L’avvicinamento israeliano alla Cina ha un valore tattico, per muovere leve nei confronti degli Usa (e pensando all’Iran) e per ragioni economico-commerciali, spiega Andrea Ghiselli (ChinaMed). Pechino non può e non ha interesse nel sostituire Washington nel Medio Oriente, secondo Brandon Friedman (Università di Tel Aviv)

Lo scorso anno il governo israeliano si sarebbe rifiutato di permettere agli Stati Uniti di ispezionare il porto di Haifa. Doveva essere una visita di quasi routine legata al verificare le condizioni di sicurezza, dato che lo scalo è un approdo logistico della Sesta Flotta della US Navy, e per questo dietro a quel rifiuto emerge un’ombra articolata con tanto di minacce incrociate. Il porto mediterraneo è infatti un punto di investimento della società cinese Shanghai International Port Group (Sipg), che sta costruendo un nuovo terminal commerciale – valore del progetto: 2 miliardi di dollari.

Gli americani temono chiaramente che la presenza cinese possa esporre a rischio la flotta (ossia la sicurezza delle attività ed esporre il Pentagono allo spionaggio cinese): a questa preoccupazione tecnica che dura da oltre due anni, ora va aggiunta una valutazione più articolata. Non a caso la notizia, rivelata da Haaretz nei giorni scorsi, esce adesso. Il tema è l’Iran, con la Cina usata da entrambi gli alleati come leva.

LA DOPPIA LEVA

Dal lato di Washington si parla una lingua chiara: la presenza cinese nello Stato ebraico sarà accettata a patto che gli israeliani accettino il processo – lento e per niente semplice – di ri-approccio a Teheran. L’alternativa è che gli americani avanzino una richiesta più severa, ossia di tener fuori la Cina dallo Stato ebraico: sarebbe un’azione spinta, ma c’è un precedente recente, quando a maggio scorso il dipartimento di Stato forzò l’esclusione della Hutchison Company International (cinese, anche se basata a Hong Kong) dalla costruzione del più grande impianto di dissalazione al mondo – che sorgerà a Palmahim, vicino a una base strategica dell’aeronautica.

In mezzo ci passano percezioni non amichevoli tra i rispettivi leader. L’americano Joe Biden non ha ancora chiamato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e sebbene il ritardo non significa che Israele non è nei pensieri americani (anzi) la mente viaggia indietro a quando l’amministrazione Obama (di cui Biden era vicepresidente) veniva accusata di essere una minaccia per Israele, o a quando lo stesso Biden accusò Tel Aviv di mettere in pericolo i soldati statunitensi nella regione con le politiche sui palestinesi. Ecco, appunto: la Palestina, finora punto di caduta delle relazioni israelo-americane, ora potrebbe essere sostituita come proxy dalla Cina.

D’altra parte Israele gioca una carta simile e prova a creare un leverage su Washington via Pechino. Il flirt tattico serve per Tel Aviv a mantenersi aperto un canale verso Teheran se le cose dovessero andare male. La Cina è membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – quello che ha firmato l’accordo Jcpoa sul congelamento del nucleare iraniano, in cui gli Usa dovrebbero rientrare dopo l’uscita unilaterale trumpiana. Inoltre ha strette relazioni (commerciali, ma anche politiche) con Teheran – la Sipg ha per esempio il principale dei business esterni in Iran – che ultimamente stanno anche migliorando.

Lo Stato ebraico guarda a est perché sa che se la situazione dovesse precipitare con la Repubblica islamica sarà il governo cinese a mantenere un canale, più che Washington (e qui va registrata l’assenza nella partita di un’Europa che avrebbe potuto sostituirsi nel ruolo di mezzo). La leva riguardo agli Usa si muove sul tirare la corda delle trattative, facendo avvicinare la Cina al punto che basta per non scomodare troppo gli americani e ottenerne vantaggi. Nel frattempo Israele sfrutta una condizione fluida che facilita il suo business, mentre Pechino accetta di essere nel mezzo perché sa che questo può creare problemi e imbarazzi a Washington.

