Uno strano silenzio ha accolto la richiesta formulata da Papa Francesco alla Chiesa italiana di avviare un percorso che porti al Sinodo, senza l’ombra di un confronto o di un dibattito. Ma è urgente che questo muro del silenzio eretto dai cattolici italiani attorno al Sinodo venga infranto

Sarà tutta colpa della pandemia o delle angustie economiche. O ancora: delle incertezze della politica oppure del distanziamento sociale che è diventato un modello di comportamento mentale che ci allontana da ogni impegno, riscrivendo tutte le nostre priorità secondo il metro del “primum vivere, deinde philosophari”. O forse quest’anno di pandemia ha messo in luce le criticità della fede cattolica nel paese cristiano per tradizione apostolica.

Sta di fatto che uno strano silenzio ha accolto la richiesta formulata da Papa Francesco alla Chiesa italiana di avviare un percorso che porti al Sinodo. Fosse accaduto in altre stagioni, sarebbero fioccate le contestazioni e non sarebbe mancato un dibattito pubblico all’altezza della sfida portata dal Papa argentino nel cuore della cristianità. E invece non c’è traccia di confronto neanche all’interno della comunità cristiana. Di solito, sono gli stessi media cattolici a registrarlo puntualmente, ma per ora non sta accadendo. Né si può immaginare che siano i media di chiara ispirazione laica e/o laicista a cimentarsi in questo compito. Con l’articolo che state leggendo, ad esempio, Formiche.net è arrivato al quarto (qui e qui gli articoli di Riccardo Cristiano e qui quello di Rocco D’Ambrosio) intervento sul Sinodo nel volgere di due settimane. Oggettivamente è un caso positivo, ma isolato, nel panorama della stampa italiana.

Dunque, è lecito porsi qualche domanda. Purtroppo, scomoda. Innanzitutto sul peso del tempo trascorso dal convegno ecclesiale di Firenze. Era il 10 novembre del 2015, quando Papa Francesco nel duomo di Firenze chiedeva alla Chiesa italiana di avviare un cammino sinodale. L’invito cadde nel vuoto e forse oggi qualcuno cerca di ricostruire le responsabilità di quella disattenzione. Soprattutto dopo che il Papa, il 30 gennaio scorso, in occasione del convegno per i 60 anni dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei, ha usato (andando a braccio) parole inequivocabili: “Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare”.

Ecco, appunto, camminare e recuperare al più presto il tempo perduto. A tale riguardo, i credenti non dovrebbero essere interessati a sapere chi e perché abbia ostacolato la richiesta del Papa (prassi stucchevole, considerato che i vertici della Cei del 2015, ora sono impegnati in tutt’altre faccende) quanto piuttosto dovrebbero fare proprie le linee indicate dal Papa. Prima fra tutte, la fiducia “nel santo popolo fedele di Dio, il quale – come dice il Concilio – è infallibile in credendo. Sempre con il santo popolo di Dio”. Dunque una precisa scelta di campo che chiude la porta a soluzioni, tentazioni e appartenenze elitarie, che il Papa stesso stigmatizza. Ecco perché il cuore dei cattolici italiani dovrebbe gioire per questo protagonismo invocato da Francesco. E invece… tutto tace.

È prevedibile che saranno i vescovi italiani, attraverso la Cei, a prendere l’iniziativa. L’appuntamento annuale dell’assemblea dei vescovi italiani di maggio con la presenza del Papa si avvicina. Certamente quella sarà la sede giusta per mettersi in cammino verso il Sinodo, senza ulteriori indugi. Magari facendo tesoro di alcune indicazioni già affiorate. È il caso delle suggestioni evocate dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e vescovo di Albano: “Il Papa vuole una Chiesa che parla il dialetto della gente”. E ancora: “Serve ascolto, non un’agenda prefissata su temi selezionati”.

Sempre Semeraro, che del Papa è stato uno stretto collaboratore nella sua veste di segretario del Consiglio dei cardinali, ha precisato che si tratta di “una sinodalità che si esprime su tre livelli: anzitutto lo stile, cioè gli atteggiamenti di vita quotidiani, poi le strutture di dialogo e di ascolto, e solo in terzo luogo gli eventi sinodali”. Il Papa, ricorda Semeraro, “ci ha parlato più volte di ‘sinodalità dal basso’, intendendo che il primo livello si realizza nelle Chiese particolari tramite organismi di comunione, consigli presbiterali e pastorali, collegi di consultori: solo se questi e altri organismi partono dai problemi e dalle domande della gente la Chiesa assumerà un volto sinodale”.

Anche il cardinale Gualtiero Bassetti (presidente della Cei) , dalle colonne del quotidiano Avvenire, ha parlato chiaro: “A Firenze c’è stata l’intuizione: non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo soffocarla o tradirla. È vero: sono passati cinque anni. Forse, come spesso succede nella vita, gli avvenimenti ci hanno travolto – e l’attuale emergenza sanitaria, in tal senso, insegna tantissimo –, ma adesso è tempo di avviare questo processo dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso, con il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio e, in particolare, dei laici”. Appunto, i laici. Ma è urgente che questo muro del silenzio eretto dai cattolici italiani attorno al Sinodo venga infranto. Che lo faccia un singolo, una comunità, un movimento o un’associazione, non ha importanza. Purché una voce dal basso si levi al più presto, in nome di quel “santo popolo fedele di Dio” evocato e amato da Papa Francesco. A meno che, e non ce lo auguriamo, il popolo non abbia alcuna voglia di parlare di sé e della propria fede. Il che aprirebbe uno scenario nuovo e dirompente: Italia terra da rievangelizzare.

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