L’ex presidente della Bce si è contraddistinto per la capacità di dare esecuzione ai suoi progetti. Se questa prerogativa si confermasse anche nella accelerazione delle infrastrutture sarebbe la più importante novità culturale degli ultimi decenni nel nostro Paese. L’analisi di Stefano Cianciotta, presidente Osservatorio Nazionale Infrastrutture Confassociazioni

Le considerazioni del presidente incaricato Draghi di applicare il modello Genova per sbloccare le infrastrutture, sono la novità più interessante che è emersa nelle consultazioni di questi giorni (al netto dell’appoggio politico della Lega di Salvini e del ritorno in campo di Silvio Berlusconi).

Tornare a mettere al centro dell’agenda il tema dello sviluppo infrastrutturale del Paese, significa non solo dare una prospettiva di crescita all’Italia ma anche aumentarne la credibilità difronte agli investitori e alle istituzioni internazionali, sul quale il prestigio di Draghi costituisce elemento di assoluta garanzia.

Negli ultimi trent’anni in Italia sono state prodotte troppe norme, 308 per la precisione, mentre non ci si è concentrati su un aspetto fondamentale: quello delle competenze. La copiosità delle leggi e l’aumento del sistema dei controlli e delle sanzioni, invece, hanno prodotto un risultato diametralmente opposto: non si realizzano più infrastrutture e né si riescono a manutenere quelle esistenti. Va quindi trovato un giusto equilibrio tra le buone pratiche di management e la burocrazia, il cui apporto allo snellimento delle procedure non deve più essere di tipo conservativo.

Il settore degli appalti pubblici deve investire sull’innovazione delle organizzazioni con il BIM, il project management e la blockchain, per dare trasparenza e sicurezza al sistema delle procedure, ed evitare la reiterazione di episodi di corruzione che minano la reputazione di un settore strategico per lo sviluppo del Paese.

Mentre il resto del mondo in questo ultimo decennio ha scelto di investire sulle infrastrutture per favorire una nuova fase di sviluppo, l’Italia è andata nella direzione opposta. Dall’inizio della crisi del 2008, infatti, l’Italia ha registrato un gap di investimenti di circa 85 miliardi di euro; gli investimenti pubblici sono diminuiti di oltre un terzo, mentre quelli per le infrastrutture sono passati dai 29 miliardi del 2009 ai 16 miliardi del 2017.

Questo è il risultato di specifiche scelte di politica di bilancio, che hanno portato il Paese a contenere la spesa, agendo per lo più sulla componente in conto capitale e meno su quella corrente. Una posizione che ha segnato negativamente la riduzione della dotazione infrastrutturale e logistica, mentre l’intero settore delle costruzioni ha perso nello stesso periodo 600.000 posti di lavoro. Disinvestire nelle infrastrutture è costato ogni anno all’Italia almeno un punto di Pil, come ha indicato di recente l’Ance nazionale.

Rilanciare il tema delle infrastrutture, inoltre, significa definire una nuova cultura organizzativa della Pubblica Amministrazione, che abbia nelle strutture tecniche allargate dei veri e propri Centri di competenza, dove possano finalmente lavorare insieme non solo ingegneri e architetti, ma tutte le competenze che concorrono alla realizzazione di progetti innovativi (si pensi alle infrastrutture digitali di cui tanto ha parlato Draghi in questo ultimo anno e al BIM).

Occorre, pertanto, tornare a concepire l’infrastruttura come un corpo integrato e non estraneo al processo di sviluppo che si intende costruire. Sempre di più, infatti, la differenza tra un’infrastruttura utile e un’infrastruttura percepita come superflua, sarà determinata dal suo carattere ecosistemico. Se nel dibattito dei prossimi mesi dovesse prevalere la percezione di un corpo estraneo alla comunità si creerebbero le premesse per rinunciare alle infrastrutture.

L’infrastruttura genera valore non in quanto opera, ma perché determina e contribuisce alla ridefinizione dell’ecosistema nel suo senso più ampio. Quando si fa ecosistema l’infrastruttura non è solo un progetto economico fondato sul mercato, ma si trasforma in un progetto sociale. Ed è spesso quest’ultima dimensione che determina la tensione sui territori, perché non viene correttamente interpretata a causa della percezione errata determinata dalla carenza di strategie di comunicazione e di partecipazione, sulle quali le imprese devono assolutamente cominciare a investire.

L’Anac del dopo Cantone deve svolgere in modo meno incisivo il ruolo di regolatore del mercato, e quindi almeno in teoria il futuro governo Draghi potrebbe avere un consenso più ampio per affrontare questioni spinose che attengono alla rimessa in moto del settore, ora praticamente fermo nonostante gli sforzi tentati per revisionare il Codice dei Contratti, le cui parole più ricorrenti però sono state proprio Anac e corruzione, a conferma di un pregiudizio culturale che nel Paese è duro da sconfiggere quando si discute di infrastrutture.

Per queste ragioni la nomina del ministro alle Infrastrutture potrà dirci molto sull’effettiva volontà e capacità di incidere del nuovo governo Draghi. L’ex presidente della Bce, infatti, si è contraddistinto per la capacità di dare esecuzione ai suoi progetti. Se questa prerogativa si confermasse anche nella accelerazione delle infrastrutture sarebbe la più importante novità culturale degli ultimi decenni nel nostro Paese.

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