L’economista dell’Università di Napoli Parthenope: il virus ha solamente acuito problematiche che già esistevano. Se ci sono due milioni di poveri oggi in Italia è colpa di 20 anni di mancata crescita. Ristori e sussidi vanno bene, ma il benessere si crea in altro modo

A leggere i dati non sembra possibile. Eppure è così, Italia, anno 2021, due milioni di persone in povertà assoluta, oltre 5 che hanno difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena. Non è fantascienza e nemmeno horror, ma numeri e statistiche messe nero su bianco dall’Istat. Nel 2020, secondo le stime preliminari dell’Istituto nazionale di statistica nel 2020, le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, un milione di persone in più rispetto al 2019.

Le famiglie totalmente indigenti sono 335mila in più (+7,7%) rispetto al 2019 mentre il numero complessivo degli individui che perciò ogni giorno hanno problemi a  a soddisfare bisogni primari, come mangiare tre volte al giorno, sono in totale adesso circa 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione italiana. Colpa della pandemia globale, certo. Ma forse anche di anni di politiche di sostegno spesso sballate, accompagnate da un welfare non sempre all’altezza della situazione, pandemia inclusa. Formiche.net ne ha parlato con Salvatore Capasso, professore ordinario di Politica Economica presso l’Università di Napoli Parthenope ed esperto di politiche per la crescita e sviluppo, nonché membro del Gruppo dei 20 in seno alla Fondazione Economia Tor Vergata guidata da Luigi Paganetto.

Capasso, ieri l’Istat ha presentato il conto amaro della pandemia. Migliaia di nuove famiglie in povertà. Si aspettava simili numeri?

Sì, ma le dirò di più. Questi numeri, spaventosi senza dubbio, non sono solo colpa della pandemia. C’è un problema serio di crescita in questo Paese, un problema che abbiamo da 20 anni. Dal 2000 al 2019 abbiamo registrato un tasso di crescita cumulato dell’8% e nel 2020, dunque in un solo anno, abbiamo perso tutta la crescita accumulata nell’arco di due decenni.

Quindi la pandemia c’entra ma fino a un certo punto?

In certo senso. La pandemia è solo uno degli aspetti, certamente non di poco conto. Ma il vero problema è a monte, cioè tutto quello che non è stato fatto prima. Il virus ha nei fatti acuito criticità che già c’erano. E che ci saranno, se non altro per quest’anno: i tassi di disoccupazione nel 2020 salgono ovunque e in Spagna e Grecia superano il 20%, in Italia si prevede che resti intorno all’1,8% anche nel 2021.

Povertà fa rima con disuguaglianze sociali Capasso? Due facce della stessa medaglia?

Sì perché se da una parte la pandemia ha acuito il problema della povertà, dall’altra ha impattato notevolmente anche le differenze sociali. Glielo dimostro, chi ha un reddito fisso, oggi sconta problemi molto meno gravi di chi invece non ha un fisso ma ha un reddito legato a doppio filo all’andamento dell’economia.  Alcuni settori come l’elettronica sono colpiti marginalmente, o addirittura beneficiano della pandemia. Altri sono quasi completamente inattivi, come il turismo. Anche questa è asimmetria.

In questi lunghi e terribili mesi abbiamo imparato a familiarizzare con diversi termini: ristori, sussidi, Cassa Covid e tanti altri. Nessuno discute che lo Stato sostenga chi non ce la fa, ma non crede che benessere e ricchezza non si creino solo per decreto?

Assolutamente. Ci siamo dimenticato nel tempo che ricchezza e produzione si generano con il lavoro. Le cose e i beni si producono, un Paese diventa ricco non perché stampa moneta, ma perché ci sono imprese e attività produttive che creano ricchezza e lavoro. Va bene l’emergenza, è giusto aiutare in modo massiccio le famiglie in difficoltà e le imprese ma nel lungo periodo serve poter lavorare e produrre, è l’unica via al benessere.

A proposito di crescita, tra meno di due mesi l’Italia dovrà presentare all’Ue la versione definitiva del Recovery Plan. Se le chiedo cosa non deve mancare, che mi dice?

Le rispondo questo: le infrastrutture e i progetti ad esse connessi. Perché solo una progettualità seria è il pilastro di ogni crescita. Attenzione però, quando parlo di infrastrutture parlo anche di altro.

Si spieghi.

Guardi che non ci sono solo le infrastrutture fisiche, ci sono anche quelle meno materiali, ma non per questo meno importanti. Un esempio? La giustizia, la burocrazia. Anche qui serve progettualità, non c’è solo un tipo di infrastruttura.

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