Erik Prince, l’ex capo della società di contractor militari Blackwater e un importante sostenitore dell’ex presidente Usa Donald Trump, ha violato un embargo sulle armi delle Nazioni Unite in Libia inviando armi al comandante della milizia che stava tentando di rovesciare il governo sostenuto a livello internazionale

La storia non è nuova, già a maggio 2020 Formiche.net se n’era occupato: il principe della guerra privata statunitense, Erik Prince, aveva inviato armi in Libia violando l’embargo Onu, attraverso una sua società che aveva stretto un accordo per sostenere le forze del signore della guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar. Tra questi rinforzi c’era una squadra di élite che portava con sé il compito di eliminare i principali leader delle milizie che compongono le forze di difesa e sicurezza del governo onusiano Gna guidato da Fayez al Serraj.

Ai tempi, l’esecutivo, ora in fase di consegna di potere verso il Gna (il nuovo governo libico di transizione, uscito nei giorni scorsi dal Foro di dialogo organizzato dall’Onu), era sotto attacco da parte di Haftar e dei suoi sponsor esterni. Un’amalgama composta da pochi libici, mercenari sudanesi e ciadiani pagati dagli Emirati Arabi, contractor russi del Wagner Group, e qualche unità privata particolare come quella di Prince.

L’operazione dello statunitense non andò in porto, perché Haftar si alterò del fatto che non erano riusciti a procurarsi elicotteri di livello (Cobra dalla Giordania) e quei militari privati presero e partirono da Bengasi verso Malta dopo pochi giorni dal loro arrivo in Libia. L’Onu aveva già raccolto e diffuso informazioni sulla vicenda, e per questo la seconda ondata mediatica sui fatti – guidata da un’esclusiva del New York Times che ha letto il rapporto finale – è interessante.

Il protagonista svela angoli di lettura su quanto accade ed è accaduto. Prince è un famosissimo imprenditore tra i contractor statunitensi: un tempo era proprietario della Blackwater, colosso del settore dismesso dopo che uscirono delle rivelazioni scandalose su violenze ed esecuzioni di civili durante l’occupazione in Iraq. Il personaggio si porta dietro una serie di accuse, mediatiche e giuridiche, e si è traferito negli Emirati Arabi.

Prince non è uno qualunque, e c’è anche di più: sua sorella, Betsy Prince DeVos è stata segretaria all’Istruzione nell’amministrazione Trump; lui è direttamente legato a stakeholder trumpiani come Steve Bannon e Roger Stone, e con il genero dell’ex presidente, Jared Kushner. Prince è una dei sistemi di collegamento informale che l’amministrazione Trump ha usato con Emirati Arabi e Arabia Saudita, visto che l’imprenditore della guerra aveva costruito ottimi rapporti con gli eredi al trono di entrambi i Paesi.

L’uscita di certe informazioni su quella che l’Onu ha definito Project Opus – mentre la Libia è in una fase di stabilizzazione guidata dall’Onu – è interessante perché sembra togliere un altro pezzo al puzzle delle relazioni internazionali di era Trump che l’amministrazione Biden sta disarticolando. E magari afferma un diverso interesse statunitense rispetto a prima, orientato – come insistono da sempre gli apparati – alla stabilizzazione di quel bubbone in mezzo al Mediterraneo.

Val la pena a questo punto ricordare che l’ex presidente statunitense, a poche settimane dall’inizio della campagna militare con cui Haftar voleva rovesciare il governo onusiano di Tripoli (anche con l’aiuto di Prince, in teoria), aveva telefonato al capo ribelle della Cirenaica. Questo contatto, probabilmente spinto dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi (alleato dell’Est libico), si era portato dietro una serie di necessarie reazioni interne, con Pentagono e dipartimento di Stato che erano corse a sottolineare come la telefonata non rappresentasse un avallo americano all’azione armate di Haftar.

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