraltro si erano dimostrati insufficienti di fronte alle vicende che stiamo vivendo. Tuttavia, anche quando sembra necessario mutare radicalmente gli assetti, con riferimenti che non sono più quelli ideologici, ma che puntano all’azione concreta, pragmatica ed efficace, occorre salvaguardare con cura alcuni specifici settori, che sono i fondamentali dello stato. Uno di questi è la Difesa, meccanismo complesso e articolato, che ha peraltro dimostrato, anche nella critica situazione della pandemia, di saper reagire con prontezza a supporto delle autorità civili, spesso supplendo a pericolose carenze.

Non deve quindi stupire la decisione di riconfermare al vertice del dicastero il ministro Lorenzo Guerini, che nel precedente governo ha operato efficacemente, tenendosi accuratamente lontano dai riflettori e da sterili polemiche pseudo-politiche. Certo, non devo essere io a giudicare e a dare voti, ma in questi mesi turbolenti la macchina ha funzionato, sotto la guida di un operatore attento, che sicuramente non si è limitato alla gestione, ma ha dato un rinnovato impulso ad adeguamenti strutturali e normativi necessari, anche in relazione ai rapporti con la realtà nazionale e internazionale. Bene dunque che, per proseguire su questa strada, sia stata scelta la linea della continuità, nella piena consapevolezza che le cose da completare, così come quelle da avviare, sono tante e comportano impegni che non si esauriscono certamente in una stagione.

Il tema di fondo rimane quello della costruzione nel Paese di una cultura della sicurezza che non può essere limitata ai ristretti ambienti degli specialisti, ma deve entrare a far parte del sentire comune e ispirare l’azione del mondo politico e del governo. Ovviamente, si parla di sicurezza in senso lato, e non solo in quello militare: d’altronde la pandemia in atto ci ha drammaticamente ricordato che anche le società più moderne e avanzate sono suscettibili a rischi spesso imprevisti e che è necessario predisporre gli strumenti necessari alla prevenzione e alla reazione anche in tempi “tranquilli”. La predisposizione dello strumento militare, in particolare, richiede una pianificazione di lungo respiro, sia per la componente personale, sia per quella dei mezzi.

Per quanto concerne la prima, si sta facendo sempre più urgente una verifica dell’adeguatezza di quanto previsto in tema di organici dalla “legge Di Paola” 244/12, non solo e non tanto per quanto attiene alle consistenze numeriche, ma soprattutto per l’inserimento, certo non facile, di misure atte a favorire l’abbassamento dell’età media del personale, che sta raggiungendo livelli incompatibili con un’accettabile efficienza operativa. In tema di personale occorrerà sciogliere il nodo delle rappresentanze sindacali: dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale è stato avviato il processo legislativo e un testo è da tempo all’esame del Parlamento, ma molte sigle sono già comparse, a seguito di un’improvvida circolare emanata a suo tempo dalla ministra Elisabetta Trenta. Il tema è assai delicato poiché occorre evitare che questa riforma vada a interferire con i processi decisionali esclusivi su cui si basa la stessa ragion d’essere dell’istituto militare.

Per quanto attiene agli equipaggiamenti, i programmi di ammodernamento stanno procedendo, in modo accettabile per Marina e Aeronautica, un po’ meno per l’Esercito: basti citare la problematica dei corazzati, con il nostro Paese e la nostra industria tagliati fuori dall’unico programma avviato in Europa, quello franco-tedesco e i reparti che si affannano sugli Ariete, il cui programma di aggiornamento ha suscitato non poche perplessità.

Ma in tema di approvvigionamenti, preso atto delle sostanziali positive novità in materia di rapporti tra Difesa e Sviluppo economico, si fa sempre più palese e urgente la necessità di una rapida approvazione del disegno di legge per la programmazione sessennale, strumento prezioso per garantire la stabilità finanziaria e consentire sia all’acquirente che al fornitore una pianificazione che non sia soggetta alle fibrillazioni del momento.

Altro dossier di rilevante importanza riguarda l’esigenza di procedere al completamento del processo di riforma della Difesa, nelle sue strutture e nei rapporti tra le sue componenti in senso unitario e interforze (anche qui il riferimento è alla legge 244), così come autorevolmente sottolineato in Consiglio supremo della Difesa lo scorso mese di ottobre. Non sarà facile, poiché la mentalità di campanile è ben radicata nelle gerarchie militari e in questo si avverte fortemente la necessità di direttive politiche chiare e determinate, che non lascino scampo a chi vuole pervicacemente difendere il proprio cortile.

Le tematiche dei rapporti intereuropei e internazionali sono così complesse e articolate da meritare una trattazione a parte, ma mi preme qui evidenziare due questioni particolarmente delicate. La prima riguarda l’export di sistemi per la difesa, per il quale sul piano nazionale è urgente il completamento della normativa riferita al cosiddetto G2G, cioè che l’Amministrazione svolga un ruolo diretto nei confronti con i paesi stranieri acquirenti, con la pubblicazione del lungamente atteso regolamento attuativo (per i dettagli si veda la pubblicazione dell’Istituto Affari Internazionali). In tema di export poi, sul piano intraeuropeo si avverte l’esigenza di una armonizzazione delle politiche e delle normative nazionali, a volte tra loro scarsamente compatibili, al punto che viene meno anche lo stimolo alla cooperazione internazionale, come si può rilevare da alcune delle difficoltà che sta incontrando il programma franco-tedesco per il Future Combat Air System: un’iniziativa italiana in tal senso potrebbe fungere da catalizzatore.

La seconda, infine, riguarda le iniziative di riduzione del rischio strategico nel quadrante europeo e in generale la questione del controllo degli armamenti, sia quelli nucleari che quelli convenzionali: l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca apre nuove prospettive, ma sarà necessario disinnescare gli scetticismi di ambo le parti e in questo quadro potrebbero presentarsi opportunità di iniziativa da parte italiana, con azione sinergica di Difesa ed Esteri, in modo anche da ridare al nostro Paese una centralità da tempo smarrita.

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