Due eventi, in direzione contraria, aggiungono nuove discordanze nell’attuale regime di accordi commerciali dell’Ue. L’Italia? Ha da guadagnare dalla nuova apertura americana e da un atteggiamento più ambizioso della politica commerciale dell’Ue

Negli ultimi giorni è tornato in auge il tema delle barriere tariffarie agli scambi commerciali internazionali e della politica commerciale dell’Ue. L’occasione è data da due eventi che hanno entrambi coinvolto il Regno Unito e l’Ue.

Primo, il governo di Boris Johnson ha violato l’accordo commerciale con l’Ue (per precisione, il Protocollo sulla frontiera nord-irlandese), che prevede che i controlli doganali si applichino ai flussi di beni e servizi tra Ru ed Irlanda del Nord, condizione questa per non erigere una barriera doganale tra quella regione e il resto dell’Irlanda, e permettere così di tenere in piedi l’accordo del Venerdì Santo che pose termine alla guerra civile. In sostanza quell’accordo manteneva per un quinquennio quella regione nell’unione doganale con l’Ue, da cui il Ru era uscito. Il governo britannico ha sospeso unilateralmente questa barriera fino all’ottobre prossimo, adducendo come motivo le difficoltà nelle procedure doganali.

Secondo evento, gli Stati Uniti hanno sospeso per quattro mesi i dazi straordinari che avevano imposto sugli scambi commerciali con il Ru per gli aiuti di Stato illeciti, che quel Paese aveva erogato alla compagnia Airbus per lo sviluppo di aerei commerciali. Il giorno dopo hanno sospeso dazi analoghi nei confronti degli altri Paesi europei ed espresso la volontà di collaborare per fronteggiare le pratiche distorsive degli scambi usate dalla Cina.

I due eventi vanno in direzione contraria e aggiungono nuove discordanze nell’attuale regime di accordi commerciali. La mossa di Londra ha un chiaro intento distorsivo volto ad avvantaggiarsi del libero scambio tra le due aree irlandesi per far penetrare liberamente i suoi prodotti nel Mercato Unico ed aggirare le barriere doganali concordate dopo l’uscita dall’Ue. Dimostra, inoltre, l’inaffidabilità del Ru nell’osservanza di importanti accordi internazionali e conferma la presenza di una grave crepa nell’integrità del Mercato Unico a causa della porta senza controlli del Nord-Irlanda.

La crepa si sarebbe potuta chiudere se ci fosse stato da parte di Londra quel fair play su cui si doveva fondare l’accordo per la Brexit, ma attualmente appare come il tipico cavallo di Troia lasciato da britannici a spese dell’Ue. Si dirà che siamo ancora ai primi mesi di applicazione dell’accordo e bisogna attendere più tempo prima di giudicare, ma i segnali non sono incoraggianti, trattandosi della seconda violazione dei patti con l’Unione e di un atteggiamento sbrigativo per risolvere i propri problemi a spese altrui. Né giova sostenere che anche gli esportatori italiani, particolarmente di prodotti agro-alimentari, potrebbero avvantaggiarsi della scappatoia nord-irlandese, perché si tratterebbe pur sempre di una distorsione dei traffici gravida di conseguenze, che sbilancia il delicato equilibrio tra le diverse parti e reciproche concessioni che compongono l’accordo per la Brexit. Si è pertanto allontanato quel clima collaborativo incastonato nel trattato, che prevedeva che le due parti si sarebbero consultate prima di adottare misure in violazione.

L’effetto immediato della mossa britannica è stato finora l’irrigidimento del Parlamento Europeo nel non ratificare l’accordo e lasciare la sua applicazione nel limbo della sua provvisorietà nelle pendenze delle ratifiche. Quindi uno stato di incertezza che alla lunga potrebbe rimettere in discussione tutti i termini e produrre nuove lacerazioni nei rapporti tra le due aree. Sotto diversi versi la politica commerciale in mano alla Commissione appare come troppo cauta e poco efficace di fronte alle manovre disequilibranti delle controparti commerciali, non solo Ru ma anche Usa e Cina. Probabilmente questo è il frutto delle divergenze di interessi tra i paesi membri in questo campo, ma il risultato è insoddisfacente per tutti.

