Il network internazionale qatarino ha una dimensione e un’autorevolezza internazionale, ma è anche di proprietà dell’emiro di Doha. Per questo Paesi come l’Arabia Saudita o l’Egitto ne chiedono un contenimento

La Corte di giustizia internazionale ha definito non legate a pregiudizi razziali le decisioni con cui gli Emirati Arabi hanno messo sotto isolamento il Qatar nel giugno 2017. È una questione che ha preso poco spazio nei media occidentali, ma è importante perché sancisce la fine di una delle tante controversie legali che il blocco imposto dal Golfo (sotto la guida di Abu Dhabi e Riad) si è portata dietro. Tutto va nella direzione della riconciliazione avviata il 5 gennaio, complice anche quello che definiamo “effetto Biden”. Tra i primi (se non unici) a dare la notizia è stata la qatariana Al Jazeera, tre giorni fa. Domenica il network di Doha ha invece dato ampio spazio a una news di segno opposto: se la prima era indirizzata verso la riconciliazione, anche sottolineando come la decisone della corte Onu fosse sostanzialmente contro le denunce di Doha, quest’altra evidenzia come nel Golfo, al di là del necessario tatticismo, le competizioni dovrebbero restare aperte. AJ riprende quanto scritto nel libro di Nicole Perlroth, giornalista esperta di cybersicurezza del New York Times, che ha informazioni su come i servizi segreti emiratini abbiano spiato la leadership qatarina: e in queste attività ci sono finite in mezzo anche le conversazione personali, via email, tra la First Lady Michelle Obama e la seconda delle tre mogli dell’emiro del Qatar. Informazione che inietta veleno nei rapporti Usa-Uae, costellata da altri input su come gli emiratini non risparmiano attività clandestine contro competitor e partner per avvantaggiare la propria strategia.

Niente di eccezionale, ma i rapporti con Washington sono un tema della partita in corso nel Golfo e nel Medio Oriente: tema ancora più urgente adesso che Joe Biden ha (già) iniziato a parlare di politica estera. La partita sul Qatar — tecnicamente sistemata ma con diversi nodi da risolvere —, si gioca anche molto attorno ad Al Jazeera, ossia attorno alle capacità che il Qatar ha di spingere (in modo più o meno sfumato) la propria narrazione attraverso un network internazionale, molto potente, e controllato direttamente dalla famiglia regnante al Thani.

Narrazione che peraltro è (come sempre lo sono le narrazioni) di doppio valore. Da un parte spingono le qualità dell’azione qatarina — qualità generali, interne riguardo la gestione del Paese, tanto quanto nella proiezione esterna, e dunque parliamo del racconto attorno ai grandi investimenti internazionali, che siano economici o più politico-ideologici. Dall’altra parte c’è la copertura che Al Jazeera è in grado di fare sui nemici: il media sposta consenso e instrada notizie scomode, informazioni raccolte tramite centinaia di fonti ed elaborate attraverso un network di giornalisti professionisti.

Al Jazeera non è un media outlet di regime, ma una realtà editoriale in grado di esprimere anche giornalismo di qualità, e che ha guadagnato autorevolezza nel corso degli anni perché — almeno nel comportamento generale e apparente — si muove in forma indipendente dal suo editore. E sono questi aspetti che vengono visti come problematici dai rivali del Qatar: il combinato disposto di affidabilità e diffusione di Al Jazeera. La base da cui partono le notizie è affidabile, e dunque quando escono questioni scabrose sono ascoltate. Poi va detto che abbinate a queste genere di informazioni (e narrazioni), da Doha ne circolano altre, spesso alterate e fatte uscire attraverso canali secondari comunque diffusi.

Per fare un esempio sulla partita che si gioca anche attorno al network, un funzionario del ministero degli Esteri del Qatar ha promesso durante un recente incontro con i parigrado del Cairo e Abu Dhabi che il suo Paese cambierà la politica di Al Jazeera nei confronti dell’Egitto — che il 5 febbraio ha fatto un primo passo scarcerando il giornalisti Mahmoud Hussein, incarcerato per aver “diffuso informazioni false”. A rivelare le discussioni attorno alla rete sono state due fonti anonime dell’intelligence egiziana che hanno parlato con la Reuters. Quando vengono fatte uscire certe informazioni lo scopo è anche quello di rendere pubbliche specifiche discussioni per esercitare pressioni (vedi anche quanto scritto nel libro di Perlroth). Lo stesso — il contenimento di Al Jazeera — è stato messo sul tavolo quando Riad e Doha hanno riaperto i propri rapporti dopo il summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo del 5 gennaio.

