Sono tante le sfide del neoministro alle Infrastrutture, ma la più importante è soprattutto quella culturale. Le infrastrutture, in condizioni di crescente efficienza e di rispetto dell’ambiente, sono essenziali per l’ammodernamento del sistema produttivo e per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Il commento di Stefano Cianciotta, presidente Osservatorio Nazionale Infrastrutture Confassociazioni

Digitalizzazione delle costruzioni, messa in sicurezza delle infrastrutture esistenti, semplificazione normativa, riduzione della vulnerabilità sismica del patrimonio immobiliare, realizzazione e completamento delle nuove infrastrutture, aumento della resilienza territoriale rispetto agli eventi climatici e idrogeologici, una legge per la qualità dell’architettura.

Sono tante le sfide del neoministro Enrico Giovannini, ma la più importante sulla quale sarà chiamato a incidere, al pari del premier Draghi e dei ministri Colao, Cingolani e Giorgetti, è soprattutto quella culturale.

Le infrastrutture, in condizioni di crescente efficienza e di rispetto dell’ambiente, svolgono infatti un ruolo fondamentale per sostenere la mobilità dei cittadini e delle merci, e sono essenziali per l’ammodernamento del sistema produttivo e per migliorare la qualità della vita in moltissimi ambiti.

La sfida più importante per Giovannini e il governo sarà quella di tornare a fare concepire l’infrastruttura come un corpo integrato e non estraneo al processo di sviluppo che si intende costruire.

Se nel dibattito dei prossimi mesi dovesse prevalere ancora la percezione di un corpo estraneo alla comunità (il 13,9% dei Comuni italiani si è già detto contrario al 5G) si creerebbero le premesse per rinunciare alle infrastrutture, con un’evidente frattura tra le aree più dinamiche del Paese e le regioni meno innovative, che hanno invece bisogno delle infrastrutture fisiche/digitali per attrarre investitori e potenziare anche l’offerta turistica, ora che finalmente dopo anni è tornato un ministero ad hoc.

L’infrastruttura genera valore non in quanto opera, ma perché determina e contribuisce alla ridefinizione dell’ecosistema nel suo senso più ampio. Quando si fa ecosistema l’infrastruttura non è solo un progetto economico fondato sul mercato, ma si trasforma in un progetto sociale, temi che l’economista Giovannini conosce benissimo.

Ed è spesso quest’ultima dimensione che determina la tensione sui territori, perché non viene correttamente interpretata a causa della percezione errata determinata dalla carenza di strategie di comunicazione e di partecipazione, sulle quali le imprese devono assolutamente cominciare a investire.

Su questi temi l’autorevolezza di Draghi e di Giovannini, e le loro relazioni con un ampio spettro di associazioni, dal mondo cattolico a quello ambientalista, può contribuire a detonare situazioni bloccate da almeno 25 anni superando definitivamente il no a tutto ed il Nimby, e rilanciare gli investimenti in un settore strategico per la ripresa del Paese.
Giovannini, all’Ocse prima e all’Istat poi, ha sempre operato per innovare le organizzazioni e valorizzare le competenze.

Il settore degli appalti pubblici deve necessariamente innovarsi con il Bim, il project management e la blockchain, per dare trasparenza e sicurezza al sistema delle procedure, ed evitare la reiterazione di episodi di corruzione che minano la reputazione di un settore strategico per lo sviluppo del Paese.

Negli ultimi trent’anni in Italia, poi, sono state prodotte troppe norme, 308 per la precisione, mentre non ci si è concentrati su un aspetto fondamentale: quello delle competenze.

La copiosità delle leggi e l’aumento del sistema dei controlli e delle sanzioni, invece, hanno prodotto un risultato diametralmente opposto: non si realizzano più infrastrutture e né si riescono a manutenere quelle esistenti.
Draghi e Giovannini, poi, dovranno pretendere che l’Anac (perché non torniamo a chiamarla Autorità di Vigilanza dei Lavori Pubblici?), non si comporti più da regolatore del mercato, ma torni a svolgere il ruolo di controllore del sistema, ora praticamente fermo nonostante gli sforzi tentati per revisionare il Codice dei Contratti, le cui parole più ricorrenti però sono state proprio Anac e corruzione, a conferma di un pregiudizio culturale che nel Paese è duro da sconfiggere quando in Italia si discute di infrastrutture.

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