Intervista a Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), sul nuovo Action plan della Commissione europea che punta ad aumentare le sinergie tra difesa, spazio e industria civile. Da notare l’apertura a una partnership transatlantica (che guarda a Usa e Uk), ma anche tre progetti molto concreti

“Prospettico, ma pragmatico, ottimo per guidare l’iniziata del Vecchio continente nel campo dell’alta innovazione tecnologica”. È così che Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), descrive il nuovo Action plan della Commissione europea, presentato ieri e dedicato alle sinergie tra industria militare, spaziale e civile. Contiene undici azioni, apre alle collaborazione transatlantiche e lancia tre programmi flagship: droni, comunicazioni satellitari un un sistema di gestione del traffico spaziale.

Come commenta il piano d’azione?

È un’ottima iniziativa, di cui si sentiva assolutamente la mancanza. Non è infatti possibile immaginare di gestire l’innovazione mantenendo inalterato il tradizionale intervento dell’Ue, basato sulla separazione tra il campo delle tecnologie con applicazioni civili, da quello con applicazioni spaziali e da quello relativo a difesa e sicurezza. L’approccio a compartimenti stagni contrasta con l’essenza stessa dell’innovazione tecnologica. L’alta tecnologia non ha sesso; non è maschile né femminile; non è militare né civile. Certo, può cambiare l’origine o il finanziatore. Se ad esempio il finanziatore è militare, genererà effetti prima di tutto in campo militare, per poi produrre ritorni in quello civile. Funziona anche al contrario e, in ogni caso, l’innovazione finisce per riflettersi in ambedue i campi.

Che valore ha l’Action plan tra gli strumenti dell’Ue?

È ciò che in italiano chiameremmo ‘strategia’. Una strategia di cui la Commissione europea si è dotata per guidare la sua linea d’azione nel prossimo triennio, fino al 2023, per poi eseguire ulteriori passi in avanti. In tal senso, è interessante ricordare la metodologia d’approccio maturata dall’Ue negli ultimi vent’anni.

Come funziona?

Parte da un Action plan, da cui poi si concretizzano diverse iniziative con interventi mirati. È interessante che tali interventi si attuino progressivamente, in parte in linea con l’Action plan, e in parte in modo diverso dal previsto, poiché guidati dai risultati via via acquisiti. È un approccio prospettico ma pragmatico, che traccia una strada adattando le mosse successive ai risultati che si ottengono in corso d’opera, senza necessariamente dover discutere nuovamente l’Action plan.

Le undici azioni del piano potrebbero dunque cambiare?

Sì, potrebbero evolversi. Potrebbero cambiare le priorità indicate e potrebbe anche darsi che alla fine non vengano tutte realizzate. È già successo per altri Action plan, per cui l’esperienza sul campo ha dimostrato che alcune iniziative erano state superate dallo scenario. Tale approccio flessibile si è sempre dimostrato molto premiante.

L’Action plan prevede tre obiettivi generali: sinergie, spin-off e spin-in…

È esattamente quello che permette di generare integrazione e spingere l’innovazione. Due punti mi sembrano particolarmente interessanti. Primo, il riconoscimento che l’iniziativa sarà un punto di riferimento volontario per le iniziative dei Paesi a livello nazionale. È un passaggio con cui la Commissione riconosce il ruolo dei programmi nazionali nell’accompagnare le imprese e i centri di ricerca alla partecipazione dei programmi europei, oppure nell’aiutarli a prepararsi per essi.

E il secondo punto interessante?

Visto il momento, è l’apertura all’ottica transatlantica nel campo delle alte tecnologie. L’Action plan specifica la possibile collaborazione e partnership anche al di fuori del perimetro dell’Ue per compiere insieme il salto tecnologico. Non posso non pensare che il riferimento, oltre agli Stati Uniti, sia per il Regno Unito.

Arriviamo alle undici azioni. Quali le sembrano quelle maggiormente “innovative”?

C’è ad esempio la quarta azione, che prevede la costituzione di un osservatorio per le tecnologie critiche, tra l’altro incaricato di redigere un rapporto biennale. Attualmente c’è il Centro comune di ricerca (Jrc) di Ispra, valido e capace, ma di fatto un laboratorio, cioè uno strumento operativo. Un osservatorio avrebbe invece carattere strategico e analitico, così da analizzare lo stato dello sviluppo tecnologico a livello internazionale e confrontarlo con le esigenze europee, offrendo dunque indicazioni su dove concentrare risorse per garantire ritorno tecnologico. Io suggerirei qualcosa di ancora più ambizioso: un’agenzia, non come braccio operativo, ma come guida per le alte tecnologie. Allo stesso modo, mi piace evidenziare l’ottava azione, tutta dedicata alle tecnologie disruptive.

Perché?

Perché fino a poco tempo fa il termine ‘disruptive’ veniva utilizzato solo per tecnologie del campo militare. Ora invece l’approccio è globale, ed è giusto che sia così.

L’Action plan cita anche i vari settori di innovazione tecnologica. Tutto condivisibile?

Sì. L’unica pecca a mio avviso è l’assenza del settore dell’underwater. Come si è ormai consolidata l’attenzione allo spazio in qualità di dominio a se stante da quello aereo, così dovrebbe essere per la dimensione subacquea rispetto a quella marittima. La differenza è che tale dimensione ha confini definiti, ma ciò non toglie che la nostra conoscenza sul tema sia ancora ai primordi. Eppure, la sfida delle superfici sottomarine tocca diverse questioni rilevanti per il miglioramento e lo sviluppo sulla terra, tra risorse energetiche, minerali e nuove produzioni alimentari, senza dimenticare la possibilità di monitoraggio dal mare.

Le tre azioni finali rappresentano altrettanti programmi flaghship (droni, comunicazioni satellitari, gestione del traffico spaziale). Perché?

Perché la Commissione ha deciso di adottare la stessa logica con cui, soprattutto in America, sono stati fatti i grandi salti tecnologici: concentrare risorse industriali, di ricerca, finanziarie e attenzione politica non su parole e obiettivi generali, ma su programmi concreti e possibili applicazioni. Così, la Commissione ha deciso di individuare tre programmi flagship (di cui due spaziali) per guidare l’iniziativa europea.

Infine, c’è una specifica sulla possibilità di finanziare ricerca e sviluppo nel campo della Difesa non solo con il fondo Edf (7,9 miliardi per i prossimi sette anni). Altro segnale di sinergia?

Ci mancherebbe. Si è già visto l’anno scorso con alcuni finanziamenti della Bei e altri casi. Una volta riconosciuto che il settore della Difesa ha la dignità degli altri settori a tecnologia avanzata, non si può non ammettere il finanziamento dei progetti non solo con strumenti specifici (che comunque servono per un comparto così particolare), ma anche con quelli più generali.

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