“Spetta al presidente del Consiglio decidere come agire”, ammonisce l’immunologo Sergio Abrignani. E rincara: “Draghi ha subito capito che serve l’indipendenza vaccinale”. Se siamo pronti? “In realtà no. Negli ultimi trent’anni l’Italia ha smantellato una parte importante della sua industria farmaceutica”. Ma, aggiunge “siamo ancora in tempo per “rimetterci a fare industria biotecnologica”

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha condiviso la nuova strategia del governo per frenare i contagi di Coronavirus. Lo sprint della campagna vaccinale è sicuramente fra le primissime priorità, da realizzare sia attraverso un incremento dei luoghi adibiti alla somministrazione del vaccino, sia attraverso una produzione di vaccini sul territorio nazionale. Ne abbiamo parlato con l’immunologo e ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano Sergio Abrignani, che ha di recente contribuito alla realizzazione dello studio di Minima&Moralia Piano vaccinale, difesa dei più a rischio e ripartenza del Paese, che individua nell’accelerazione del piano vaccinale la soluzione più rapida ed efficace per limitare il contagio e la letalità del Covid.

Lockdown, favorevole o contrario?

Nessuno può dire con certezza cosa sia meglio. Dubito, anzi, di chi è troppo assertivo e troppo sicuro, sia che voglia il lockdown sia che non lo voglia. Una decisione così importante non può dipendere dall’umore del giorno.

Ma lei cosa ne pensa?

Che ci vuole un punto di caduta fra diritto alla salute e diritto a tante altre cose. Ma non sta a me decidere quale sia, spetta al governo e al presidente del Consiglio che ne fa la sintesi. Così come, però, spetta ai ministri e al presidente del Consiglio, con il supporto dei loro collaboratori spiegare ai cittadini il perché delle decisioni prese. La classe dirigente ha il dovere di spiegarlo e i cittadini hanno il dovere di accettare che le decisioni vengano prese da chi ha ruolo e competenze per farlo.

Non è facile, però, individuare questo punto di caduta…

Non lo è, vero. Bisogna cercare di farlo però, tentando di individuare il punto più vicino all’equilibrio fra diritto alla salute e diritto a tante altre libertà (scuola, lavoro, impresa etc). Le faccio un esempio. Ogni anno in Italia muoiono per incidente stradale fra 5mila e 7mila persone, eppure non abbiamo mai ipotizzato di chiudere le strade. Pensiamo, oppure, ai morti da fumo, che ogni anno sono quasi 50mila. Ma non vietiamo la distribuzione di sigarette, perché farlo porterebbe a un ritorno del contrabbando e a nuovi guadagni per la malavita. Oppure, infine, guardiamo alle 30mila morti annue cardiovascolari generate dal cibo spazzatura. Le sembra che abbiamo chiuso gli street food? No.

Quindi lei è contrario al lockdown?

Penso che se lo facessimo per il Covid un domani dovremmo ipotizzare di farlo anche per l’influenza, che ogni anno causa tra 4mila a 10mila morti. Molte meno del Covid, certo. Ma perché, allora, non fermare anche queste con un lockdown? 9mila morti l’anno valgono meno di 90mila?

Passiamo invece alla nuova strategia di Draghi. Cosa ne pensa di una eventuale produzione di vaccini sul territorio nazionale?

Penso che sia la cosa giusta da fare. Draghi ha subito capito dove bisogna andare. E al momento vuole andare, non a torto, verso un’indipendenza vaccinale, fondamentale per poter gestire in maniera ottimale, efficace ed efficiente non solo l’attuale emergenza Covid ma la gestione futura della convivenza con questo coronavirus. Non dimentichiamo che ci sono e probabilmente ci saranno varianti del Sars-Cov-2 che rischiano di non essere neutralizzate bene dalla risposta immunitaria indotta dagli attuali vaccini, e credo che dovremo imparare a combattere le varianti di questo virus con nuovi vaccini a base di Spike delle nuove varianti.

E siamo pronti per farlo?

Abbiamo bisogno di nuovi impianti di produzione per i moderni vaccini a RNA o base di proteine ricombinanti o di una riconversione degli impianti obsoleti. Ma penso che i consulenti di Draghi lo sappiano.

Ma l’Italia non dispone già di moltissime strutture adatte a questo tipo di produzione?

In realtà no. Non dimentichiamo che negli ultimi trent’anni l’Italia ha smantellato una parte importante della sua industria farmaceutica ed è molto in ritardo nelle biotecnologie industriali. Ad oggi, pochi sarebbero in grado di produrre vaccini di quel tipo.

Qual è, quindi, l’auspicio?

Che l’Italia si rimetta a fare industria biotecnologica con le tecnologie del XXI secolo. Dobbiamo produrre autonomamente vaccini e farmaci biologici importanti come gli anticorpi monoclonali per evitare che accada di nuovo quanto già è successo. Cerchiamo di essere preparati alla medicina del futuro

Quale vaccino è più promettente?

Volendo essere lungimiranti, quelli che non si basano su adenovirus. A causa delle varianti del Covid è probabile che saremo costretti a fare, nel corso degli anni, diversi richiami con la Spike delle nuove varianti. E i vaccini a base di adenovirus, dopo due somministrazioni al massimo, smetteranno di essere efficaci perché vengono inattivati dalla risposta immunitaria che inducono contro se stessi. Quindi opterei per i vaccini a mRNA e quelli a proteina ricombinante.

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