Uno sviluppo tecnologico dissennato conduce il Paese alla rovina. La citazione di Draghi al “richiamo religioso” del Papa indica l’indispensabile “umiltà” che l’uomo deve avere per non sentirsi “padrone” del Creato. Conversazione di Formiche.net con Monsignor Vincenzo Paglia

In tema di ambiente, il neo-premier Mario Draghi ha ricordato una particolare espressione pronunciata da papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale della Terra dell’ultimo anno: “Siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore”. Un fatto che di certo non è passato inosservato a molti, che hanno trovato in quelle poche parole un messaggio ben chiaro su quali siano le intenzioni del nuovo esecutivo. In particolare, per tutto ciò che concerne l’impegno per quella transizione ecologica che ha segnato fin da subito, anche grazie alla spinta dell’entusiasmo grillino, un punto focale della strategia per la ripartenza del Paese nel mondo post-Covid. “Credo che il Presidente del Consiglio, citando il Papa, ha colto una delle questioni più delicate di questo tempo, che riguarda non solo il nostro Paese ma l’intero Pianeta”, è il commento rilasciato a caldo in questa conversazione con Formiche.net da Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II.

“Uno sviluppo tecnologico dissennato, nel senso letterario del termine, cioè “senza senno”, ossia senza una prospettiva umanistica teso solo ad interessi individuali e di parte, conduce il Paese alla rovina. Mentre abbiamo bisogno di uno sviluppo integrale dell’uomo e dell’ambiente”, continua Paglia. “In questo senso la citazione al “richiamo religioso” sta a indicare l’indispensabile “umiltà” che l’uomo deve avere per non sentirsi “padrone” del Creato, semmai di esserne “signore” nel senso alto del termine, appunto, come Dio visto che l’uomo e la donna sono stati creati a Sua immagine e somiglianza. Quindi con un atteggiamento rispettoso, attento, educato, non volgare. Oggi gli stessi scienziati parlano di “antropocene”, ossia dell’uomo divenuto distruttore di sé stesso e dell’ambiente. L’avvertimento che il Presidente del Consiglio ha riportato è quanto mai opportuno: dobbiamo porre un freno all’egoismo, soprattutto economico, per avviare una prospettiva umanistica che tenga conto degli sviluppi integrali dell’uomo e della cura della Casa comune”.

Papa Francesco nella sua Laudato Sì ha parlato di transizione ecologica ormai sei anni fa. Ora la politica italiana ne ha fatto il punto forte della rinascita nel mondo post-Covid. Ci voleva una crisi come quella pandemica per accelerare questo processo, per utilizzare un termine anche in questo caso caro al Papa?

Evidentemente sì! In ogni caso è importante che tutti traiamo una lezione salutare da una tragedia così grave come è stata ed è ancora la pandemia. Non si tratta solo di remare tutti dalla stessa parte, anche in riferimento al coinvolgimento di tutte le forze per camminare in una stessa direzione. Ma anche di capire qual è la direzione, e chiederci se è quella del primato del bene comune di tutti e non solo di una parte. Ecco perché unirei l’enciclica Laudato Sì alla successiva, Fratelli tutti. In questo senso è decisivo che tutti remiamo verso il ristabilimento di un ordine, sia nella casa sia in chi la abita. Quindi: bando alle ingiustizie, ai sovranismi vaccinali, alle disparità tra chi ha tanto e chi niente, per avviare invece una cura solidale per tutti e che inizi con l’attenzione a chi ha meno, a chi ha poco. Mi riferisco in particolare ai più deboli, agli anziani, ai bambini e ai disabili.

Gli stessi che sembrano essere i più colpiti dalla pandemia. Vale a dire in un primo momento gli anziani, fin dallo scoppio della crisi un anno fa. Mentre ora le varianti sembrano colpire anche i bambini. La Santa Sede sui vaccini ha invitato più volte la comunità internazionale ad aprirsi ai più deboli, e ai più poveri.

Di fronte ad una pandemia globale dovrebbe essere interesse di tutti che il vaccino sia distribuito ovunque e che tutti possano quindi vaccinarsi, anche perché il virus non conosce barriere né frontiere. C’è bisogno di una rinnovata attenzione al mondo dei fragili. È stato importante, e a me personalmente ha fatto molto piacere, come presidente della Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, l’affermazione di Draghi che ha ripreso i termini letterali della proposta portata avanti dalla Commissione. Ossia della centralità della cura domiciliare degli anziani attraverso una assistenza domiciliare integrata e continua. È questa una prospettiva che rivoluziona l’assistenza degli anziani in Italia. Mi auguro che la stessa cosa avvenga in Europa e ovunque nel mondo.

Anche per evitare che possa riproporsi quanto visto nei primi mesi della pandemia, quando nelle Rsa si è assistito ai grandi drammi di anziani lasciati soli di fronte al virus.

