Dal numero di marzo di Airpress, l’intervista del direttore Flavia Giacobbe all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato maggiore della Marina militare. Spiega la “sfida nella sfida” di Nave Cavour, impegnata negli Usa per la certificazione a imbarcare gli F-35B. Grazie a un particolare protocollo, la portaerei e tutto l’equipaggio sono in una bolla Covid-free

Valenza strategica e collaborazione transatlantica sono gli architrave che guidano la nave Cavour, attualmente impegnata nell’Atlantico per la certificazione all’imbarco degli F-35B. Ma il contributo della Marina militare non si ferma qui in questa occasione. Infatti, la Forza armata si è resa anche protagonista di un’esperienza felice, in questo periodo così duro e cupo per il nostro Paese. Grazie a un particolare sistema messo in atto dallo Stato maggiore della Marina, l’intero equipaggio e gli ospiti americani sono attualmente in una bolla Covid-free. E lo rimarranno ormai fino alla fine delle operazioni. Un risultato importante, frutto di un rigido protocollo, dell’uso di algoritmi e di controlli rigorosi. Una strategia anti-pandemica che ha tenuto col fiato sospeso fino a pochi giorni fa il capo di Stato maggiore della Marina militare, Giuseppe Cavo Dragone e che ora può essere illustrata e condivisa con le altre Marine alleate e, all’interno del nostro Paese, con chi tra Commissario straordinario e Protezione civile riterrà questa operazione utile per il sistema-Paese. Intanto, sul versante delle capacità legate all’F-35B, risulteremo il primo Paese europeo a poter contare sull’imbarco dei velivoli di quinta generazione a bordo di una portaerei e questo ci assicurerà una piena integrazione con le unità navali americane e britanniche. Ma andiamo con ordine.

Ammiraglio, ci spieghi che sistema avete messo in piedi per raggiungere la bolla Covid free sulla Cavour?

Considerata la fondamentale importanza che la capacità portaerei riveste per il nostro Paese, la Marina militare ha deciso di accettare una sfida a dir poco insidiosa pur di accelerare il processo. Il protocollo sanitario, studiato a tavolino per settimane e mai provato prima d’ora, consiste in un periodo di isolamento preventivo di 15 giorni per tutto l’equipaggio, con effettuazione di tre tamponi molecolari distanziati nel tempo e compartimentazione del personale in piccoli gruppi in modo da semplificare il contact tracing. È solo al termine di tale procedura che l’unità risulta pronta per la missione e dichiarata Covid free. Nave Cavour è una sfida nella sfida, dal momento che è stato necessario imbarcare negli Stati Uniti un’aliquota consistente di personale americano (militare e civile) per il prosieguo della missione. Il personale statunitense si è sottoposto alla cosiddetta restriction of movement e a tampone molecolare. Il protocollo prevede quindi, oltre le normali misure preventive quali il distanziamento, l’uso della mascherina, la sanificazione, la separazione dei percorsi, degli ambienti di vita e di lavoro, la somministrazione al personale di successivi tamponi a distanza temporale ravvicinata al fine di abbattere il più possibile il rischio di contagio. Tutto questo è stato reso possibile grazie all’acquisizione di una capacità autonoma di analisi dei tamponi molecolari, realizzando a bordo dell’unità un laboratorio di analisi accreditato.

L’obiettivo era portare a casa un’attività (la certificazione) nell’interesse del Paese. Ma il complesso piano elaborato, ha comportato un sacrificio significativo sia per i nostri marinai sia per gli ospiti americani?

La situazione globale legata alla pandemia comporta sacrifici da parte di tutti, ma la consapevolezza che i protocolli attuati sono volti a tutelare l’intero equipaggio, e di riflesso anche le proprie famiglie, li rende senza dubbio più sopportabili, anche grazie alla consapevolezza dell’importanza per il Paese della missione di nave Cavour.

Il piano messo in atto dalla Marina per il risk management, che ha previsto come ci ha spiegato, l’uso di protocolli di sicurezza all’avanguardia, sarà a disposizione del nuovo commissario straordinario Figliuolo e del capo della Protezione civile, Curcio?

La Marina – come tutta la Difesa – ha collaborato a stretto contatto con la Struttura commissariale e la Protezione civile, mettendo a disposizione personale, mezzi e competenze. In quest’ottica, quanto dell’analisi di rischio da noi svolta sarà ritenuto utile verrà tempestivamente condiviso. L’algoritmo utilizzato è basato sull’esperienza maturata e sui dati scientifici e statistici disponibili. Tuttavia siamo pronti ad aggiornarli al sopraggiungere di eventuali nuove evidenze scientifiche.

