L’ex ministra della Salute confessa i suoi dubbi sulla richiesta della regione Lazio di procedere con l’acquisto del vaccino russo Sputnik V. Mancano ancora le garanzie necessarie e il via libera delle agenzie Ema e Aifa. Chi in Parlamento lo reclama a gran voce dovrebbe saperlo

Prima che Sputnik V approdi sul suolo italiano occorre l’approvazione di due agenzie, l’italiana Aifa e l’europea Ema. Eppure la regione Lazio tramite l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato reclama a gran voce la possibilità di acquistare e distribuire il vaccino russo. Complice l’incontro di venerdì scorso tra il Centro Gamaleya (che ha sviluppato il vaccino anti-covid) e lo Spallanzani di Roma.

C’è però chi nutre dubbi sulla fattibilità dell’operazione. Dopotutto “sia il presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen che il presidente del Consiglio Mario Draghi hanno espressamente dichiarato che l’utilizzo di nuovi antidoti di contrasto al Covid, in Europa e in Italia, può avvenire solo qualora abbiano ottenuto il via libera dell’Agenzia europea del farmaco”, dice Beatrice Lorenzin, ex ministro della Salute e deputata del Pd.

Lorenzin, la Regione Lazio ha intenzione di prenotare un milione di dosi dello Sputnik V. Lei è d’accordo?

La richiesta avanzata dal Lazio è comprensibile. Tuttavia per produrre e utilizzare il vaccino russo, ci si deve richiamare in maniera pedissequa alla legislazione italiana. L’approvazione di Aifa è un passaggio dirimente, senza il quale qualsiasi ipotesi diventa fuorviante.

Perché ritiene il pressing della regione Lazio comprensibile?

Perché si tratta di una realtà profondamente virtuosa sotto il profilo delle somministrazioni vaccinali. Pur non avendo le infrastrutture ospedaliere che possono vantare Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, il Lazio è un modello sotto il profilo della gestione pandemica.

Cioè?

Prova ne è il fatto che, malgrado la presenza di una città – Roma – unica nel suo genere per complicazione, gestione e presenza di luoghi nei quali il contagio avrebbe potuto dilagare, è rimasta sostanzialmente sempre in zona gialla. Ora, le dosi di vaccino scarseggiano, per cui si stanno organizzando.

Ad ogni modo la sua posizione rimane di contrarietà.

Personalmente sono contraria a qualsiasi tipo di acquisto, da parte dei territori, di prodotti che non rientrano nelle strategie nazionali di contrasto alla pandemia. Si tratta di questioni che devono essere regolate dalla cabina coordinata dal generale Figliuolo.

Cosa non la convince?

L’elemento che reputo più singolare nella querelle Sputnik, è che si sta parlando di utilizzare un farmaco che, fino a poco fa, non solo non aveva ottenuto il via libera ma non aveva neanche fatto la richiesta dell’application form a Ema. Comunque, se in definitiva Sputnik passerà il vaglio, sarà potenzialmente una risorsa da integrare nell’attuale campagna vaccinale. E comunque, al netto di ogni altra considerazione, occorre fare chiarezza su un aspetto: Ema non è un organismo oscuro, influenzabile e soggetto a pressioni dei servizi segreti. È un’istituzione assolutamente limpida che assolve ai suoi compiti in maniera trasparente.

Crede che la produzione del vaccino russo possa trasformarsi uno strumento di ‘controllo’ geopolitico?

Certo. Il rischio è concreto: le superpotenze che hanno ottenuto il brevetto per i vaccini possono scegliere le aree in cui distribuire i vaccini nel solco di interessi altri rispetto alla salute mondiale.

Su Sputnik, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti si muove con cautela. A differenza del leader della Lega Matteo Salvini…

È evidente: esiste una Lega di governo e una Lega di lotta. Facendo un certo tipo di dichiarazioni e lanciando provocazioni, Salvini accarezza il pelo della popolazione. Eppure un parlamentare dovrebbe sapere che un farmaco che non ha ottenuto il via libera dell’ Agenzia europea per i medicinali non può essere adoperato. Giorgetti invece incarna la Lega di Governo, che segue la linea tracciata dal presidente Mario Draghi. Istituzionale, meglio così.

 

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