L’Europa può diventare un gigante tecnologico al pari di Stati Uniti e Cina, com’è nei piani di commissari europei e primi ministri? Secondo Franco Bernabè non ci sono le condizioni: troppa burocrazia e pochi investimenti, soprattutto nei settori chiave di difesa e intelligence, su cui si è costruita la rivoluzione digitale. Invece di percorrere un’improbabile “terza via”, bisogna rafforzare il legame euro-atlantico

Se c’è una frase chiave di questa fase storica in Europa che non sia legata alla pandemia, è sicuramente sovranità tecnologica, sorella dell’autonomia strategica teorizzata da Macron. Entrambe figlie dell’era trumpiana: un continente disorientato dall’America First ha cercato di costruirsi una terza via nei campi dell’innovazione e della difesa. Ora che alla Casa Bianca c’è un nuovo presidente, l’autonomia strategica resterà soprattutto un sogno francese, in particolare dopo il discorso di Blinken alla Nato e l’incursione di Biden al Consiglio europeo, segnali che a Washington si vuole ristabilire un solido asse euro-atlantico.

L’altra sorella invece sembra essere più vispa che mai, anche grazie allo schieramento di figure di primissimo piano. C’è un intenso epistolario tra capi di governo (prima tutte donne e poi tutti uomini) e Commissione europea, abbiamo la bussola di Ursula von der Leyen, i campioni di Thierry Breton, gli editoriali di Vestager e Borrell, e da ultima l’“intollerabile sudditanza digitale” lamentata da Mario Draghi alla Camera.

Ma cosa vuol dire sovranità tecnologica? Iniziamo dalla seconda parola: i principali settori in cui l’Europa, anche a causa del Covid-19, ha “scoperto” di essere clamorosamente indietro rispetto a Stati Uniti e Asia sono l’innovazione green, l’industria farmaceutica e le telecomunicazioni. Di quest’ultimo abbiamo chiesto lumi a Franco Bernabè, una carriera al vertice di multinazionali (Fiat, Eni, Telecom, Cellnex) e fondatore di FB Group.

Inizio chiedendole proprio questo: cosa intendiamo per sovranità?

No, scusi, me lo deve dire lei cosa vuol dire essere sovrani, autonomi o indipendenti nella tecnologia, perché io, osservando la realtà e non un mondo immaginario, non riesco a capirlo.

Vuol dire costruire un apparato tecnologico in grado di confrontarsi con quello di Usa, Cina e Russia, come si legge nella dichiarazione congiunta dello scorso dicembre, in cui si punta a produrre almeno il 20% dei semiconduttori a livello globale.

Allora sarò sicuramente un outlier, ma dubito che questi obiettivi possano essere raggiunti per decreto. Finché l’Unione europea resta com’è, non riuscirà a recuperare il terreno perduto. I motivi sono molto complessi e stratificati nel tempo.

Partiamo dall’inizio.

Il primo e più semplice motivo è che l’Europa non ha l’apparato militare e di intelligence delle altre superpotenze. Sono i settori che danno la spinta nello sviluppo tecnologico, e le risorse che vi dedicano i Paesi europei sono incommensurabilmente inferiori. Davvero imparagonabili. Ovvio, in futuro questo potrebbe cambiare, ma al momento non vedo all’orizzonte alcun piano di integrazione politica, economica o strategica, da accompagnare a investimenti mastodontici.

È solo una questione di soldi?

No, c’è anche una profonda diversità culturale che ci impedisce di arrivare dove oggi sono gli altri. Mi viene in mente un aneddoto che trovo straordinariamente efficace. Eravamo al congresso della Internet Engineering Task Force nel 1992, anno in cui si contrapponevano – ed era uno scontro durissimo – due diversi protocolli per il web che stava nascendo. Da un lato il protocollo Tcp/ip, sviluppato negli Stati Uniti, dall’altro l’insieme di protocolli Iso/Osi, sostenuto dalla Comunità europea, dalle società di telecomunicazione, e persino da una buona parte di americani convinti che avrebbe prevalso. Eppure uno dei partecipanti disse una frase semplicissima, e basta quella a capire come andò a finire. “Il metodo Tcp è descrittivo. Il metodo Iso è prescrittivo”. E, concluse maliziosamente, “uno è adatto alla tecnologia, l’altro alla teologia”.

Burocrazia contro metodo scientifico (e inventiva). Da allora è cambiato qualcosa?

Non molto. Nell’intervento di Vestager e Borrell pubblicato sul Sole 24 Ore si continua a confondere la tecnologia con i buoni sentimenti. Intendiamoci, io mi riconosco più nei valori enunciati dai commissari europei che in quelli della Silicon Valley o, neanche a dirlo, in quelli cinesi. Ma i balzi digitali nascono dalle esigenze di agenti segreti e soldati. Solo dopo aver impiegato centinaia di miliardi (pubblici) certi strumenti hanno trovato applicazione in ambito civile.

Senza lo Stato, che sia americano o cinese, non saremmo dove siamo ora. Quindi gli europei non sono fuori strada nel loro sforzo “dirigista”, no?