Questo successo potrà essere considerato una best practice da imitare anche per le Marine militari di Paesi alleati. Siete già in contatto con altre Navy per condividere questa esperienza?

Occorre ricordare che, un anno fa, il nostro Paese, in occidente, è stato tra i primi a essere investito dalla pandemia e la nostra Forza armata è stata la prima Marina ad affrontarne le conseguenze. Abbiamo sviluppato da zero le prime misure di contenimento e abbiamo avuto cura di condividerle per primi con le Marine alleate e amiche. Chi ha seguito i nostri consigli, riconoscendoci un ruololeader, è riuscito a contenere al minimo gli impatti del Covid sulle attività istituzionali e ce ne ha reso merito in più di un’occasione. Da quella esperienza – di cui la Marina militare è ideatrice – è nata una forma di collaborazione strutturata, basata su incontri periodici in teleconferenza dei rappresentanti delle Marine alleate e partner incaricati dello sviluppo e della gestione dei protocolli anti-contagio. Naturalmente non mancheremo di condividere anche i risultati ottenuti in questa esperienza.

La portaerei ha intanto iniziato le prove in mare per la certificazione a imbarcare gli F-35B. Che significato ha per la Marina e per l’Italia questo salto generazionale? Ci può già dire come stanno andando le prove? Si punta alla capacità operativa iniziale nel 2024?

L’F-35B rappresenta un sistema d’arma rivoluzionario. I nuovi velivoli di quinta generazione permetteranno il controllo di un più ampio tratto di mare e di spazio aereo. Per un Paese a forte vocazione marittima come l’Italia poter disporre di un’efficiente e credibile capacità portaerei è vitale. Le attività di certificazione procedono regolarmente, anzi, siamo in anticipo di qualche giorno sul programma di lavoro grazie alla determinata convinzione dell’equipaggio e alla forte coesione stabilita con i colleghi statunitensi, che si fonda su un rapporto di storica e fruttuosa collaborazione professionale, pertanto contiamo di rispettare le tappe che ci siamo prefissi.

Tra l’altro, una volta certificata la Cavour, l’Italia sarà tra i pochi Paesi a imbarcare velivoli di quinta generazione. Si prospettano sinergie a livello operativo e logistico con gli altri Stati che avranno tale capacità?

L’Italia sarà il terzo Paese della Nato e l’unico membro dell’Unione europea a poter contare su questa capacità. Dal punto di vista operativo le sinergie con gli altri Paesi sono considerevoli: l’intero processo di certificazione in corso è effettuato in collaborazione con una task force integrata statunitense, e rispecchia quelli delle unità navali americane e britanniche. Anche l’addestramento del nostro personale è altamente standardizzato per assicurare la massima interoperabilità tra le Forze alleate. Non siamo nuovi a queste esperienze, basti pensare all’Operazione Enduring freedom contro il regime talebano in Afghanistan, quando i nostri AV8B imbarcati sul Garibaldi sono stati immediatamente impiegati nella campagna aerea della coalizione. Per quanto attiene al supporto logistico, il programma F-35 nasce con una fortissima integrazione tra i Paesi partecipanti, con un sistema centralizzato comune che consentirà di assicurare la disponibilità di pezzi di rispetto in ogni parte del mondo sfruttando connessioni satellitari.

L’operazione che sta compiendo la Cavour porterà la nave e il suo equipaggio ad essere ambasciatori del legame transatlantico. Proprio come aveva auspicato il ministro Guerini al momento della partenza. Come sta funzionando la collaborazione?

Le relazioni tra Italia e Stati Uniti hanno origini lontane e si fondano su valori comuni. La collaborazione procede nel migliore dei modi. I nostri iter addestrativi e gli standard tecnici sono pienamente compatibili con quelli statunitensi in particolare nel programma F-35, nel quale la standardizzazione è elevatissima. Gli Stati Uniti sono i detentori del maggior know how a livello mondiale in materia di operazioni di velivoli Stovl e di operazioni expeditionary e la Marina militare lo è in ambito europeo. Ritengo che questa solida e proficua collaborazione abbia una fortissima valenza strategica.

Condividi tramite