La nomina del generale Figliuolo dimostra che le Forze armate sono uno dei pochi presìdi di cultura organizzativa rimasti in Italia. Formazione continua, addestramento e verifica sul campo sono elementi di una trasformazione in atto da quasi trent’anni. Con luci e ombre, certo, ma con capacità che le strutture civili sembrano aver smarrito. Ma c’è qualcosa che non va…

Presidiare gli obiettivi sensibili? Intervenire nell’emergenza neve? Costruire un ponte? Ospitare un vertice internazionale? Spegnere gli incendi boschivi? Non c’è problema: basta rivolgersi alla Difesa. La nomina del generale di corpo d’armata Francesco Paolo Figliuolo quale commissario straordinario per l’emergenza Covid, in sostituzione di Domenico Arcuri, è solo il più recente caso in cui lo Stato si rivolge alle istituzioni militari per supplire quelle civili.

Intendiamoci: è giusto che sia così. La collaborazione tra dicasteri e organizzazioni è un fatto di buon senso, prima ancora che una precisa previsione di legge, e il contributo delle Forze armate nelle emergenze è al tempo stesso un fiore all’occhiello e un elemento cruciale del rapporto con la società civile. Eppure, la necessità di ricorrere sempre più spesso alle Forze armate indica che qualcosa non va.

Non si tratta (solo) della trasformazione strisciante delle Forze armate in forze di sicurezza o di protezione civile, depotenziandone i tradizionali parametri di capacità operativa a favore di altri ruoli, secondo una concezione diffusa in molti ambienti politici, ma che molti osservatori hanno considerato cifra caratteristica, in particolare, dell’operato del ministro Elisabetta Trenta. No: come a scuola, la presenza del supplente significa che l’insegnante titolare è assente, per un motivo o per l’altro.

Diciamolo subito: gli interventi delle Forze armate nelle emergenze sono previsti dal Codice dell’ordinamento militare, la legge che da oltre dieci anni ne definisce e regola organizzazione e funzionamento. Per la precisione dall’art. 15, comma 2, il lungo elenco che inizia con la “difesa e sicurezza dello Stato, del territorio nazionale e delle vie di comunicazione marittime e aree” e si conclude, diverse righe più in basso, con gli “interventi di tutela ambientale, concorso nelle attività di protezione civile su disposizione del Governo, concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e il bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità”. Il testo recepisce e ufficializza un ruolo tradizionale, in evidenza soprattutto nei disastri naturali come i terremoti, ma la parola “concorso” indica appunto che la competenza principale spetta ad altri.

Ci si potrebbe interrogare sul fatto che le Forze armate continuino a essere viste quale serbatoio di manodopera sempre a disposizione, come avveniva quando c’era la leva obbligatoria. La professionalizzazione e la riduzione dei numeri hanno però spezzato questo meccanismo da oltre vent’anni, così come i crescenti impegni internazionali hanno moltiplicato le esigenze addestrative. Insomma, i soldati poco specializzati e a basso costo da usare come tappabuchi non ci sono più.

Nonostante questo, nell’emergenza Covid le Forze armate si sono prodigate per svolgere una gamma vastissima di compiti, dal recupero dei connazionali bloccati all’estero alla progettazione e realizzazione di ospedali, dalla distribuzione di vaccini alla gestione di punti di vaccinazione drive through. Senza peraltro smettere di svolgere i propri compiti istituzionali: difendere i cieli, pattugliare i mari, proteggere gli interessi nazionali, e così via.

Per fare tutto questo, però, non si era finora avvertita la necessità di nominare un militare quale commissario straordinario Covid. Se Mario Draghi lo ha ritenuto necessario, bisogna dunque guardare oltre la pura fornitura di risorse (per quanto pregiate). Per combattere una pandemia tanto grave da far chiudere le piste da sci e le scuole, da far crollare il trasporto aereo e persino far ipotizzare il rinvio delle elezioni amministrative, non serve una campagna mediatica basata sulle primule firmate dall’architetto Stefano Boeri, ma una cultura organizzativa in grado di distribuire e far iniettare i vaccini già disponibili. Né più né meno di questo: usare le risorse che già ci sono, senza varare programmi lunghi e costosi, che spesso duplicano strutture già esistenti.

In effetti, dalla caduta del Muro di Berlino le Forze armate hanno imparato a “fare di più con meno”. Hanno rivoluzionato il reclutamento, rinnovato l’addestramento, tagliato basi e reparti, ammodernato mezzi, salvaguardato il “core business” tagliando tutto ciò che non è essenziale, aumentato l’operatività con una presenza continua in teatri lontani e pericolosi, imparato a gestire catene logistiche complesse a migliaia di chilometri di distanza. Senza dimenticare le gerarchie chiare, la separazione tra politica e attuazione (almeno sul campo), lo spirito di servizio e il senso del dovere. Anche per questo oggi un dicastero che assorbe poco più dell’1,2% del Pil (per la cosiddetta “funzione Difesa”, al netto di pensioni e Carabinieri) può correre in soccorso della sanità pubblica, un settore che ne riceve quasi il 9%.

Più che magnificare le Forze armate per la capacità dimostrata “sul campo”, bisogna però interrogarsi perché gli altri comparti non abbiano maturato altrettanta capacità organizzativa. La regionalizzazione della sanità si è tradotta in squilibri almeno altrettanto vistosi dei deficit. La Protezione civile, altro ambito di competenza primaria delle regioni, è in crisi da quando le strutture nazionali hanno ridotto il proprio apporto in nome del risparmio. Di fatto, i ministeri nei quali sopravvive una cultura dell’organizzazione sulla quale si può fare affidamento sono sempre i soliti tre: Finanze, alle quali non a caso Draghi ha attestato la competenza per il Pnrr; Interni, delle cui capacità per mantenere l’ordine pubblico speriamo non ci sia bisogno; e appunto, Difesa, che negli anni ha saputo mantenere ed espandere capacità cruciali per il Paese, dalle comunicazioni all’ingegneria.

In questo senso, la nomina di Figliuolo è la conferma della necessità di recuperare la dimensione “tecnica” del “saper fare”, troppo a lungo messa in ombra da quella “comunicativa” del “dover apparire”. Se la discutibile gestione operativa della pandemia Covid è culminata nella nomina di un generale come commissario, diventa quasi inevitabile parafrasare Bertolt Brecht: “Beati i popoli che non hanno bisogno di rivolgersi ai militari nelle emergenze”.

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