L’effetto Biden sul Mediterraneo orientale c’è, e si tratta di azioni dirette e indirette che possono costruire i presupposti per la stabilizzazione di un’area tramite l’Ue e attraverso il recupero del dialogo con la Turchia. Il dibattito organizzato dallo Iai con Damon Wilson, vicepresidente esecutivo dell’Atlantic Council, Angelina Eichhorst, managing director dell’Eeas, Atila Eralp senior fellow Ipc e Luca Franza, head of the Energy, Climate and Resources Programme, Iai

Le nuove dinamiche che l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca ha messo in atto aprono una finestra di opportunità anche per la normalizzazione delle relazioni nel Mediterraneo orientale. È questo il messaggio che Damon Wilson, vicepresidente esecutivo dell’Atlantic Council, porta con sé al panel “Il Mediterraneo orientale e le relazioni Ue-Turchia: l’apertura di un nuovo capitolo”. Nell’incontrario organizzato dallo Iai e moderato dal direttore Nathalie Tocci, Wilson delinea la possibilità di un impatto diretto e indiretto nell’EastMed di quello che analizzando altri quadranti è stato definito da Formiche.net “l’effetto Biden”.

“Guardiamo con molta preoccupazione a quanto successo lo scorso anno […] per colpa dei turchi”, ha detto il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, riferendosi davanti alla Commissione Esteri della Camera alle varie violazioni del diritto marittimo da parte di Ankara – ai danni di Grecia e Cipro – che hanno disturbato la la generale stabilità di un’area che per Washington è particolarmente sensibile perché collegata al mondo energetico (coi grandi reservoir scoperti tra Egitto, Israele e Cipro) e a questioni che poi seguono riflessi all’interno della Nato. Le problematiche, sostiene Blinken, vanno risolte pacificamente e diplomaticamente, “non militarmente e certamente non attraverso azioni provocatorie”.

Un messaggio secco. La questione dell’approccio più severo alla Turchia con l’arrivo dell’amministrazione Biden emerge al panel IAI sia secondo l’analisi di Wilson sia da quella di Atila Eralp dell’Istanbul Policy Center, il quale sottolinea come l’ingresso della questione del rispetto dei diritti civili e democratici nel dibattito transatlantico possa portarsi dietro strascichi anche sulle questioni di sicurezza nel Mediterraneo orientale. Ossia, la Turchia – democratura tra le preoccupazioni del sistema occidentale – potrebbe accettare qualche passo indietro: un ammorbidimento dei suoi comportamenti anche collegabile alla crisi economica interna che sconsiglia eccessivi avventurismi.

Sotto quest’ottica diventa centrale la cooperazione tra Stati Uniti e Unione Europea per evitare che Ankara si isoli, e – come sottolinea Angelina Eichhorst, managing director dell’Eeas – l’effetto di questo ritrovato allineamento da novembre (ossia dall’arrivo di Biden) la diplomazia ha lavorato “come mai finora” grazie al dialogo promosso dall’Alto rappresentante Josep Borrell su temi annosi come le questioni aperte tra la Turchia, la Grecia e Cipro, e quelle più nuove come la questione della Zee con cui si è collegata a Tripoli. A fine mese ci sarà un’altra sessione di dialogo tra Ankara e Atene, mentre crescono le possibilità (e i rumors) che i turchi stiano portando avanti in modo discreto un’intesa con l’Egitto per la delimitazione delle fasce marittime esclusive (intesa connessa anche alla presenza sui reciproci territori di infrastrutture energetiche).

Lo doppia linea negoziale non rema però a favore della stabilizzazione, in quanto sembra portare avanti istanze differenti. Diverso sarebbe la possibilità di inserire la Turchia all’interno del quadro multilaterale e istituzionale dell’East Med Forum, organizzazione internazionale che dialoga sul quadro energetico dell’area (e sulla geopolitica collegate) composta da Cipro, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Autorità palestinese. Recentemente è stata accetta l’inclusione della Francia (anche grazie ai buoni uffici italiani), mentre è stata respinta quella degli Emirati Arabi Uniti, per l’azione di veto dei palestinesi.

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