Un vero tour-de-force l’esordio del premier Mario Draghi durante la fiducia a Camera e Senato. L’uomo venuto da Francoforte deve ancora prendere confidenza con riti e trucchi dei palazzi romani. Meno male che c’è Giorgetti a sussurrargli all’orecchio…

Chi pensava che “SuperMario” Draghi entrasse nei palazzi della politica romana come un trattore si è dovuto in parte ricredere davanti al suo esordio alla Camera e al Senato per chiedere la fiducia.

Perché in politica c’è palazzo e palazzo e i corridoi della Banca centrale europea (Bce) a Francoforte parlano un linguaggio e un rituale diverso da quelli dell’emiciclo italiano. Si intenda, il discorso del presidente del Consiglio ha ricevuto un plauso trasversale dalle forze politiche. E pure il premier ha avuto bisogno di qualche dritta degli “addetti ai lavori” per evitare scivoloni in aula.

Come quando, racconta sul Corriere Francesco Verderami, è stato sul punto di applaudire l’intervento di un senatore. Dell’onorevole che si è guadagnato la stima di Draghi non si sa il nome. Si sa invece che è stato Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico seduto alla destra del premier, a fermare lo scroscio del presidente, “non lo fare, non si fa mai dai banchi del governo”.

Giorgetti è lì da pochi giorni e già si è guadagnato la reputazione di “Richelieu” di Draghi, con cui ha una confidenza che risale ai tempi di Bankitalia. Si dice che sia uno dei pochi ministri, insieme a Renato Brunetta, cui il premier si rivolge con il “tu”.

In un retroscena di Ilario Lombardo su La Stampa vengono messi in fila i sussurrii d’aula di Giorgetti a Draghi. Al Senato, quando ha consigliato al premier di parlare di immigrazione nella replica. Alla Camera, quando gli ha suggerito di fare un passaggio sullo sport. O ancora per correggere in tempo reale lo scivolone sul numero dei ricoverati per il coronavirus. L’ingrato ruolo di “correggere” Draghi è toccato anche al ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà.

Terminata la replica alla Camera, il premier ha infatti preparato i suoi documenti per lasciare l’aula. Ma D’Incà lo ha dovuto fermare con un’impercettibile trattenuta della giacca, “presidente, deve restare ancora in aula, bisogna attendere le dichiarazioni di voto”, racconta il Corriere.

I due giorni in Parlamento sono stati un vero tour-de-force per Draghi, visibilmente emozionato e pure un po’ stanco per la maratona da mattino a notte fonda. A ringalluzzirlo, fra la trafila interminabile di interventi, racconta ancora Verderami, un passaggio del renziano Roberto Giachetti, che lo ha paragonato a Francesco Totti. Un lampo ha attraversato gli occhi compiaciuti del neo-premier, romano e romanista dalla nascita. Per il resto Draghi è rimasto immobile, impassibile, uno sguardo ogni tanto all’orologio che, hanno scoperto incuriositi i deputati, usa anche come telefono. C’è ancora tanto da scoprire di questo premier venuto dall’Ue.

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