Un ordine esecutivo del presidente americano avvia una revisione delle catene di fornitura in settori strategici come la Difesa, l’automotive, il 5G e le tecnologie critiche. Obiettivo: ridurre la dipendenza dalla supply chain cinese con l’aiuto di Taiwan, Giappone e Corea del Sud. Anche Huawei nel mirino

Joe Biden è pronto ad accorciare il cordone ombelicale che unisce l’industria americana alle grandi aziende cinesi. Con un ordine esecutivo il presidente americano inaugura una revisione delle catene di fornitura che portano al Dragone in un ampio ventaglio di settori, dall’automotive agli elettrodomestici e alle tecnologie critiche.

Il provvedimento, annunciato all’indomani dell’elezione, non chiama in causa la Cina e si limita a parlare di “resilienza e capacità delle catene di fornitura del manifatturiero e dell’industria della Difesa americana per supportare la sicurezza nazionale”. Ma non c’è bisogno del name and shame: dietro il giro di vite c’è infatti il lavorio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan e del capo del Consiglio economico della Casa Bianca Brian Deese.

Una volta firmato, l’ordine esecutivo inaugurerà un periodo di 100 giorni in cui saranno revisionate le supply chain in quattro settori critici: i semiconduttori, le batterie ad alta capacità per i veicoli elettrici, le terre rare e i farmaci, scrive Reuters. Una corsa contro il tempo per arrestare il crollo della produzione negli Stati Uniti dipendente dalla fornitura estera. I numeri di un anno di pandemia tracciano un bilancio severo.

Secondo le stime della Semiconductor Industry Association, le aziende del mercato americano dei semiconduttori hanno ormai in mano il 47% delle vendite globali dei chip ma soltanto il 12% della produzione. Il 25% delle vendite americane, spiega un recente report della Brookings Institution, proviene proprio dal mercato cinese. Si spiega dunque il pressing bipartisan della politica americana, in particolare del Congresso e di un gruppo di senatori Repubblicani, per chiedere al nuovo presidente di ridurre la dipendenza dalle forniture di Pechino.

L’ordine esecutivo di Biden lancerà una seconda revisione volta a individuare eventuali altre debolezze nella supply chain americana in alcuni settori ritenuti sensibili per la sicurezza, come la Difesa e la Salute, la tecnologia e l’informazione, il trasporto, l’energia e la produzione alimentare. Nel testo, visionato in anteprima da Nikkei Asian Review, si fa riferimento al “lavoro con gli alleati” che può portare “a catene di fornitura forti e resilienti”.

Nello specifico, la revisione avviata da Biden e dalla vicepresidente Kamala Harris, che questo mercoledì hanno incontrato alla Casa Bianca un gruppo di senatori bipartisan per discutere il decreto, si inserirà in un partenariato con tre alleati nella regione, Taiwan, Giappone e Corea del Sud. Non a caso a inizio febbraio il governo giapponese di Suga ha annunciato che nei prossimi mesi saranno messi a disposizione altri 222,5 miliardi di Yuan (2,1 miliardi di dollari) per “emancipare” e “diversificare” la supply chain nazionale.

Dietro la stretta della nuova amministrazione, che riprende e rafforza il lavoro avviato da Donald Trump durante la pandemia, si celano due partite strategiche per la Casa Bianca. La prima riguarda la corsa alla supremazia tecnologica con la Cina. Taiwan è infatti il centro nevralgico della produzione globale di chip.

Il colosso dell’isola Tsmc (Taiwan semiconductor manifacturing corporation) produce da solo la metà dei semiconduttori “contratti” al mondo, con transistor di dimensioni microscopiche, fino a 5 nanometri, che finiscono negli I-Phones, nei cloud computer di Amazon o ancora nei jet da combattimento F-35 di Lockheed Martin. Ma soprattutto nella rete 5G e nei cellulari di Huawei, la più grande azienda della telefonia mobile cinese finita nel mirino dell’intelligence Usa con l’accusa di spionaggio. Tant’è che nel febbraio del 2019 l’amministrazione Trump aveva modificato la “Foreign direct product rule”, la anormativa sui controlli dell’equipaggiamento tech proveniente dall’estero, per penalizzare la vendita di chip da Tsmc ad Hi-Silicon, sussidiaria di Huawei.

La seconda partita tocca invece un altro nervo scoperto dei rapporti fra Washington DC e Pechino: le terre rare. Ovvero un gruppo di 17 metalli, dall’alluminio al cobalto fino al tungsteno e al litio, che costituiscono la colonna portante dell’industria pesante americana. La Cina è il più grande importatore netto al mondo di terre rare, controllando quasi l’80% della catena globale, e il governo cinese sta preparando in questi giorni una revisione dell’export dei metalli negli Stati Uniti. Un ulteriore taglio potrebbe avere effetti dirompenti sul mercato dell’automotive ma anche nel settore della Difesa americana.

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