La visita del ministro degli Esteri cinese in Medio Oriente è stata un “fatto rilevante”, ma non si è portato dietro un aumento del coinvolgimento di Pechino dal piano economico-commerciale a quello strategico e geopolitico. L’analisi di Cinzia Bianco, esperta di Golfo Persico dell’Ecfr

La visita del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, in Medio Oriente è durata sei giorni e ha fatto tappe diverse, dall’Iran all’Arabia Saudita, passando per Emirati Arabi e Turchia, Qatar, Oman e Bahrein. Il tour stesso con le varie poste vale l’importanza del viaggio, a cui si aggiungono passaggi di rilievo come la firma dell’accordo di partnership venticinquennale con Teheran – un accordo che si è portato dietro una copertura mediatica anche superiore al valore stesso dell’intesa, come analizzato su queste colonne da Jacopo Scita di Durham, ma di indubbia centralità.

Poi ci sono stati anche gli accordi sulle forniture di petrolio con Riad, o quello con gli Emirati Arabi – già centro regionale di Huawei – per la produzione dei vaccini (cinesi, della Sinopharm) anti-Covid per l’intera regione, o ancora il memorandum di partnership con l’Oman.

La Cina ha dimostrato di avere intenzione di non volersi sbilanciare con gli attori regionali, una volontà di far passare chiaro il messaggio secondo cui il loro impegno sarà equilibrato tra le varie parti sebbene siano divise da interessi e ruggini, spiega Cinzia Bianco, esperta di Golfo Persico dell’Ecfr.

”Un punto fondamentale è chiederci se questo viaggio abbia segnato un passaggio da un coinvolgimento cinese, finora limitato al piano economico-commerciale, verso una dimensione di carattere più strategica e geopolitica: e la risposta è in parte sì, ma in parte anche no”, commenta Bianco con Formiche.net. Perché? “Perché è vero che ci sono stati quei passaggi importanti a Teheran, Riad, Abu Dhabi, ma non ci sono stati upgrade su temi che riguardano la sicurezza”.

L’esperta dell’Ecfr sostiene che “per essere degli interlocutori attivi nel Golfo, bisogna essere degli attori della sicurezza regionale”, come aveva analizzato sempre con Formiche.net riguardo al ruolo che l’Ue avrebbe potuto giocare per facilitare un contatto tra Iran e monarchie sunnite del Golfo. Nel caso, allargando il discorso alla Cina, fa notare che Pechino non ha firmato accordi di questo genere: le navi della Marina del popolo non saranno a monitorare lo stretto di Hormuz, per esempio; oppure non si parla di basi cinesi nella regione o di qualche genere di dispiegamento; e nemmeno di partnership cruciali sulla tecnologia militare. Al più si è parlato di commesse militari che i cinesi potrebbero vendere ancora ai Paesi locali.

“L’impegno cinese dal passare a una partnership strategica su piani geopolitici e di sicurezza ancora non c’è”, aggiunge Bianco – ossia, Pechino per ora non è in grado (o non ha la volontà) di occupare il ruolo che da anni sta occupando Washington nella regione. Gli Usa, appunto: quanto pesa sul viaggio di Wang il confronto tra potenze con Washington?

“La situazione si sta scaldando – risponde Bianco – e dato che la Cina dipenderà dal petrolio saudita e dal gas qatarino ancora per un po’ di tempo, la Repubblica popolare si vuole accertare che i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo non facciano blocco con gli Usa in funzione anti-cinese”.

Preservare la sicurezza energetica di Pechino è stato il messaggio che è uscito da Riad a commento dell’accordo sul petrolio: per la Cina la dipendenza dal Golfo è vista come un elemento ansiogeno, perché la ritengono molto pericolosa. “L’Arabia Saudita e gli altri paesi dell’area hanno d’altronde chiesto spazio su questo a Washington: spazio sulle partnership da sviluppare con i cinesi, mettendo sul piatto proprio quella dipendenza energetica, carta che gli Usa in futuro potrebbero utilizzare come leva con Pechino”.

E, continua Bianco, Pechino da parte sua, per cercare di sganciare questi Paesi dalla sfera di influenza americana, usa un fattore comune: ossia quella che definisce l’interferenza negli affari interni sui temi legati ai diritti – atteggiamento centrale nella politica estera dell’amministrazione Biden, detestato a Pechino quanto a Riad.

Quando si parla di Cina e movimenti verso Ovest, si tira sempre in ballo la Belt and Road Initiative – l’infrastruttura geopolitica per connettere Cina ed Europa, che passa chiaramente dall’area visitata da Wang. “È un argomento sul tavolo – spiega Bianco – sia per collocazione geografica e geopolitica, sia per capacità tecnica, Paesi come gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita sono degli ottimi partnership per Pechino; e d’altronde, dall’altro lato, gli spazi economico-commerciali che la Bri promette sono terreni per la diversificazione dal petrolio che Riad e Abu Dhabi stanno spingendo”.

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