Il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, vede come fortemente negativo per lui — per la sua immagine — il lavoro informativo che esce dal Qatar. Bin Salman, alla guida della nazione più ricca e demograficamente forte del Golfo, intende essere considerato il capo di una potenza regionale (che tra l’altro protegge i luoghi sacri dell’Islam). Per questo per il leader saudita è difficile permettersi una copertura terza — o negativa — dalla più potente voce giornalistica della regione. E a Riad ogni singola notizia pubblicata da Al Jazeera è vista come un tassello velenoso di un puzzle che costruisce un quadro d’immagine sfavorevole sull’erede e che favorisce la corrente dei Fratelli musulmani, il gruppo panarabo che Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi considerano terrorismo anche perché sostiene una visione islamista opposta al mantenimento dello status quo voluto dalle monarchie del Golfo. Quel che vale per bin Salman vale anche per Mohammed bin Zayed, l’erede al trono emiratino (pensare alli’imbarazzo quando lo spionaggio a Michelle esce in notizie in arabo, che solitamente su AJ sono più spinte che quelle in inglese).

Dal 2008, dopo un libro di Philip Seib, si è iniziato a parlare di “Al Jazeera Effect” (titolo del saggio). Si tratta di un termine usato nelle scienze politiche e negli studi sulla comunicazione strategica per descrivere l’impatto di nuovi media sulla politica di un’area (se non globale). Al Jazeera non è stato il primo canale satellitare arabo, ma ha fornito nuovi standard e valori di produzione nei media arabi. Da lì si è diffuso, favorendo — forse non solo agli occhi di chi guarda — anche la diffusione di chi c’è dietro di esso.

Seib, professore di Giornalismo e Public Diplomacy e di Relazioni internazionali, vice-dean dell’University of Southern California, spiega a Formiche.net che “in una regione politicamente dominata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, Al Jazeera presenta un punto di vista contrario che ostacola gli sforzi sauditi ed emiratini per stabilire la loro egemonia geopolitica nel mondo arabo”.

Bin Salman la teme? “Non sono sicuro che MbS (acronimo con cui l’erede saudita viene spesso indicato nel mondo anglofono, ndr) abbia paura di Al Jazeera; probabilmente ne è più infastidito. Gli piace che tutti gli obbediscano, e il Qatar non lo fa”. Discorso simile anche in questo caso vale per l’emiratino MbZ.

Nato nel 1996 col motto “The Opinion and the Other Opinion“, creato per l’idea — e fondi — dell’emiro al Thani combinata con le capacità di ex dipendenti di BBC Arabic, il canale nel giro di un decennio è diventato un network di riferimento nel mondo giornalistico anche perché negli anni 2001 in Afghanistan e 2003 in Iraq diede un grande contributo con servizi dal posto durante la guerra ai Talebani e l’invasione dell’Iraq — in entrambe le circostanze gli americani ne bombardarono le sede. Nel 2008 poi fu l’unica fonte giornalistica ad avere corrispondenti nella Striscia di Gaza durante l’operazione israeliana “Piombo fuso” (e dato che era la sola a possedere materiale informativo diretto decise di metterlo a disposizione per la pubblicazione di terzi sotto licenza Creative Commons: fu un passaggio storico per il mondo del giornalismo). Onori che danno la misura di come il contenimento di Al Jazeera sia un tema che esiste da tempo come modo per fermare un importante strumento dello sharp power qatarino in una regione in cui la competizione è fattore esistenziale.

È famoso, per fare un altro esempio, l’episodio del 27 gennaio 1999, quando il governo algerino impose un black out generale nelle principali città del Paese per impedire che la gente vedesse Al Jazeera dove sarebbe andato in onda un talk show politico che ospitava un diplomatico dissidente, il quale avrebbe parlato della presunta e televisivamente costruita guerra civile nel Paese. Dal 2006 il canale in inglese trasmette con quattro sedi nodali: Doha, New York, Londra, Kuala Lumpur. La trasmissione nella lingua internazionale — che ora ha ampiamente aumentato le sedi — non ha fatto che peggiorare le cose per chi teme il canale, o ne è infastidito.

Nel 2010/2011 il network ha ricevuto molte critiche perché la grande copertura data alle Primavere arabe veniva vista dell’establishment del Golfo come una forma di spinta alle istanze dei manifestanti (e della Fratellanza). Il dibattito promosso e provocato da Al Jazeera è stato dimostrazione di quell’effetto teorizzato da Seib. Su questa scorta adesso il Cairo e Riad ne chiedono maggiore controllo nell’attuale partita negoziale con Doha. Le Primavere sono state la più grossa minaccia allo status quo auspicato dai sauditi — l’Egitto ne è stato colpito, e Riad ha lavorato per ricomporre in qualche modo quello status quo. Attualmente nessun network internazionale fornisce la costanza di copertura che Al Jazeera dedica a quanto sta succedendo in Tunisia (effetto a lungo termine del post-Primavere).

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