La Giordania, specialmente nell’ultimo ventennio di rivoluzioni nella regione, è riuscita a mantenere la sua stabilità e il suo ruolo chiave nel Medioriente. Ma ora è sottoposta a un forte stress demografico, economico e logistico. L’analisi di Igor Pellicciari (Università di Urbino e LUISS), che nei giorni scorsi si è recato ad Amman per incontrare il Re in veste di ambasciatore di San Marino

Poche funzioni di governo sono così centrali eppure difficili da inquadrare con precisione come quella diplomatica.

Il tagliare di traverso tutti i settori delle politiche pubbliche di uno Stato le attribuisce al contempo importanza e vaga onnipresenza.

Il peso del Diplomatico nella sfera pubblica ricorda quello dell’Avvocato nella privata.

Sembra annoverare poche competenze specifiche nel merito; ma le procedure che domina nell’ambito di riferimento stanno li a ricordarci che non se può fare a meno.

Lo Stato che fa politica estera a prescindere dai diplomatici ricorda l’imputato che si difende da solo nel processo. Un disastro.

Ugualmente, non vi è comprensione delle politiche estere di un paese senza uno studio specifico della sua diplomazia.

E tuttavia spesso l’analista internazionale sta al Diplomatico come il critico cinematografico all’attore: lo osserva e giudica, anche severamente, ma con il costante rammarico – che a volte diventa complesso di inferiorità – di non avere accesso diretto al mondo che osserva.

Il che da un lato garantisce all’osservatore una maggiore imparzialità ma lo priva anche di quella empatia antropologica che solo un’immersione nell’oggetto di studio può garantire.

Circostanza ancora più vera per il mondo diplomatico, dove prassi non scritte e commenti informali off the record sono di assoluta sostanza.   

Il 7 marzo 2021 chi scrive ha avuto l’onore di presentare ad Amman le sue credenziali come Ambasciatore della Repubblica di San Marino a Sua Maestà Re Abdallah II di Giordania.

E’ una esperienza che da subito ha rivelato una nuova visuale diplomatica, inedita per l’analista che pure in passato ha assistito il Regno Hashemita su programmi di assistenza tecnica e riforma istituzionale, promossi dall’Unione Europea.

E giustifica una riflessione sull’attuale situazione nel Regno Giordano e sulle possibili implicazioni sul Medio Oriente e sull’intera area Euro-mediterranea.

Il fine ultimo qui è richiamare l’attenzione sulla necessità di intensificare gli sforzi della Comunità Internazionale per mantenere il miracolo giordano; unico paese rimasto veramente stabile nel medio-oriente arabo.

Alla base di questo risultato non vi è il caso né tantomeno un Fato benevolo nei confronti di quello che è stato il paese più povero di risorse e più dipendente dagli aiuti dell’intera regione; ma un’abilissima politica estera di dialogo e cooperazione attiva che il Regno ha promosso con costanza in questi decenni.

Ideata da Re Hussein di Giordania e portata avanti senza soluzione di continuità dal figlio Abdallah II che negli anni è riuscito a conquistarsi un carisma simile a quello del padre, è una politica che ha portato ad instaurare canali negoziali istituzionali e non-conflittuali con tutti i principali attori dell’area e con i rispettivi referenti su scala mondiale.

E’ strategia di lungo termine tutt’altro che di facile attuazione in un’area del mondo dove vige la regola transitiva che l’amico-del-nemico-è-a-priori-un-nemico.

Quando ancora la principale questione mediorientale era quella palestinese; la Giordania riuscì nell’incredibile risultato di accogliere milioni di palestinesi profughi dalla Cis-Giordania, integrarli nel suo tessuto sociale-economico, col tempo anche politico; e allo stesso tempo continuare a lavorare con Israele, a tal punto da mantenerci stabili e proficui rapporti diplomatici.

Le crisi degli ultimi due decenni, dalle primavere arabe (che non a caso hanno risparmiato Giordania e Marocco – le uniche due monarchie) ai conflitti in Iraq, Siria, Libia, Yemen e al recente nuovo impasse Libanese hanno clamorosamente complicato la situazione e reso la stabilità giordana ancora più unica.

In un risvolto impensabile fino a pochi anni fa, Amman è diventata capitale politicamente più importante e centrale di Baghdad, Damasco, Beirut, Tripoli.

Il punto principale è che il paese è sottoposto ad innumerevoli stress demografici, per l’afflusso di milioni di nuovi profughi degli scenari in crisi; economici, nel riadattare servizi pubblici tarati su una popolazione originaria molto minore; e finanche logistici, con Amman diventata base di coordinamento per operazioni programmate nei paesi circostanti.

Ad essere messa sotto forte pressione è la tenuta della cultura popolare giordana, tradizionalmente accogliente e positiva e l’azione stessa del Governo, chiamato ad operare in condizioni di emergenza aggravate dal Covid ed oggetto di un calo di consenso interno.

Che per inciso non tocca il Sovrano, la cui popolarità nel paese resta molto alta.

All’analista con il privilegio della prospettiva diplomatica appare ora come mai prima lampante il rischio legato ad una Comunità Internazionale che, abituata ai risultati osservati finora, dia per scontata e garantita la stabilità giordana anche per il futuro.

E non valuti quali effetti catastrofici potrebbe avere su molteplici piani per l’Europa una crisi al buio ad Amman (si pensi solo al riversarsi di milioni di profughi sulle rotte migratorie balcaniche).   

L’impressione è che gli interventi ed aiuti complessivi per la Giordania non siano stati aggiornati a sufficienza per sostenere il Regno nel fronteggiare questa nuova situazione emergenziale che dovrebbe essere tra le principali priorità dell’agenda internazionale.

Mentre con l’arrivo a Washington di Joe Biden ci si interroga sulla sostenibilità del riavvicinamento tra Israele e alcuni paesi arabi ottenuto da Donald Trump, nuove nebbie si addensano sull’eterna chimera di una soluzione complessiva al labirinto medio-orientale.

Eppure, cosi facendo, si dimentica che un modello concreto di pace e convivenza nel Medio Oriente già esiste da tempo ed è il Regno Giordano. Prima di passare altri decenni a sperimentare improbabili alchimie istituzionali calate dall’alto, varrebbe la pena di rafforzare intanto ciò che già esiste.

E che resiste, nonostante tutto.

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