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Meloni, Salvini e le scelte difficili da leader

Stefano Vespa spiega perché buona parte della riuscita del tentativo di Mario Draghi di formare il governo starà nelle scelte del centrodestra. L’ex presidente della Bce è pronto a fare tutto il necessario e sarebbe più facile con la più ampia maggioranza possibile…

Se mettiamo da parte la crisi esistenziale del Movimento 5 stelle, o di quello che ne rimarrà dopo una probabile scissione, e della necessità di ritrovare il bandolo della matassa da parte del Pd, buona parte della riuscita del tentativo di Mario Draghi di formare il governo starà nelle scelte del centrodestra. Le posizioni che si delineano sono il voto favorevole di Forza Italia (anche se Silvio Berlusconi si limita ad aspettare le idee di Draghi) e dei centristi come Maurizio Lupi, Gianfranco Rotondi e degli amici di Giovanni Toti; l’apertura della Lega che potrebbe portare all’astensione; il voto inizialmente contrario di Fratelli d’Italia che nel pomeriggio punta verso l’astensione. In particolare, sono emerse le posizioni diverse di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni: entrambi per giorni hanno insistito su elezioni anticipate finché (forse per il realismo di Giancarlo Giorgetti) Salvini è stato il primo a cambiare atteggiamento. La leader di FdI, invece, sembrava decisa e anche a poche ore dall’incontro di Draghi con il Presidente della Repubblica il capogruppo alla Camera del suo partito, Francesco Lollobrigida, aveva ripetuto che le “urne sono la strada legittima per risolvere la crisi” e che “dall’opposizione, con coerenza, sosterremo ogni iniziativa utile per l’Italia”. No al governo Draghi e poi vediamo caso per caso. Poi la novità: un “passo intermedio” e la proposta dell’astensione per compattare il centrodestra.

SALVINI DI LOTTA E DI GOVERNO

Il leader leghista cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Sul suo profilo Facebook, proprio mentre Draghi era al Quirinale, ha usato i toni duri che piacciono ai suoi elettori: “Non usiamo il virus come scusa per non votare. No alla patrimoniale, no agli aumenti dell’Imu, difesa di Quota 100, Flat Tax al 15 per cento e pace fiscale sulle cartelle esattoriali. Per noi si possono approvare rapidamente i decreti su queste priorità e andare al voto a giugno”. Robetta da fare in poche settimane e Draghi che esegue: impossibile. Poi, all’uscita dal vertice del centrodestra, i toni sono radicalmente cambiati: la via maestra è il voto, ma “il Parlamento non può stare fermo settimane o mesi” e quindi “andremo ad ascoltare” quello che dirà Draghi. I temi che porranno nei colloqui sono tasse, burocrazia, cantieri, piano vaccinale, riforma della giustizia. Un conto sono le tasse in generale, un altro la Flat Tax, scomparsa.

MELONI E LE SCELTE DA LEADER

Non è un caso che non ci sia stata una nota congiunta come era sempre avvenuto durante la crisi dopo le riunioni del centrodestra e che sono programmate altre riunioni a breve. Salvini ha ripetuto messaggi di compattezza, ma per ora non è così. La coerenza è senza dubbio un pregio di Giorgia Meloni le cui capacità sono riconosciute in modo bipartisan, a prescindere da opinioni anche opposte, ma fare un passo indietro oggi per senso dello Stato può consentirne due in avanti domani quando si voterà. È ovvio che Salvini sia titubante perché teme di perdere consensi a vantaggio della sua rivale più pericolosa ed è altrettanto ovvio che la leader di FdI punti proprio per questo ad aumentare ancora di più i consensi. È sicura che restando all’opposizione faccia gli interessi dei suoi elettori? Qualcuno di loro sui social network ha dei dubbi perché l’emergenza economica e sanitaria non guarda alle tessere di partito. Nessuno avrebbe chiesto alla Meloni di sostenere un governo con il Pd o il M5S, ma se perfino LeU non voterà contro (il capogruppo Federico Fornaro dice che va accolto l’appello di Mattarella e che ascolteranno le proposte di Draghi), correrebbe il rischio di ritrovarsi isolata in una posizione difficile di fronte al voto favorevole di Forza Italia e dei centristi e la probabile astensione della Lega. Ecco quindi la mossa strategica perché la coerenza è difendere gli interessi degli italiani che votano per te anche con scelte dettate dall’emergenza. Poi, dopo le urne, torneranno le fisiologiche divisioni.

I TEMPI TECNICI

È utile ricordare i tempi tecnici in caso di elezioni. La decisione di non sciogliere le Camere è stata spiegata da Sergio Mattarella con un periodo troppo lungo di ordinaria amministrazione e con il rischio di aumento di contagi per la campagna elettorale. Mettendo da parte quest’ultimo motivo, sul quale ci sarebbero anche dati contrastanti, Mattarella ha ricordato che nel 2013 e nel 2018 ci vollero rispettivamente quattro e cinque mesi perché il governo avesse la fiducia. In particolare, dallo scioglimento delle Camere del 22 dicembre 2012 Enrico Letta ebbe la fiducia il 30 aprile 2013 e, nella legislatura successiva, dallo scioglimento del 28 dicembre 2017 Giuseppe Conte ebbe la fiducia il 6 giugno 2018.

L’ALLARME DI MATTARELLA

Nel centrodestra c’è chi ha ricordato i tempi molto veloci del governo Berlusconi del 2001. Se è vero che dal voto del 13 maggio al giuramento dell’11 giugno trascorsero solo 29 giorni, dallo scioglimento delle Camere dell’8 marzo alla fiducia del 21 giugno ne trascorsero 106. Se il centrodestra vincesse nettamente eventuali elezioni anticipate, com’è probabile, un periodo di tre mesi e mezzo sarebbe il minimo da considerare: significa che, se Mattarella avesse sciolto le Camere anziché convocare Draghi, il nuovo governo sarebbe stato nella pienezza dei poteri non prima della metà di maggio, anche con dubbi giuridici sui limiti dell’ordinaria amministrazione del governo attuale a fronte di decisioni che vincoleranno l’Italia per anni. Il presidente della Repubblica ha elencato le scadenze: “Entro il mese di aprile va presentato alla Commissione europea il piano per l’utilizzo dei grandi fondi europei ed è fortemente auspicabile che questo avvenga prima di quella data di scadenza, perché quegli indispensabili finanziamenti vengano impegnati presto. E prima si presenta il piano, più tempo si ha per il confronto con la Commissione. Questa ha due mesi di tempo per discutere il piano con il nostro governo; con un mese ulteriore per il Consiglio europeo per approvarlo. Occorrerà, quindi, successivamente, provvedere tempestivamente al loro utilizzo per non rischiare di perderli. Un governo ad attività ridotta non sarebbe in grado di farlo”.

Numeri alla mano, la posizione della Lega è determinante come quella dei 5 stelle che in parte voteranno a favore del nuovo governo. La svolta della Meloni sembra cambiare in positivo lo scenario. Nel famoso intervento del “Whatever it takes”, tutto ciò che è necessario per salvare l’euro, forse è stata dimenticata la portata comunicativa della frase successiva pronunciata dall’allora presidente della Bce: “… E credetemi, sarà abbastanza”. Draghi è pronto a fare tutto il necessario e sarebbe più facile con la più ampia maggioranza possibile.

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