I numeri della pandemia ci mostrano la gravità della situazione per gli anziani. Ad oggi il numero dei decessi per Covid nel mondo è di circa due milioni e duecentotrentamila morti, di cui la stragrande maggioranza riguarda ultrasettantacinquenni. E la maggioranza dei decessi di questi ultimi è avvenuta nelle Rsa o negli istituti per anziani. Tutto questo non può non farci riflettere. Evidentemente c’è un problema nel sistema. Ed è chiaro: la società che pure sa dare più anni di vita non sa però custodirli. Va cambiato l’intero paradigma dell’assistenza agli anziani.  E il cuore di questa prospettiva è mettere al centro dell’attenzione le persone anziane partendo dal luogo in cui abitano. Tutti vogliamo vivere i nostri ultimi anni della nostra vita là dove viviamo da sempre: a casa o nell’habitat (co-housing, centri diurni e di riabilitazione). E se c’è urgenza di istituti di ricovero prolungati, come ad esempio le Rsa, la prospettiva deve però essere sempre quella di tornare a casa e terminare i proprio giorni tra i propri cari.

Gli eventi legati alla pandemia stanno avendo impatti importanti su molti ambiti della vita sociale e politica, come il lavoro, l’educazione, l’uso della tecnologia. Nei prossimi mesi molte aziende rischiano di non riuscire a ripartire, poi ci sarà la questione dei licenziamenti, temi che bisognerà affrontare in Italia.

Non c’è dubbio che la pandemia ha colpito in maniera gravissima l’intero assetto della società, e certamente vanno ripensate le strategie per affrontare i diversi problemi che sono emersi. Anzitutto una nuova attenzione va portata al grande tema dell’educazione dei nostri ragazzi, quindi la scuola: è indispensabile accompagnare la generazione dei più piccoli e quella dei giovani per evitare che perdano (come purtroppo a volte sta accadendo!) mesi preziosissimi per la loro formazione. C’è bisogno di un supplemento di creatività e di assistenza verso di loro, su tutti i versanti. Pensiamo a cosa significhi stare mesi e mesi a casa per un adolescente, quando lo sviluppo della materia cerebrale richiede il contatto e la presenza fisica degli altri. C’è poi tutto il tema del lavoro. Una questione enorme. L’economia ha subìto un crollo mondiale non indifferente, sebbene in maniera molto diversificata.

Secondo lei da dove si può ripartire?

Credo che la prima questione sia quella della salute: non dobbiamo sottovalutare i giudizi dei comitati tecnici per bloccare la pandemia. Nello stesso tempo è indispensabile che la politica, mentre ascolta gli esperti della salute, ponga una grande attenzione per sostenere in ogni modo tutti i settori del lavoro e particolarmente quelli più provati, trovando le vie più adeguate per un immediato riavvio della produzione. Credo che siamo in buone mani. L’esperienza del Presidente del Consiglio è stata sempre legata a dimensioni internazionali e al contesto europeo. Ed è senza dubbio importante la sua autorevolezza sul piano internazionale per promuovere lo sviluppo dell’Italia.

Un altro grande tema è quella della transizione digitale verso un mondo sempre più interconnesso. Qual è a suo avviso la direzione, e quali i pericoli?

Non c’è dubbio che il domani del nostro Pianeta transita verso la dimensione digitale. L’Accademia per la Vita proprio lo scorso anno ha affrontato questo delicatissimo tema. La firma della Rome Call for Ethics sull’Intelligenza Artificiale è stata posta lo scorso 28 febbraio: si è trattato dell’ultimo evento prima dello scoppio della pandemia. Le nuove tecnologie, a motivo della loro enorme forza invasiva, debbono essere porte in dialogo con la dimensione umanistica, etica, pedagogica e giuridica. Proprio perché sia l’uomo a guidare la macchina tecnologica, e non viceversa. Le potenzialità di “inquinamento” dell’umano che queste tecnologie hanno debbono sottostare ai valori dell’etica per ottenere uno sviluppo integrale dell’uomo. Insomma, per dirla in breve: i pericoli di una “algocrazia” possono essere evitati se si avvia una “algoretica”. Lo sviluppo della tecnologia deve essere sempre al servizio dell’uomo e non viceversa.

In tutto ciò, la Chiesa richiama alla preghiera. Siamo entrati in tempo di Quaresima: qual è l’importanza della preghiera in questo contesto di lotta per la fuoriuscita dall’emergenza?

Sono convinto che questa pandemia – che ci ha fatto toccare con mano la fragilità sia di ciascuno di noi sia dei governi come anche della scienza o delle organizzazioni mondiali – ha fatto emergere il bisogno di aiuto, di sostegno, di futuro che tutti abbiamo. In questo senso la dimensione religiosa, in particolare quella della preghiera, è tornata nell’orizzonte di tanti. Gli stessi non credenti guardano con più attenzione alla dimensione religiosa dell’Oltre, che potremmo dire la dimensione del mistero, ossia come una dimensione connaturale all’esistenza di ciascuno e dell’umanità. La Quaresima che inizia con l’imposizione delle ceneri, se per un verso ci ricorda la fragilità di ciascuno di noi, per altro verso ci dice e ci mostra che Dio si è chinato e ama la polvere che noi siamo, ama la nostra debolezza. In questo tempo sappiamo in Chi confidare, certi che non ci abbandonerà. Semmai vuol preparare, con noi, un futuro migliore per tutti.

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