Scrivere il Recovery plan da inviare a Bruxelles per attingere ai fondi del Next generation Ue. Lì verrà delineata l’intelaiatura dell’Italia che verrà. E sempre lì verrà travasata la lungimiranza di misure volte a consentire al Paese di riprendere a correre riattivando il volano della crescita e dello sviluppo. Il mosaico di Fusi

Al compimento della prima (attesa, agognata, invocata, spocchiosamente pretesa) uscita pubblica, adesso sono tutti lì a compiacersi, a darsi di gomito, a dire che l’uomo non cerca consensi ma trova soluzioni, che è pragmatico invece che presuntuosamente ideologico, perfino ironico al contrario che algido e irraggiungibile.

Verrebbe da dire: scusate, di che vi stupite? Mario Draghi è a palazzo Chigi, voluto da Sergio Mattarella, proprio per questo. Per dire a tutta la politica, con o senza iniziale maiuscola, che è cambiata la fase, che l’emergenza sanitaria ed economica non ammette incertezze o indecisioni, che insomma l’Italia è alla frutta e che chi ha il compito e l’onere di rappresentarla farebbe bene a capirlo in fretta ed ad aiutare lo sforzo di rinnovamento e l’apertura di nuove frontiere d’azione.

Ai partiti, praticamente tutti visto che tutti tranne Fdi appoggiano il governo, viene in questi giorni rimproverato di guardare il futuro con gli occhi del passato, di inalberare bandiere identitarie (ius soli, condoni e quant’altro) che più che garrire solitarie nel cielo degli interessi di parte, devono essere commisurate col buon senso e la necessaria rinuncia per il bene complessivo del Paese.

Ma anche i media sembrano cadere nella stessa, comoda e compiaciuta abitudine di giudicare i leader con le lenti di stagioni ormai alle spalle fatte di ammiccamenti, slogan, fughe in avanti. Draghi, ormai lo dovremmo aver capito, è di un’altra pasta. Forse è la medicina giusta, forse no. Però bisogna ingerirla perché altre non ce ne sono.

C’è una considerazione di fondo che è necessario avere ben chiara. Da quando si è insediato a palazzo Chigi, SuperMario ha visto attorno a sé modificarsi in maniera radicale l’effigie dei tre principali partiti della maggioranza. La Lega di Salvini ha abbandonato il pastrano euroscettico per indossare l’uniforme di chi sta nella coalizione di larghe intese guidata dal personaggio più europeista che esiste.

Il M5S ha rivoltato come un calzino la sua identità e affida a Giuseppe Conte – che chissà se ha mai pronunciato un vaffa: certo non in pubblico – il compito di completare il cambio di pelle. Il Pd si è ritrovato all’improvviso senza segretario e quello che c’è ora deve costruirsi il suo mantello di leadership ma ha detto di volerlo fare assumendo che quello di Draghi è il “suo” governo. Insomma l’arrivo dell’ex presidente Bce ha già divelto lo scenario politico: e l’impressione è che lo scavo continuerà senza interruzioni.

Sul fronte delle misure, il decreto Sostegni recepisce la filosofia social-finanziaria del premier invitando tutti, cittadini compresi, ad un esame di realtà: di più, al momento non si può fare. Quello politico e quello economico sono le due architravi sulle quali poggerà il compito più delicato e significativo (identitario verrebbe da dire usando la medesima ironia di Draghi) del suo mandato: scrivere il Recovery plan da inviare a Bruxelles per attingere ai fondi del Next generation Ue. Lì verrà delineata l’intelaiatura dell l’Italia che verrà; lì verrà travasata la lungimiranza di misure volte a consentire al Paese di riprendere a correre riattivando il volano della crescita e dello sviluppo.

Per farlo, Draghi ha a disposizione una quarantina di giorni. Pochi per chi non sa che fare. Adeguati per chi ha le idee chiare e non gli resta che metterle nero su bianco. In mezzo, c’è l’avvio concreto della vaccinazione di massa, che poi è la trincea decisiva da difendere a tutti i costi per vincere la battaglia contro il Covid.

Allora diciamo così. Draghi ha messo tutte le carte sul tavolo e mostrato la sua maestria nel saperle maneggiare. Ha detto all’Europa che se non corre l’Italia farà da sola. E alle forze politiche che il momento delle scelte, quelle vere, è arrivato. Beh, come avrebbe detto un rivoluzionario dell’Ottocento: ben scavato, vecchia talpa.

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