Si accende il dibattito politico per la consulenza sul Recovery Plan affidata dal Mef al colosso americano della consulenza McKinsey. Ma è un’attività ordinaria in tutti gli altri Stati Ue e comunque affiancata da strutture pubbliche che monitorano e valutano la gestione dei fondi Ue da più di vent’anni. Gambescia (Studiare Sviluppo): possiamo trovare un equilibrio virtuoso

Molto rumore per nulla? Il caso della consulenza sul Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) affidata al colosso americano McKinsey continua a tenere banco nel dibattito politico. La consulenza del Mef, rivelata da Radio Popolare, consiste in un lavoro di affiancamento del ministero guidato da Daniele Franco e degli altri ministeri in prima linea nella gestione dei 209 miliardi di euro del Next generation Eu, il ministero della Transizione ecologica di Roberto Cingolani e il ministero della Transizione digitale di Vittorio Colao.

Come confermato da Via XX Settembre, il contratto con McKinsey, leader mondiale nella consulenza strategica, è di fatto “pro-bono”, ovvero copre i costi delle spese del team di circa 4-5 persone che lavorerà sotto il coordinamento del dirigente della Ragioneria Carmine Di Nuzzo.

In queste ore c’è chi, come l’ex ministro degli Affari regionali Francesco Boccia o l’ex viceministro al Mef Antonio Misiani, chiede al governo di chiarire perché si sia fatto ricorso a una società privata per la consulenza sui fondi europei. Un lavoro che, viene sottolineato, poteva essere affidato ad altre strutture della Pa italiana che già svolgono una funzione di advisory sulla gestione dei fondi comunitari.

La pratica a ben vedere è tutt’altro che inusuale né è tipica dei soli governi “tecnici”. È cosa nota infatti che con i ministeri-chiave economici collaborino come consulenti alcune delle principali società del settore. Nella prima parte del Recovery Plan scritta durante il governo Conte-bis, ha scritto Il Fatto Quotidiano, sono state ad esempio coinvolte due delle “big four”, Kpmg e Pwc, per le schede sulla Sanità.

Un’altra critica che viene mossa alla scelta di Draghi è quella di affidare decisioni politiche a una squadra di tecnici, peraltro esterni all’amministrazione. Cioè di chiamare McKinsey non solo nella fase “bottom-up” della stesura del piano ma anche in quella finale, dove si limano i dettagli.

Il lavoro della società americana però non consiste nella sostituzione del decisore pubblico ma in una consulenza sull’analisi di impatto delle misure, la comparazione dei dati e lo studio di quanto è stato fatto in altri Paesi europei e non.

Dopotutto è pratica comune in altri Stati Ue l’attività di consulenza privata di società esterne all’amministrazione che, se avessero strutture fisse, comporterebbero un onere troppo gravoso per le casse dello Stato. Il passaggio da una consulenza sulla sola fase di monitoraggio del piano a quella dell’implementazione è dovuto semmai alla ristrettezza dei tempi e a un’accelerazione richiesta da Palazzo Chigi.

Ovviamente McKinsey e le altre società private non detengono il monopolio della consulenza dei fondi Ue. Ci sono infatti società all’interno dell’amministrazione che svolgono da anni e con efficienza questo lavoro.

È il caso di Sogei, società del Tesoro che svolge attività di monitoraggio e realizza servizi informatici per il ministero, la Corte dei Conti, le Agenzie fiscali e altre Pa. O ancora di Studiare Sviluppo Srl, società partecipata al 100% dal Mef che svolge attività di supporto all’analisi, alla programmazione, all’attuazione e valutazione delle politiche pubbliche per lo sviluppo in qualità di in house delle Amministrazioni centrali dello Stato.

Si tratta di strutture agili e con costi limitati che spesso passano in sordina sulla stampa e si occupano da decenni della consulenza economica (dal 2002 nel caso di Studiare Sviluppo).

“Il Pnrr è una buona occasione per mettere ordine nella dinamica fra Stato e mercato – commenta con Formiche.net l’Ad della società Alberto Gambescia – le società di consulenza private sono fondamentali in uno Stato liberal democratico, garantiscono un know how di cui un Paese come l’Italia ha bisogno”. L’importante è trovare il giusto equilibrio, aggiunge. “L’esperienza degli ultimi vent’anni ci ha insegnato che il depauperamento della Pubblica amministrazione non ha dato il risultato sperato, anzi. La gestione dei fondi europei può essere l’occasione per un’interazione virtuosa fra strutture pubbliche e private”.

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