Lo riconoscono implicitamente i due maggiori paesi dell’Ue, Germania e Francia. Nel recentissimo documento congiunto per una nuova strategia di politica industriale europea riaffermano il sostegno a una politica di mercati aperti, ma basati su regole ferme, che diano certezze agli operatori e conducano a reciproche aperture dei mercati attraverso negoziati tanto multilaterali quanto bilaterali. In questo quadro auspicano una politica commerciale ambiziosa, sempre imperniata sul ruolo del Wto. Accettano, tuttavia, la necessità di adattarsi agli sviluppi delle politiche commerciali altrui e di rispondervi sia con misure compatibili nel quadro del Wto, sia con strumenti europei più efficaci degli attuali nel contrastare gli effetti distorsivi delle sovvenzioni date dai paesi esteri e mantenere la concorrenza su un piano equilibrato. Questo atteggiamento giustamente assertivo del potere negoziale che discende dal peso del Mercato Unico non necessariamente trova consenso tra le economie meno grandi dell’Ue, che sono disposte a pagare un prezzo per mantenere le attuali correnti di scambio nelle catene del valore. Queste peraltro potrebbero avere maggiori benefici da un simile nuovo corso della politica europea.

In contrasto con l’atteggiamento britannico appare positiva la mossa americana che in parte, ma solo in parte, inverte l’approccio disequilibrante e protezionistico dell’amministrazione Trump. La reciproca concessione di sospendere i dazi va accolta con favore più per l’apertura al negoziato che per il valore degli scambi esentati (7,5 miliardi per l’export Eu e 4 miliardi per quello americano). Questa apertura interviene dopo quattro anni in cui il presidente Trump aveva chiuso la possibilità di un accordo di libero scambio trans-atlantico, già in negoziazione, e aveva applicato dazi elevati su molti prodotti europei a cominciare da acciaio ed alluminio. Aveva anche minacciato gli europei di nuove contromisure tariffarie a carattere punitivo se avessero adottato la digital tax e la carbon tax alle frontiere per contrastare la concorrenza sleale dei prodotti di paesi poco impegnati nel contrasto alle emissioni che alterano il clima.

Il nuovo atteggiamento americano deve, tuttavia, concretizzarsi in nuove intese su più fronti, quali l’equilibrio nelle concessioni reciproche, un aspetto poco accetto agli americani abituati a negoziare da posizioni di forza. Un altro fronte concerne una strategia comune per contenere l’espansione commerciale della Cina non solo nel settore aereo e contrastare le violazioni della proprietà intellettuale altrui, la concorrenza di imprese sovvenzionate e l’avanzata negli investimenti diretti e nei mercati dei paesi africani, asiatici e anche latino-americani.

Con la nuova intesa di massima con la Cina per la reciproca apertura e protezione degli investimenti diretti (Comprehensive Agreement on Investment) l’Europa, per altro verso, ha mostrato indipendenza dall’egemonia americana e capacità di andare per la propria strada nel perseguire il proprio interesse, facendo leva sul poter contare su un vasto mercato di consumatori dal consistente potere di acquisto e sulla sua capacità tecnologica e di investimento all’estero. Questo sviluppo deve aver pesato sulla decisione americana di assumere un atteggiamento più cooperativo con gli europei per far fronte comune nelle relazioni con altre potenze commerciali. Lo sbocco non dovrebbe assumere i connotati di una contesa con la Cina o altri grandi paesi, quanto piuttosto di indurre le controparti a raggiungere intese equilibrate e rispettare un insieme di regole la cui osservanza sia vantaggiosa per tutti.

Il momento è opportuno per un rinnovamento completo degli assetti nella divisione internazionale del lavoro perché la pandemia ha prodotto una ripresa delle pratiche protezionistiche, una rottura delle filiere internazionali di fornitura e un richiamo a produrre in patria per ridurre la dipendenza da paesi lontani per prodotti essenziali. Si aggiunga che la trasformazione digitale ed ecologica delle produzioni e degli scambi, che è già in corso, insieme all’esplosiva crescita delle economie asiatiche con il loro straordinario potenziale di mercato stanno erodendo posizioni di mercato da tempo acquisite dai paesi Ocse.

L’Italia ha da guadagnare dalla nuova apertura americana e da un atteggiamento più ambizioso della politica commerciale dell’Ue. Ma per cogliere questa opportunità deve superare la stagnazione in cui versa da decenni, rinnovare il suo sistema e proiettare economia e società nell’adozione delle nuove tecnologie. Non bisogna accontentarsi di vendere all’estero solo i prodotti del passato in cui si eccelle, ma diversificare verso i prodotti (beni e servizi) del prossimo futuro. Competere su mercati aperti e in rapido cambiamento è possibile solo con investimenti estesi in nuovi saperi, competenze e capacità manageriali. In loro assenza, il Paese sarebbe condannato ad andare sempre più a rimorchio degli altri più avanzati e a perdere terreno nel produrre, competere e creare lavoro e reddito.

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