Huawei ha inaugurato il suo Cyber Security Transparency Centre a Roma. La ministra Gelmini ha declinato l’invito alla conferenza (al suo posto il pentastellato Bugani, braccio destro di Raggi). Così, dopo le parole di Colao, il governo lancia un altro messaggio all’azienda cinese in vista della partita da 40 miliardi per la digitalizzazione

Questa mattina Huawei Italia ha inaugurato, con sei mesi d’anticipo rispetto all’agenda precedentemente presentata, il suo Cyber Security Transparency Centre di Roma, annunciato a fine settembre. Come detto in autunno, l’intento è “aprire la nostra pancia” alle terze parti per dimostrare che non ha nulla da nascondere, ha spiegato Luca Piccinelli, head of cybersecurity di Huawei Italia. E così tra gli ospiti della prima tavola c’erano i chief technology officer dei principali operatori (Michele Gamberini di Tim, Andrea Lasagna di Fastweb, Paolo Perfetti di Open Fiber, Fabrizio Rocchio di Vodafone, Cosimo Buccella di Linkem e Benoit Hanssen di Wind).

CHE TEMPISMO!

A settembre Huawei Italia aveva annunciato la nascita del centro negli stessi momenti in cui l’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo arrivava a Palazzo Chigi per incontrare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e affrontare anche lo spinoso dossier 5G dopo le accuse dell’intelligence statunitense – e del Copasir – di spionaggio a favore del governo cinese da parte delle aziende cinesi (che hanno sempre respinto ogni simile addebito occidentale). In quell’occasione Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia, si era detto “basito” dal fatto che gli Stati Uniti di Donald Trump – “un Paese di quelle dimensioni” – “faccia attacchi di demolizione” nei confronti del gruppo cinese. Ora, però, nonostante il cambio alla Casa Bianca e l’avvento del team di Joe Biden, l’approccio statunitense non si è ammorbidito. Anzi. E forse allora non è del tutto casuale il fatto che la presentazione si sia tenuta nel giorno della prima ministeriale Nato dell’era Biden, in cui Cina e cybersecurity sono in cima all’agenda dei lavori.

LE ASSENZE

Rispetto all’agenda dei lavori diffusa ieri da Huawei (consultabile qui) si notano alcune defezioni importanti. Come quella di Nunzia Ciardi, direttore della Polizia postale, sostituita da Francesco Taverna, direttore tecnico capo della Polizia postale. Ha dato forfait anche Antonello Giacomelli, deputato del Partito democratico e commissario dell’Agcom. Ma l’assenza che più pesa politicamente è quella di Mariastella Gelmini, ministra per gli Affari regionali del governo di Mario Draghi che era stata invitata all’evento. Gelmini è anche esponente di spicco di Forza Italia, formazione che soltanto il mese scorso – come raccontato da Formiche.net – era stata scossa da una lettera firmata anche da tre suoi europarlamentari in cui si chiedeva alla Commissione europea di lasciar fuori la geopolitica dal 5G e permettere alle aziende cinesi di lavorare.

Come ha fatto notare su Twitter Giulia Pompili, giornalista del Foglio, non è la prima volta che la politica italiana diserta un evento Huawei all’ultimo minuto. Nell’autunno di due anni fa è capitato ben due volte in una ventina di giorni. Protagonista il Movimento 5 stelle. La prima alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, in occasione della presentazione dello Smart City Tour  del 3 ottobre. E tre settimane più tardi, per l’apertura dei nuovi uffici nella capitale, a Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri (primo governo Conte), che “fu ‘consigliato’ dalla Farnesina di evitare il taglio del nastro”, ha ricordato Pompili. In quell’occasione, al posto di Di Stefano, si presentò proprio Raggi, per recuperare a quell’assenza di inizio mese legata al soggiorno romano del segretario di Stato americano Pompeo.

L’INTRODUZIONE A 5 STELLE

I saluti istituzionali, così, sono toccati a Max Bugani, ex socio di Davide Casaleggio in Rousseau oggi ombra di Raggi, come capo staff della sindaca. Bugani – la sua presenza è stata annunciata all’ultimo minuto da Huawei – ha portato i saluti della sindaca e ha sottolineato come lei abbia partecipato all’inaugurazione della sede romana di Huawei (“che anche io ho visitato più volte”). Poi ha ringraziato la società “per ciò che sta facendo sul territorio romano” e ha promesso che presto andrà “sicuramente” a visitare il nuovo centro. Covid-19 – a cui è risultato positivo alcuni giorni fa – permettendo. Burani ha fine elogiato “i sensori e le tecnologie” che Huawei ha sviluppato su Roma: “davvero qualcosa di straordinario, all’avanguardia, innovativo, da esempio per tutti. È un ringraziamento che arriva dalle istituzioni per l’importanza degli interventi e degli investimenti che Huawei sta facendo” nella capitale.

LE POSIZIONI DI HUAWEI

John Suffolk, global cybersecurity and privacy officer di Huawei ha parlato di un peggioramento delle questioni nel mondo della sicurezza cibernetica rispetto a un decennio fa. Il manager ha lamentato l’assenza di standard globali che porta “a più certificazioni, non a migliori certificazioni”: “è un’idea di Est-Ovest”, ha detto con riferimento implicito all’ampia sfida – tecnologica e non soltanto – tra Stati Uniti e Cina. “Abbiamo (l’Europa, ndr) speso molto tempo a pensare a toolbox, politiche e approcci – cose buone da fare, certo”, ha continuato Suffolk. “Ma l’obiettivo deve essere massimizzare il valore della digitalizzazione. E se non lo facciamo i nostri competitor internazionali lo faranno al posto nostro”.

LA “VERSIONE” ITALIANA

Il cuore del discorso di Suffolk sta nella disponibilità dell’azienda a essere trasparente a suon di brevetti e certificazioni e a potersi e volersi adattare: “Per essere in un Paese, ci dobbiamo integrare: risorse locali, team locali, clienti locali. Ci sono approcci diversi”, ha spiegato sottolineando che Huawei vuole “soddisfare la digitalizzazione italiana, l’agenda in vigore in Italia”. La partita, dunque, non è limitata al 5G: “La tecnologica 5G da sola non basta a fare la trasformazione”, ha spiegato De Vecchis che nelle conclusioni ha anche invitato a “mettere da parte le controversie di natura geopolitica”. In ballo, infatti, ci sono gli oltre 40 miliardi del Next Generation EU per la digitalizzazione del Paese. Ma è da evidenziare che soltanto la scorsa settimana il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, ha illustrato al Senato il suo piano per l’Italia digitale sottolineando come “la transizione digitale come strategia industriale e geostrategica competitiva” dell’Italia deve essere “chiaramente europea e atlantica”. Parole che, notavamo su Formiche.net, suonavano come un avvertimento alle aziende cinesi, tra cui Huawei.

LA QUESTIONE SICUREZZA

Brevetti, certificazioni, trasparenza e volontà di collaborazione annunciati da Huawei, infatti, non sembrano però offrire risposte alle preoccupazioni del Copasir, il cui rapporto di dicembre 2019 si evidenziava come “in Cina gli organi dello Stato e le stesse strutture di intelligence possono fare pieno affidamento sulla collaborazione di cittadini e imprese, e ciò sulla base di specifiche disposizioni legislative”. Cioè su due leggi – la National Security Law e la Cyber Security Law – che secondo Huawei riguardando soltanto quanto accade in Cina. Ecco perché difficilmente la conferenza odierna dissiperà i dubbi del Copasir.

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