Duro battibecco a Bruxelles fra il leghista e leader dei sovranisti europei Marco Zanni e il vice tedesco di Afd Joerg Meuthen su Mario Draghi. La Lega lo difende dalle critiche e porta in Ue la svolta “europeista” di Matteo Salvini, con un occhio al Ppe

Nessuno tocchi Mario Draghi. La conversione europeista di Matteo Salvini si fa già sentire a Bruxelles. Un battibecco fra il leader dei sovranisti europei del gruppo Id (Identità e democrazia), il leghista Marco Zanni, e il suo vice tedesco di Afd Joerg Meuthen, la dice lunga sul clima che si respira in casa Lega all’indomani dell’endorsement al governo di unità nazionale. Il premier incaricato Draghi, dice Meuthen, “è un brutto scherzo”.

Non solo: è “il grande maestro in materia di debiti” che viene per far spendere agli italiani “i tanti miliardi” del Recovery Fund. Pochi minuti dopo viene gelato dal presidente Zanni: “Se qualcuno all’estero critica il professor Draghi per aver difeso l’economia, il lavoro e la pace sociale europea, quindi anche italiana, e non solo gli interessi tedeschi, questa per noi non sarebbe un’accusa, ma un titolo di merito”.

Al richiamo alle armi risponde pure un altro eurodeputato leghista, il veneto Gianantonio Da Re, che si spinge oltre. Nel gruppo sovranista, dice, i tedeschi “sono un’anomalia” e “dovrebbero andare tra i non iscritti, con i Cinque Stelle”.

In verità gli stracci volati in Ue raccontano un’altra storia. L’ “anomalia”, di questo passo, è una Lega europeista che rimane nella famiglia degli euroscettici. Per avere un’idea dell’inversione a U, basti pensare che meno di due anni fa, ospite sul palco di Matteo Salvini a Milano nell’ultimo comizio prima delle elezioni europee, c’era anche Meuthen a tuonare contro Angela Merkel e “la troika dei tecnocrati che hanno distrutto la nostra Europa”.

Non è un mistero che la partita della Lega per il governo Draghi a Roma abbia una contropartita a Bruxelles. Lo ha spiegato su Formiche.net un osservatore attento come Paolo Alli, già a capo dell’Assemblea parlamentare della Nato e deputato centrista. “Se la vedetta Giorgetti e il nocchiero Salvini continueranno la virata, nessuna destinazione sarà loro preclusa”. Neanche un approdo al Partito popolare europeo, traguardo cui il vicesegretario e consigliere di Salvini lavora ormai da tempo.

La strada è in salita, i contatti sono stati avviati. Il sì a Draghi può trasformarsi nel primo tassello di un domino che porta a un cambio di squadra al Parlamento Ue. Un piano condiviso con alcuni vertici del Ppe prevede l’abbandono del gruppo ID e un periodo di “limbo” nel Gruppo misto. Certo (i Cinque Stelle lo sanno bene), in Europa da lì non si tocca palla. Ma per qualche mese i leghisti potrebbero riscoprire una sintonia con i popolari su singole votazioni, accorciando le distanze.

Per il cambio di maglia bisogna prima fare spazio. Il Ppe, riferiscono fonti qualificate, vuole liberarsi al più presto dei parlamentari di Fidesz, il partito ungherese di Viktor Orban. Sulla carta, lo scambio conviene: i leghisti sono il doppio. Bisogna prima vincere alcune resistenze. Una parte della Cdu post-Merkel di Armin Laschet tira il freno a mano. A Berlino non sono passati inosservati, per dire, alcuni riferimenti poco lusinghieri alla cancelliera durante il dibattito per la Legge di bilancio in Parlamento da parte dei leghisti.

Un’occasione si presenta subito, questo martedì. Come scrive Angela Mauro su Huffington Post, la plenaria dovrà votare per l’approvazione del regolamento sulla “Recovery and resilience facility”. Un mese fa in Commissione i leghisti si sono astenuti. Ora il dubbio sibila, a Roma come a Bruxelles.

 

[Foto dal profilo Twitter di Marco Zanni – https://twitter.com/Marcozanni86/]

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