La mancanza di “condivisione” che costituiva il perno delle critiche a Conte non poteva e non può trovare una risposta adeguata nella sola nomina di un’Autorità delegata. La soluzione ce l’abbiamo già: il Cisr, mai convocato nel 2020 per discutere dei problemi legati alla pandemia. Il punto di Adriano Soi, docente di Intelligence e sicurezza nazionale presso la Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” di Firenze

Con il conferimento al prefetto Franco Gabrielli della delega sull’intelligence, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha chiuso quella sorta di “crisi nella crisi” che aveva caratterizzato l’ultimo periodo del secondo governo Conte.

Ricordiamo tutti la nutrita serie di critiche – mosse soprattutto da esponenti del Partito democratico e dal leader di Italia Viva, Matteo Renzi – che avevano messo in dubbio la correttezza di alcune scelte dello stesso Giuseppe Conte in materia di sicurezza nazionale e sottolineato la necessità che il presidente procedesse con sollecitudine alla nomina dell’Autorità delegata, così come avevano fatto quasi tutti i suoi predecessori successivamente all’entrata in vigore della riforma del 2007.

La scelta di Draghi è caduta su un tecnico del massimo livello, nel cui curriculum non figura solo la più recente esperienza di capo della Polizia – direttore generale della Pubblica sicurezza, ma anche quella di capo della Protezione civile, ciò che vale ad assicurare al presidente Draghi un supporto ad ampio raggio e quindi particolarmente adeguato alla straordinaria complessità che le questioni della sicurezza nazionale, inestricabilmente intrecciate a quelle derivanti dalla pandemia, pongono oggi ai governi di tutto il mondo.

Non è fuori luogo osservare qui che l’incarico di capo della Polizia si conferma, alla luce di quasi 14 anni di esperienza applicativa della riforma, come il più solido trampolino di lancio verso i vertici del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica: prima di Gabrielli sono stati Gianni De Gennaro e Alessandro Pansa a compiere un passaggio analogo, seppur non coincidente nelle modalità: il primo fu nominato Autorità delegata al termine del suo incarico quadriennale di direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica, mentre Pansa arrivò al Dis, anche lui come direttore generale, lasciando l’incarico di vertice della Polizia di Stato.

Al di là dei dettagli, è facile rilevare come la massima esperienza tecnica nel campo dell’ordine e della sicurezza pubblica – che il capo della Polizia compie alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno, autorità nazionale di pubblica sicurezza e quindi responsabile di governo del settore – si sia in questi anni progressivamente imposta come un passaggio di grande importanza per i dirigenti destinati a coadiuvare il presidente del Consiglio nell’esercizio ”dell’alta responsabilità” e “della responsabilità generale della politica dell’informazione per la sicurezza, nell’interesse e per la difesa della Repubblica”, come afferma testualmente la legge numero 124 del 2007.

Sicurezza e interesse nazionale sono nozioni di sintesi e al tempo stesso valori costituzionali e politici, la cui cura nella pratica di governo viene generalmente affidata al capo dell’esecutivo, quale che sia la forma istituzionale (repubblica presidenziale, premierato, repubblica parlamentare, eccettera). Naturalmente, trattandosi di materia multiforme, complessa e spesso decisiva per la vita degli Stati, non si presta in alcun modo ad essere gestita – nei sistemi democratici – secondo la formula che la polemica politica spesso sintetizza nell’espressione “un uomo solo al comando”.

Nella stragrande maggioranza dei sistemi democratici, quindi, il “Capo” viene supportato e coadiuvato da almeno tre livelli istituzionali: un consigliere di sua diretta fiducia; un organo collegiale ristretto che lo affianchi nell’assunzione delle decisioni più importanti; i ministri, o segretari di Stato, impegnati in missioni istituzionali direttamente o indirettamente legate alla sicurezza nazionale (Difesa, Esteri, Interno, Tesoro, Giustizia, Industria).

A questo schema generale si richiama, piuttosto da vicino, anche la legge numero 124 del 2007 attualmente vigente, in cui appare evidente che il ruolo dell’Autorità delegata – il consigliere di diretta fiducia del presidente del Consiglio – è decisivo per presidiare contemporaneamente due fronti: quello di raccordo e filtro quotidiano, con il supporto del Dis, tra le agenzie operative e il presidente del Consiglio; quello delle relazioni tra il presidente e i ministri che compongono l’organo collegiale, che nel caso italiano è il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr).

La mancanza di “condivisione” che costituiva il perno delle critiche a Conte non poteva e non può trovare una risposta adeguata nella sola nomina di un’Autorità delegata (con la quale si avrebbero, in realtà, due uomini soli al comando invece di uno); l’Autorità delegata è invece il soggetto istituzionale che ha tutte le chiavi per mettere finalmente in funzione quello che finora è stato il motore non sfruttato del Sistema di informazione per la Sicurezza, vale a dire il Cisr, realizzando in quella sede un’utile ed efficace, oltre che auspicata, “collegialità” nella assunzione delle principali scelte politiche a tutela della sicurezza degli interessi nazionali.

Non è in alcun modo giustificabile che, a quanto risulta, il Cisr non sia mai stato convocato durante l’anno che abbiamo alle spalle per discutere dei problemi legati alla pandemia. Eppure è proprio lì, nel Cisr, che i ministri maggiormente impegnati nella definizione e nella cura degli interessi nazionali possono fornire al presidente suggerimenti utili o far emergere necessità informative essenziali per il perseguimento delle rispettive finalità istituzionali.

Insomma: l’orchestra c’è, il direttore deve solo salire sul podio.

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