TATTICISMO O STRATEGIA?

Una soluzione intermedia è l’ingresso della DP World, gigante emiratino nella gestione dei terminal, come società a cui assegnare la direzione (o meglio il controllo) di tutto il complesso esistente a Haifa. Gli Accordi di Abramo prendono forma in questa partita, con lo Stato ebraico che ottiene comunque investimenti, ma da parte di un clientes di Washington – nonostante anche con Abu Dhabi sia in corso una partita a sfondo cinese.

La questione in corso appare squisitamente tattica, perché difficile che Israele – che sta diventando il viceré americano nella regione – accetti di trasformarla in qualcosa di strategico abbandonando il pilastro americano. È così? “Sicuramente Israele non ha alcuna intenzione di mettere Pechino prima di Washington – risponde Andrea Ghiselli, assistant professor alla Fudan University di Shanghai e responsabile alla ricerca del ChinaMed Project del TOChina Hub – indipendentemente dall’evolversi delle relazioni con gli Usa di Biden”.

Allo stesso tempo, non c’è da dubitare sul fatto che anche Pechino abbia poco interesse nel giocare un ruolo più prominente nella diplomazia israeliana, spiega Ghiselli: “Per la Cina è importante fare affari con Israele, ma mantenere buoni rapporti con tutti gli attori regionali, senza dare l’impressione di prendere posizioni nette a favore di qualcuno, lo è ancora di più. In poche parole, sia Cina che Israele vedono l’uno nell’altro un importante partner commerciale e, anche se non c’è interesse per qualcosa di più, sono consapevoli che difficilmente si possa comunque andare più in là di così”.

LA CINA NELLA REGIONE

Per andare al fondo di questa partnership e guardando agli Usa, vale anche la pena chiedersi in che maniera la Cina potrebbe agire come stabilizzatore nella regione in modo da poter essere utile a Israel. “Non penso che la Cina abbia il capitale politico o creda che serva ai suoi interessi essere un pacificatore nella regione”, sostiene Brandon Friedman, direttore della ricerca al Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv “.

“Però potrebbe essere nell’interesse della Cina contribuire a relazioni più stabili nel Golfo tra Arabia Saudita e Iran”, aggiunge Friedman. D’altronde, ricorda che un articolo uscito a maggio 2020 su Foreign Affairs (“America’s Opportunity in the Middle East“) l’attuale National Security Advisor Jake Sullivan e Daniel Benaim scrivevano che oltre a tornare al Jcpoa, gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare un dialogo strategico tra Iran e Arabia Saudita Arabia attraverso i buoni uffici delle Nazioni Unite. “Se gli Stati Uniti tornano al Jcpoa con l’Iran –aggiunge Friedman – e collegano qualche forma di riduzione delle sanzioni a un negoziato strategico di questo tipo, è possibile che la Cina possa avere un ruolo da svolgere nell’incoraggiare un tale dialogo attraverso le Nazioni Unite”.

La Cina, ricorda lo studioso dell’università israeliana, in quanto uno dei maggiori consumatori di petrolio, ha un certo grado di influenza sia con l’Iran che con l’Arabia Saudita ed è nell’interesse della Cina portare maggiore stabilità nel Golfo: “Tuttavia è tutt’altro che certo che un ritorno al Jcpoa e qualsiasi dialogo strategico di questo tipo servirebbero gli interessi di Israele. Il diavolo sarà nei dettagli di entrambe queste iniziative”.

Friedman aggiunge che “in termini di questione palestinese, Israele non vorrebbe che gli Stati Uniti condividessero il ruolo di broker di terze parti con la Cina. In teoria, la Cina ha la leva da poter usare in Siria, Libano, Iraq per aiutare a risolvere le situazioni di stallo politico in quelle arene, ma, ancora una volta, non sono sicuro che sia interessata a svolgere un ruolo del genere, e non credo che ha fatto che servirebbe gli interessi di Israele”.

(Foto: archivio ministero degli Esteri israeliano)

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