Lo dice Peter Thiel, fondatore di eBay e early investor in Facebook, che nel suo libro scrive “non investirò mai dove c’è una concorrenza perfetta, perché in un simile scenario non si fanno profitti”. Lo sviluppo della Silicon Valley nasce sulle spalle dei monopoli. Invece qui in Europa, dove monopoli tecnologici non se ne sono fatti, ora si parla di concorrenza, privacy, interoperabilità. Ricette perfette per non sviluppare tecnologia. Per questo temo che il Vecchio Continente non si avvicinerà mai ai livelli delle superpotenze tech.

Ma c’è qualcosa che l’Europa può portare al tavolo delle catene di valore globale?

In termini di intelligenze non abbiamo nulla da invidiare a Stati Uniti e Cina, che pure hanno sistemi educativi più avanzati. È l’infrastruttura burocratica e legale a impedire l’innovazione. Mentre parliamo, fuori dall’Europa si stanno progettando autonomous combat systems, armi gestite dall’intelligenza artificiale, i cui brevetti molto presto saranno la base di innovazioni in campo civile. Ma non creda che gli Stati Uniti siano immuni da errori.

Dove hanno sbagliato?

Ricorda la legge di Moore? Quella per cui il numero di transistor su un microchip si raddoppia ogni due anni, mentre il costo dei computer si dimezza. Ormai siamo arrivati a ordini di grandezza tali per cui non vale più, ma resta la sua importanza concettuale: tutto quello che ci circonda parte dallo sviluppo dei semiconduttori. Eppure gli americani hanno lasciato che i principali produttori al mondo diventassero i taiwanesi, su un’isola a 100 miglia dalla Cina. Tutto per risparmiare qualche miliardo, mentre ora si trovano tra le mani un problema geopolitico forse irrisolvibile e dovranno spendere dieci volte tanto per riportare in casa quote di supply chain.

Insomma la sovranità digitale è impossibile?

Oh no, è possibilissima. Basta alzare un great firewall come la Cina. Prendere i 20-30 punti di accesso, bloccarli e costruire un intranet europea senza Google, Facebook, Amazon. Poi ci sarebbe il dettaglio di creare motori di ricerca, social network, modelli di distribuzione commerciale che abbiano successo. Non so se ne saremmo in grado, innanzitutto dovremmo sussidiare massicciamente le nostre catene di valore. Ma finora siamo stati capaci soprattutto di sussidiare quelle cinesi.

Parla del fotovoltaico e dei veicoli elettrici?

Esatto. L’Europa da una parte dice che dobbiamo essere autonomi dagli altri, dall’altra annuncia che nel 2030 non dovranno più circolare veicoli con il motore a scoppio. E chi produce oggi praticamente tutte i pannelli solari e le batterie del mondo? La Cina. Con gli incentivi al fotovoltaico abbiamo arricchito i produttori cinesi permettendo loro di raggiungere economie di scala impensabili fino a pochi anni fa. Il tutto mentre facevamo crollare il valore dei motori sviluppati in Europa, anche se – ad esempio – un’auto diesel di ultima generazione (se prendiamo il ciclo che va dalla produzione fino allo smaltimento delle singole parti) inquina quanto un veicolo elettrico, visto che almeno per ora molte fabbriche cinesi di batterie si alimentano con elettricità prodotta grazie al carbone.

All’Europa manca il pragmatismo?

Abbiamo un’idea meccanica e burocratica dei processi, per fortuna è arrivato Draghi che è l’anti-ideologico per eccellenza.

La strada dunque non è una creazione di un improbabile “terzo polo” quanto un’alleanza più forte con gli Stati Uniti, che condividono i nostri valori e principi democratici.

Assolutamente. Non c’è una vera alternativa, e per fortuna anche gli Usa hanno capito che aver fatto crescere in modo incontrollato i “campioni” alla lunga può soffocare l’innovazione. Il partito democratico, che negli anni di Clinton ha cambiato l’assetto legislativo e permesso a Big Tech di diventare inarrestabile, ora sta affrontando il tema delle riforme, in una chiave sicuramente più “europea”. Quindi si può dire che c’è anche un nostro contributo, in termini di privacy, gestione dei dati e concorrenza.

Chiudiamo parlando di 5G. Un campo in cui si sta cercando di “rallentare” un’evoluzione troppo dipendente da tecnologie cinesi.

Più che puntare su questa o quell’azienda per sottrarci al dominio cinese, una strada percorribile mi pare quella dell’Open-RAN, peraltro coerente con l’idea dei commissari europei: un sistema aperto e sviluppato in coordinamento con gli stati. Ma resta un problema di cybersecurity, perché i sistemi aperti spesso non garantiscono la stessa sicurezza di quelli chiusi, essendo i loro snodi principali, per definizione, accessibili a chiunque. Sulla carta è un discorso molto interessante, bisogna vedere però chi avrà l’incentivo a sviluppare un sistema che non genera grossi profitti e che “non è di nessuno”.

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