Alla ministeriale Nato la conferma di una special relationship degli Usa di Biden con Roma e Parigi. Dalla Libia al Mediterraneo allargato, una road map per Mario Draghi. Intervista a Lucio Caracciolo, direttore di Limes

L’intesa c’è, ora bisogna darle seguito. La ministeriale Nato a Bruxelles si apre con un faccia a faccia fra il segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio. Nelle geometrie europee, Roma e Parigi scavalcano Berlino, sotto accusa per il gasdotto russo North Stream 2, dice a Formiche.net Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di Limes.

Il primo bilaterale di Blinken a Bruxelles è con l’Italia. Un caso?

No, i rapporti fra Italia e Stati Uniti sono molto migliorati. Gli americani sanno che devono e possono fare affidamento sull’Italia come piattaforma del Mediterraneo. Che non siamo più disposti a diventare porto di attracco per tutti, compresi cinesi e russi. I toni sono ben altri rispetto a quelli usati con la Germania, cui Blinken a Bruxelles ha riservato un nuovo ultimatum sul gasdotto russo North Stream 2 con la minaccia di pesanti sanzioni.

L’Italia sconta ancora la vicinanza mostrata alla Cina con il governo Conte?

Le distanze sono destinare a rimanere. Le relazioni economico-commerciali che Germania, Italia e Francia hanno stabilito nei decenni con la Cina sono tali da non permettere di schierarsi sulla linea dura scelta dall’amministrazione americana.

Fra Trump e Biden la musica non cambia?

Su questo fronte, assai poco. Mi pare che a Washington DC risuonino echi del discorso neo-con, di un’America che a parole vuole convertire il mondo e affermarsi con l’aiuto dei suoi alleati. La stessa Nato, un tempo un’organizzazione regionale, sta abbracciando sempre più la politica di doppio contenimento verso Cina e Russia.

Il gelo fra Washington e Berlino può favorire un asse degli americani con Italia e Francia?

Direi piuttosto un allineamento sulle questioni fondamentali. A cominciare dall’euro: da tempo Mario Draghi, prima come presidente della Bce e ora come premier, lavora in raccordo con francesi e americani per una gestione dell’euro non austera e politiche fiscali e monetarie di tipo keynesiano. Con lui l’Italia può ora esibire sulla scena internazionale una personalità di peso e guardare dritto negli occhi i suoi interlocutori.

Questa intesa può avere un impatto anche sulla politica in Nord Africa e nel Mediterraneo?

Al momento gli americani sono impegnati su vari fronti, siamo nel pieno della ridefinizione delle missioni estere. A meno che la situazione non degeneri velocemente, non mi attendo una maggiore assertività in Libia. Certo, l’arrivo dei turchi e la presenza di basi aeree e forse navali russe a pochi chilometri dalla Sicilia, dove ci sono le basi americane più importanti, come a Niscemi con il sistema Muos, sono motivo di preoccupazione.

In quest’ottica, gli Usa di Biden considerano l’Italia un pivot fondamentale nel Mediterraneo?

Perché così fosse, dovremmo poter vantare una presenza non solo verbale nella vicenda libica, e invece stentiamo ad andare oltre e inviamo 250 uomini delle nostre forze speciali nel Mali centrale a combattere il jihadismo, non si sa a quale scopo, visto che gli stessi francesi hanno messo in dubbio l’operazione.

Manca una politica del mare italiana?

Questo è il grande paradosso. L’Italia prima o poi deve decidere cosa vuole fare da grande. L’impressione è che non vogliamo cogliere l’evidenza: siamo una postazione logistica nel Mediterraneo, al centro delle rotte commerciali fra Asia ed Europa. Più che i mezzi, manca la credibilità. Se in Africa un mezzo militare turco incontra uno italiano, sa di per certo che quello italiano non aprirà mai il fuoco.

I rapporti fra Russia e Stati Uniti sono ai minimi da vent’anni a questa parte. Anche per l’Italia è finito il tempo delle mediazioni e dei pontieri?

Rispondono i fatti. I ministri degli Esteri russo e cinese Sergei Lavrov e Wang Yi si sono appena incontrati a Pechino. Sono in corso allineamenti nitidi, non c’è più spazio per le terze posizioni. Credo però che la tentazione al terzaforzismo, a mantenere sia l’alleanza con gli americani che un rapporto strategico con Cina e Russia, sia nel Dna dell’Europa.

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