Il volume di Giuseppe Sgarbi, dopo cinque anni dalla prima edizione, esce nuovamente per i tipi di La Nave di Teseo. Un libro raro nella produzione di romanzi contemporanea, ricco di sentimenti e di ricordi che ha ispirato un film omonimo di Pupi Avati. Ce ne parla Gennaro Malgieri

Ritorna un gran libro di Giuseppe Sgarbi (1921-2018), Lei mi parla ancora, dopo cinque anni dalla prima edizione, per i tipi de La Nave di Teseo, diretta dalla figlia Elisabetta. Un libro raro nella produzione di romanzi contemporanea. Un libro di sentimenti e di ricordi che ha ispirato il film dall’omonimo titolo di Pupi Avati, in prima visione su Sky questa sera. Il protagonista, che interpreta l’autore, è uno strepitoso e “inedito” Renato Pozzetto per la prima volta in una parte drammatica che sorprende per la  bravura davvero insospettabile, dopo decine di ruoli comici, nell’impersonare Giuseppe che racconta della sua Rina a un ghostwriter che lo supporta. E al quale svela gli arcani di una intensa vita vissuta per sessantacinque anni in comune.

La pellicola di Avati reca l’impronta del regista, indubbiamente, ma se si fosse attenuto maggiormente allo spirito e al racconto del “memoriale” di Sgarbi il risultato sarebbe stato più coinvolgente per lo spettatore che ad ogni cambiamento di scena si attende qualcosa di più, magari in aderenza proprio al libro. La cui apertura è immediatamente limpida, secca, commovente, appassionata.

“E tu, dimmi: perché sei andata via? Così presto, poi. Che fretta c’era? Dimmi”. Sono le semplici parole di un intenso monologo, vera e propria elegia, che Giuseppe “Nino” Sgarbi rivolge alla moglie Rina, un anno dopo la scomparsa. E in esse c’è tutto: l’incredulità dell’abbandono, l’inspiegabile improvvisa solitudine, l’irragionevole silenzio della donna amata che quantomeno avrebbe dovuto “avvertirlo”. C’è soprattutto un immenso, tenerissimo amore nel lungo discorrere con lei di un novantenne che non può fare a meno della donna nella quale tutto ha trovato e alla quale ogni cosa di se stesso ha donato. Lei mi parla ancora, che non saprei come definire: – poesia, romanzo, diario, memoria – è qualcosa di più che un libro; è un elegantissimo scrigno nel quale un vecchio signore, colto e raffinato, ha riposto il suo tesoro più prezioso: la passione per sua moglie, madre dei suoi figli, ispiratrice totale di tutta la sua esistenza. Quasi a volerla preservare dalla polvere del tempo e tenerla con sé finché potrà per poi trasmetterla, questa passione così assorbente e totale, a chi avrà la ventura di prenderne contezza.

Una passione dai colori intensi, nutrita di ricordi che il passare del tempo non ha sbiadito; insomma, la storia della vita di due esseri innamorati fin dal primo istante, uniti da uno struggente ed esclusivo amore coniugale e da una insaziabile ricerca della bellezza con la quale hanno riempito le loro case così fascinosamente debordanti di opere d’arte. Passione dispiegatasi lungo oltre sessant’anni che ha continuato a nutrire la vita di Nino fino alla fine, facendo palpitare il sopravvissuto nel parlare, riempiendo fogli di racconti alla sua donna come se fosse stata ancora viva e presente in quella casa di armonie e di tenerezze.

Giuseppe Sgarbi che già un paio d’anni prima di questa straordinaria opera s’era scoperto scrittore, con i romanzi Lungo l’argine del tempo. Memorie di un farmacista e Non chiedere cosa sarà il futuro, con la lunga “lettera” (vogliamo definire così questa straordinaria poesia in prosa?) alla moglie si conferma autore tra i più seducenti tra i nostri contemporanei. Probabilmente lui aveva sempre saputo, o almeno sospettato, di essere uno scrittore, ma chissà perché ha aspettato tanto per rivelarsi negandoci chissà quanti altri scritti che come quelli citati, e in particolare Lei mi parla ancora, suscitano in noi un sentimento di intima gioia spirituale grazie anche alla bellezza di una scrittura dolce, sorvegliata, spontanea, umanissima e delicata.

È il suo omaggio estremo a Rina, si dirà. Naturalmente. Di certo anche ai suoi figli Vittorio ed Elisabetta. E senz’altro alla sua terra così ricca di umori e di carattere. Ma è pure un omaggio a chi leggendo (e rileggendo!) queste pagine ritrova ciò che ha perduto: il calore di uno slancio vitale che non appassisce mai, neppure di fronte alle inevitabili difficoltà della vita.

Il “viaggio” compiuto da Giuseppe Sgarbi con la sua Rina sembra non aver fine. Le parla e l’ascolta come se fosse ancora seduta su quella poltrona in cucina ormai desolatamente vuota. E a chi non ha avuto la fortuna di conoscerla, la racconta nel lungo percorso compiuto insieme, segnato da una gioia che i particolari annotati fanno emergere più di una ricerca nella memoria che con fatica si tenta di trattenere.

Già, la memoria. Ad un certo punto si ha quasi l’impressione che Giuseppe della Rina non voglia perdere niente, neppure il più piccolo sospiro, la più insignificante delle attenzioni. Ed ogni gesto e quasi ogni parola voglia serbarli per se stesso al punto di non aver bisogno di “aggiungere niente alla nostra vita”, perché è stata una vita bella. Così, semplicemente.

Non è un libro per critici letterari questo di Giuseppe Sgarbi. Nessuno potrebbe recensire “tecnicamente” pagine nelle quali ci si imbatte in una frase come questa: “Finché morte non vi separi è una bugia. Il minimo sindacale. Un amore come il nostro arriva molto più in là. E il tuo lo sento anche da qui”. Cosa dovrebbe aggiungere un critico di professione?

Si respira aria buona in questo libro; si tocca un mondo che non c’è più; si assaporano parole antiche che un novantenne ha il coraggio di mettere felicemente su carta e ci fa così sentire più poveri attaccati alla nostra modernità da accattoni. A pensarci bene, è questo il “miracolo” di Rina, probabilmente. Suscitatrice di sentimenti e di pensieri umili, nutrimento dell’arte della vita che insieme con suo marito ha coltivato con l’esuberanza della sua perenne giovinezza trovando in lui il perfetto completamento di se stessa. “Mi hai amato di un amore grande. Talmente grande che, solo a pensarci, mi gira la testa. E non so se sono mai riuscito a ricambiarlo fino in fondo. Temo di no. Perché tu eri totale in tutto, anche nell’amare”, scrive Giuseppe. E si capisce che non sa e non vuole darsi pace. Già, “che fretta c’era?”.

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