Ero a Tokyo alle 14:46 (6:46 ora italiana) di quell’11 marzo 2011, quando un terremoto di magnitudo 9.1 scosse la terra e provocò uno tsunami con onde alte 13 metri, destinate pochi minuti dopo a mettere fuori uso l’impianto di refrigerazione della centrale nucleare di Fukushima, causando la fusione di tre reattori e un disastro ambientale analogo solo a quello di Chernobyl. Quello che accadde in quei giorni in Giappone è un eccellente monito sul ruolo e le modalità della comunicazione istituzionale.

Le prime reazioni della NHK, la televisione ‘di Stato’ giapponese (la nostra RAI), furono di sostenere che niente di grave stava accadendo. Che lo tsunami aveva si messo in crisi il sistema di raffreddamento dei reattori, ma che una fusione del nocciolo era assolutamente esclusa. E che il problema sarebbe stato risolto in breve tempo.

Parallelamente, BBC (inglese) ed NBC (americana), alle quali avevamo pieno accesso attraverso internet, bombardavano il mondo con ipotesi di esperti che avvaloravano il rischio concreto di fusione (con conseguente rilascio di materiale radioattivo). Intanto, una portaerei americana di stanza a 200 chilometri dalla costa di Fukushima invertì la rotta e si allontanò in fretta e furia. Poche ore dopo le esplosioni nei reattori. Contro tutte le evidenze, la NHK ribadiva che erano solo problemi tecnici, crolli minori, che non mettevano in discussione la tenuta del nocciolo radioattivo.

Nell’epoca del web, incrociare le informazioni è semplice. E quando sono tra loro incoerenti, sorge il sospetto che chi infonde ottimismo lo faccia solo perché vuole evitare il panico. Magari non è così ma, nel dubbio, si tende a dare credito a chi appare estraneo agli interessi della ragion di Stato. Le apparizioni in TV (sempre sulla NHK) di funzionari governativi e della Tepco, la compagnia elettrica che gestiva l’impianto nucleare di Fukushima, che intendevano rassicurare sul fatto che non c’era – e mai ci sarebbe stata – fuoriuscita radioattiva, ebbero l’effetto contrario, scatenando una corsa all’accaparramento di generi alimentari nei supermercati (svuotati completamente già il giorno successivo), code chilometriche ai distributori per accumulare scorte di benzina (la cui disponibilità fu esaurita in poche ore), centinaia di migliaia di donne incinta e madri con figli piccoli assiepate all’aeroporto di Haneda (l’aeroporto di Narita era praticamente inservibile) alla disperata ricerca di un volo per fuggire dalla zona del disastro e mettere in salvo la loro prole più fragile.

Un’inchiesta di qualche anno più tardi mostrò che il disastro poteva essere evitato. E che le responsabilità di non essere intervenuti preventivamente erano della Tepco, preoccupata di poter instillare il dubbio sulla tenuta della sicurezza delle sue centrali. In situazioni di crisi, la comunicazione è cruciale. E una comunicazione mal gestita rischia di generare ancora più danni di un evento avverso.

In tali contesti critici il sospetto di una comunicazione non corretta rischia di diffondersi esponenzialmente, alzando sempre più l’asticella richiesta per dare un minimo di credibilità alle affermazioni governative. È esattamente quanto successe qualche mese dopo, quando alcuni giornalisti giapponesi, che non credevano più al proprio governo, spinsero un membro del Parlamento a bere in pubblico dell’acqua prelevata dalle piscine di Fukushima, per dimostrare che davvero stava avendo effetto l’opera di decontaminazione. Le mani tremanti del kamikaze di turno, mentre reggeva in mano il bicchiere, dicevano che era il primo ad essere perplesso.

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